“Opere” di Marcello di Ancira, a cura di Samuel Fernández ed Emanuela Prinzivalli

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Prof.ssa Emanuela Prinzivalli, Lei ha curato l’edizione e la traduzione italiana delle Opere di Marcello di Ancira, pubblicata da Città Nuova: quale importanza rivestono, per la storia del cristianesimo, la figura e il pensiero di Marcello di Ancira?
Opere, Marcello di Ancira, Emanuela PrinzivalliUno degli aspetti più affascinanti del lavoro dello studioso dell’antichità, dunque anche dell’antichità cristiana, è l’opera di ricomposizione di frammenti dispersi, al fine di ricostruire un fatto o una personalità storica. In questo caso la ricostruzione riguarda un teologo del IV secolo, Marcello di Ancira, a partire da pezzi di opere tramandate dal suo avversario Eusebio di Cesarea, da notizie indirette, da una lettera e da alcune attribuzioni. Ne risulta un personaggio tanto importante ai suoi tempi quanto poi caduto nell’oblio, una volta che il suo pensiero apparve inaccettabile anche a quelli che lo avevano in un primo tempo sostenuto, fra cui il vescovo di Roma. Giustamente Samuel Fernández, che ha curato l’edizione critica degli scritti di Marcello per una Casa editrice spagnola e ha condiviso con me il lavoro per questa edizione italiana, ha paragonato Marcello a quel fenomeno che gli astrofisici chiamano dei “buchi neri”: non sono visibili, ma la loro presenza influisce sulla traiettoria degli astri visibili. Così è per Marcello. La prova più eclatante della sua influenza, e dunque del pericolo che si ritenne rappresentasse, è data dal Simbolo niceno-costantinopolitano del 381, tuttora proclamato nelle chiese e pertanto ecumenico per eccellenza. Ebbene, la frase, a proposito di Cristo “e il suo regno non avrà mai fine”, che era stata già inserita in precedenti simboli, vi fu confermata: era diretta contro la teologia di Marcello, accusato di ipotizzare la fine del regno di Cristo.

Quali vicende ne segnarono l’esistenza?
Marcello diventò vescovo di Ancira (l’odierna Ankara), molto giovane, pare, segno che la sua personalità spiccava. Partecipò infatti e forse presiedette il sinodo di Ancira del 314 e morì, secondo una notizia antica, nel 374, dunque vecchissimo, intorno ai novanta anni, perché, per essere vescovo, doveva avere trenta anni almeno al momento dell’ordinazione. Ma l’evento decisivo della sua vita fu l’opposizione al prete Ario e ai suoi seguaci, che, poco dopo il 320, erano entrati in un conflitto di natura teologica con il vescovo Alessandro di Alessandria. Già nella prima fase del conflitto, quando l’influente vescovo Eusebio di Nicomedia aveva iniziato una campagna a favore di Ario, Marcello si era distinto in senso contrario; ma l’evento decisivo fu la sua partecipazione al Concilio di Nicea (325), passato alla storia come il primo ecumenico, voluto dall’imperatore Costantino per risolvere la controversia, che si era estesa in Oriente ben oltre il territorio di Alessandria. Marcello, si schierò decisamente contro Ario in quel concilio e, una volta concluso, compose un’opera per contrastare la predicazione di Ario e dei seguaci: fu questa a suscitare le maggiori critiche nei suoi confronti. Ma per spiegare il punto di vista di Marcello bisogna dire qualcosa sulle origini della controversia ariana.

In realtà la crisi ariana partiva da lontano ed era la conseguenza di una difficoltà intrinseca alla fede cristiana, che nasceva sulla salda radice monoteistica del giudaismo ma aveva sviluppato la convinzione che Gesù Cristo partecipasse della divinità, fosse cioè Dio lui stesso. Come si poteva proclamare Gesù Cristo Figlio di Dio e Dio e continuare a credere in un unico Dio? Non era dilemma di poco conto per i cristiani, almeno per quelli che erano in grado di porsi il problema a livello teorico. Ora, si poteva salvaguardare il monoteismo in due modi: o pensare che se Gesù Cristo è Figlio di Dio e Dio, in qualche modo egli si identifica con il Padre (è la tendenza cosiddetta monarchiana), oppure ammettere l’alterità del Figlio di Dio rispetto al Padre, subordinandolo però rispetto al Padre, unico principio della divinità, quindi in qualche mondo indebolendone la divinità: la formulazione più tipica di questa tendenza presenta Cristo in quanto Figlio di Dio come Logos di Dio (il termine logos significa ragione/parola ed è presente nel prologo del Vangelo di Giovanni), interno a Dio che lo emette/genera in vista della creazione e della redenzione del mondo. Ario radicalizzò questa seconda tendenza. Da tempo ad Alessandria, grazie soprattutto all’insegnamento di un grande teologo come Origene (metà III secolo), per evitare di pensare che in Dio ci sia un prima e un dopo, cioè un mutamento (come si potrebbe dedurre dall’idea che a un certo punto il Logos interno a Dio viene generato) si era cominciata a formulare la dottrina della generazione eterna del Figlio dal Padre, per cui il Padre è sempre Padre in quanto ha sempre con sé il Figlio, Ario temette che, se coeterno, il Figlio potesse essere considerato un primo Principio, ingenerato al pari del Padre, così da proclamare due dèi. Per contrastare questo pericolo Ario predicava che il Figlio-Logos era venuto all’esistenza prima dei tempi e dei secoli, ma che prima di essere stato generato/ creato/stabilito non esisteva. Siccome tutta la teologia degli antichi cercava di fondarsi su espressioni della Bibbia, Ario riprende un passo celebre del libro dei Proverbi (8,22-25) dove la Sapienza (identificata dai cristiani con il Figlio-Logos) dice di sé di essere stata “creata” da Dio (v. 22) e poi dice di essere stata “generata” (v. 25), intendendo il verbo “generare” come sinonimo di “creare”: il Figlio per Ario è la prima, la più eccelsa creatura di Dio, e Dio lui stesso per volontà di Dio Padre. Perché Ario intendeva la generazione del Figlio come creazione? Perché temeva che si potesse pensare la generazione del Figlio di Dio alla maniera umana, cioè in modo indegno di Dio, mentre il modo in cui Dio porta all’essere il Figlio è ineffabile e misterioso. Come si vede, la dottrina di Ario nasceva da preoccupazioni serie, ma la sua risposta fu considerata inaccettabile dai vescovi riuniti a Nicea, che invece proclamarono il Figlio generato dal Padre e “della stessa sostanza del Padre” (homoousios in greco), una espressione che Ario non avrebbe mai potuto accettare perché egli la intendeva come un sostrato che si divide, quindi come qualcosa di materiale. Nonostante che avessero firmato il Simbolo niceno, molti vescovi orientali nutrivano sospetti verso l’homoousios, pur non condividendo la posizione estrema di Ario. In realtà i dubbi e dunque la controversia, soprattutto in Oriente, continuavano.

Marcello si oppose radicalmente all’impostazione di Ario, ma a sua volta fu accusato di essere un eretico monarchiano, cioè di negare la persona del Figlio, le critiche si fecero sempre più insistenti intorno al 335 e infine venne deposto da un sinodo tenutosi a Costantinopoli nel 336, incorrendo per la sua ostinazione antiariana nelle ire dello stesso imperatore Costantino, che in quel periodo cercava, a fini di pacificazione, la riabilitazione di Ario.

Dopo la morte di Costantino, nel 337, Marcello venne reintegrato nella sede da Costantino II, ma il suo rientro provocò disordini, dato che la chiesa di Ancira aveva avuto con il sinodo di Costantinopoli un nuovo vescovo, Basilio. Di nuovo rimosso nel 339, si rifugiò a Roma dal vescovo Giulio I, e si incontrò con Atanasio di Alessandria, altro strenuo difensore di Nicea, fervente antiariano, anche lui esiliato. Marcello, nell’occasione, scrisse una lettera con la sua professione di fede, che è l’unico scritto completo che di lui si conserva. Giulio prese senz’altro le parti dei due esiliati. Ma i vescovi orientali, anche quelli che non erano ariani, continuarono a osteggiare Marcello accusandolo di eresia. Questo portò a uno scambio di lettere infuocate tra gli orientali e Giulio. Nel concilio di Serdica (343) che avrebbe dovuto segnare una riconciliazione tra le parti, gli orientali si rifiutarono di partecipare a causa della presenza di Marcello e di Atanasio, che loro avevano condannato in concili considerati regolari. Dopo Serdica, però, la posizione di Marcello si fece più precaria, anche presso Roma, a causa della condanna comminata a Fotino, un suo seguace, che si ripercosse in senso negativo su di lui: anche Atanasio prese le distanze da lui, pur senza ripudiarlo apertamente. Eppure Marcello dovette mantenere seguaci, se la sua presenza nella chiesa di Ancira risulta da una lettera con formula di fede inviata nel 372 dal diacono Eugenio ad Atanasio. Nel 373 morì Atanasio e l’anno successivo lo seguì Marcello. La soluzione della controversia ariana venne da altri, cioè dai Padri Cappadoci, Basilio di Cesarea di Cappadocia, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa i cui chiarimenti teologici portarono al decisivo concilio di Costantinopoli del 381 in cui fu proclamato il Simbolo niceno-costantinopolitano.

Come si articolava la teologia propugnata da Marcello?
In realtà, anche Marcello, al pari di Ario, ha difficoltà a parlare del rapporto tra Dio Padre e Dio Figlio in termini di generazione, perché la generazione precosmica del Figlio secondo Marcello implica l’alterità del Figlio rispetto al Padre, alterità che egli rifiuta: se Dio è uno non può esserci altro Dio che Lui. Marcello ammette il logos in Dio, però come facoltà di Dio: in questo senso il logos di Dio è coeterno (all’opposto di quanto ritiene Ario). Secondo Marcello il logos di Dio è generato e diventa Figlio di Dio soltanto al momento dell’incarnazione nel seno di Maria. In altri termini: la prospettiva teologica di Marcello è dominata dall’idea della provvidenza di Dio, da lui inteso come una Monade che si dilata in Triade (Padre, Figlio e Spirito santo) nell’economia, cioè nel processo salvifico del mondo che prevede redenzione e santificazione, per poi ricondursi a Monade alla fine dei tempi. Si coglie bene il punto di forza di questa impostazione: Marcello risolve in modo persuasivo il problema dell’unità di Dio, accogliendo anche la terminologia del logos, che era ormai ampiamente diffusa per parlare della dimensione divina di Cristo. Ma resta un grosso problema, che lo stesso Marcello non si nasconde e che riguarda la difficoltà di concepire in modo efficace l’unità della persona di Gesù Cristo, che è alquanto precaria perché il logos impersonale si congiunge a un individuo umano, Gesù di Nazaret. Quale può essere la sorte finale di quest’uomo, se il logos è destinato a ritrarsi nella Monade divina alla fine dei tempi? Ecco l’origine dell’accusa mossa a Marcello di parlare della fine del regno di Cristo.

Quali opere vengono attribuite a Marcello?
Il volume che Fernández ed io abbiamo curato comprende tre opere, le uniche sicuramente attribuibili a Marcello: la lettera a Giulio di Roma, che contiene la sua professione di fede, atteggiata in modo da difendersi dalle accuse, i frammenti dell’opera contro l’ariano Asterio, che dovrebbero essere meglio intitolati Sulla sottomissione di Cristo Signore, recuperati all’interno dell’opera di Eusebio di Cesarea scritta contro Marcello: si tratta dunque di una selezione orientata a mettere in evidenza le difficoltà e le pecche della teologia di Marcello. La terza opera, Sulla santa chiesa, è anch’essa un frammento di un’opera più ampia e nei manoscritti è attribuita ad Antimo, vescovo e martire. Va però restituita a Marcello, come Marcel Richard ha dimostrato. Nel corso degli anni altre opere sono state attribuite a Marcello, ma l’unica sulla quale il discorso merita di essere approfondito è la Cohortato ad Graecos, uno scritto di carattere apologetico.

Insomma, siamo di fronte a una personalità importante, anche se divisiva, come oggi va di moda dire. Marcello fu un pensatore senz’altro originale e creativo, che, su alcuni punti, esercitò un influsso su Atanasio, il quale ebbe miglior sorte della sua. La sua vicenda dimostra la difficoltà e il fascino della riflessione cristiana, che aspira a spiegare l’indicibile e l’inspiegabile.

Emanuela Prinzivalli è Professore Ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese nella Sapienza Università di Roma

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