“Onorevole parolaccia. Perché il turpiloquio ha conquistato il linguaggio politico” di Benedetta Cicognani

Dott.ssa Benedetta Cicognani, Lei è autrice del libro Onorevole parolaccia. Perché il turpiloquio ha conquistato il linguaggio politico, edito da FrancoAngeli: che dimensioni ha assunto la comunicazione ingiuriosa nel discorso pubblico?
Onorevole parolaccia. Perché il turpiloquio ha conquistato il linguaggio politico, Benedetta CicognaniSicuramente sta vivendo un momento di gloria, di popolarità. Basta dare un’occhiata alle informazioni riguardanti la politica che ci accorgiamo come il linguaggio sboccato – o quantomeno colorito – sia sempre più presente tra ‘i palati’ dei nostri rappresentanti politici. Si è impadronito ormai del nostro modo di interloquire, è la prassi. Mi piace immaginare il turpiloquio come una sorta di lavoratore che fa una gavetta: ecco, se un tempo era uno stagista di un’azienda, ora ne è l’amministratore delegato. Il cambio di passo, la sua ‘promozione’, ha coinciso con l’avvento del Movimento 5 Stelle, il quale ha conferito alla parolaccia un ruolo da ‘capostipite’: non più un semplice elemento lessicale del vocabolario politico, ma l’origine di un partito. I 5S, di fatto, sono stati partoriti da un grande e indistinto Vaffanculo, il Vaffa Day, appunto. In Onorevole Parolaccia, tra gag ed excursus storici, riporto alcuni esempi di politici che hanno attinto di più al vocabolario sguaiato, partendo dal ventennio mussoliniano per arrivare ai giorni nostri, con riferimenti, ad esempio, al sindaco Stefano Bandecchi, all’odiato/amato Vittorio Sgarbi e altre personalità di punta dello scenario istituzionale.

Che ruolo svolge il turpiloquio in politica?
Nella sua accezione positiva, elettoralmente parlando, senza dubbio catturare l’attenzione del pubblico e infarcire di enfasi ed emozione quello che si dice. Viceversa, spesso, è il sintomo di una politica che forse ha esaurito idee e progettualità, e quindi deve aggrapparsi a un linguaggio forte per ammantare di significato e robustezza proposte fondamentalmente deboli.

Come è stato possibile che il turpiloquio sia diventato prassi comune nel linguaggio politico?
I motivi sono tanti, e ci sono anche degli studi che ne dimostrano il successo. Mi riferisco ad esempio allo studio effettuato nell’ambito della psicologia sociale Swearing in Political Discourse: Why Vulgarity Works che mostra come nella comunicazione politica i termini volgari possano essere un ottimo driver strategico per fare presa sull’elettorato, in quanto percepiti come il frutto di un approccio informale e trasparente. La ricerca si base su un esperimento a cui hanno preso parte 110 persone di diverse età, per lo più istruite e di ‘fede progressista’. L’esito finale è curioso perché ci dice che espressioni volgari quali “una situazione che ha fatto incazzare tutti” o “è nella merda” proferite da candidati politici (che nel test ovviamente sono inventati) risultano più persuasive rispetto ai corrispettivi neutri “una situazione che preoccupa tutti” o “è in una situazione tragica”. È la dimostrazione che le parolacce, in politica, per quanto contrarie al bon ton istituzionali, molte volte possono contribuire a calamitare voti. Un vocabolario sboccato e scurrile può apparire agli occhi dell’elettorato una certificazione di genuinità e onestà intellettuale.

Che forme assume la comunicazione ingiuriosa nel linguaggio politico?
È come un abito su misura, ognuno la usa a suo modo suo in base al proprio obiettivo e al personaggio che si è creato. Craxi, ad esempio, utilizzava la parolaccia in modo sarcastico, come quando nel 1986 un giornalista gli riporta l’accusa secondo cui i socialisti sarebbero stati i responsabili della caduta del Governo. E lui sentenzia: “chi lo dice è un coglione”. Allora l’intervistatore gli fa notare che a dirlo non era stata una persona tra le tante, ma l’Altissimo (Renato Altissimo, al tempo segretario del Partito Liberale Italiano). “Allora è un altissimo coglione”. O ancora abbiamo Berlusconi, che usa le barzellette osé per far ridere ed ammiccare. Di tutt’altra scuola chi fa ricorso alla comunicazione ingiuriosa per screditare l’altro e, come capita spesso, canalizzare i timori della gente verso una categoria sacrificale. E poi c’è la tipica retorica manichea, per apparire anime belle in un mondo di squali, di cui i pentastellati sono stati maestri.

Come si è evoluta la comunicazione ingiuriosa nel discorso pubblico?
Il passaggio dal ‘politichese’ della Prima Repubblica, al ‘gentese’ della Seconda Repubblica è stato, come analizza il linguista Antonelli, uno spartiacque importante della comunicazione politica, con la transizione da un linguaggio aulico, alto e anche un po’ enigmatico, a un linguaggio più terra terra, colloquiale, informale. Dopo Tangentopoli, la classe politica, l’Ancient regime, vive un momento di estrema crisi reputazione: per riacquistare la stima e la fiducia dell’elettorato, si adotta così un approccio comunicativo più semplice, in cui la gente può rispecchiarsi, il gentese appunto. Da lì è un attimo che si è arrivati però a quello che potrebbe definire ‘turpiloquese’: il discorso pubblico per ‘bucare’ richiede un linguaggio svelto, emotivamente intenso, così da catturare l’attenzione attraverso un carnevale linguistico caricato di grossolanità, asserzioni seducenti, dichiarazioni cattura-titolo, ripetizioni e concetti vacui ma impressionanti. Nell’epoca di quella che è stata ribattezzata fast politics, e la cosa più importante è calamitare le orecchie a sé. ‘Nel bene o nel male, purché se ne parli’.

Quali sono stati gli esponenti politici più rappresentativi dell’uso del turpiloquio nell’agone politico?
Ad oggi direi Trump. L’espressione più gretta dei populismi, nei quali lo scontento delle persone non è visto come una problematica da gestire ma come una fonte di profitto in termini di consenso. Per quanto riguarda il contesto italiano, invece, direi Bossi in passato, con il suo iconico Celodurismo, un frasario contrassegnato da aggressività e richiami fallici. “Cara Boniver, cara bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi, noi siamo sempre armati, di manico!”. Lo slancio finale al turpiloquio l’ha dato Grillo: da cifra lessicale, a elemento fondativo, in una narrazione per cui i politici non sono altro che dei “parassiti”, dei “pidocchi”, delle “zecche”, delle “larve ben pagate”. Tradotto: sono la rovina del Paese.

Benedetta Cicognani, 27 anni. Giornalista pubblicista. Lavora nell’ambito della comunicazione presso il Comune di Rimini. Si è laureata in Filosofia all’Università di Bologna e ha conseguito la magistrale in Scienze Politiche e di Governo all’Università degli Studi di Milano.