Oltretevere. Il rapporto tra i Pontefici e i Presidenti della Repubblica italiana dal 1946 a oggi, Alessandro AcciavattiDott. Alessandro Acciavatti, Lei è autore del libro Oltretevere. Il rapporto tra i Pontefici e i Presidenti della Repubblica italiana dal 1946 a oggi edito da Piemme: da cosa nasce la necessità, o meglio ancora l’interesse, di narrare la storia delle relazioni istituzionali e personali intercorse tra i Capi di Stato italiani e i Papi, dalla nascita della nostra Repubblica a oggi?
Tale interesse nasce innanzitutto dalla constatazione che a tutt’oggi non vi è un’opera che in modo completo ed esaustivo affronti le relazioni intrecciatesi tra il colle del Quirinale e il colle del Vaticano nei settanta anni repubblicani. Questa pubblicazione è anche un modo per contribuire alla ricorrenza del settantesimo anniversario dell’entrata in vigore della nostra Carta Costituzionale, che celebriamo nel 2018. Ahinoi, forse in modo fin troppo modesto. Infatti, è proprio dalla Carta Costituzionale che possiamo ricavare l’architrave dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, nell’articolo 7. La mia opera ricostruisce tra l’altro, nel modo più completo possibile, il percorso che portò alla redazione di tale articolo durante i lavori dell’Assemblea Costituente. Percorso che fu irto di difficoltà e che vide la partecipazione attiva dei principali leader politici dell’epoca, da De Gasperi, Nenni e Togliatti fino a Vittorio Emanuele Orlando e Giuseppe Dossetti. Ma le ragioni che mi hanno spinto a dedicarmi a questo lavoro sono anche altre. Tramite il dipanarsi delle vicende che vedono sulla scena il Sommo Pontefice e il Capo dello Stato, il lettore può avere uno spaccato vivissimo dei settanta anni di storia repubblicana, le principali vicende che hanno visto protagonista il nostro Paese sono infatti in massima parte presenti. Dalle pagine del volume traspare l’esigenza di tornare ad avere una classe dirigente imbevuta di cultura storica e senso dello Stato e soprattutto di disinteresse personale nell’adempimento delle più alte funzioni pubbliche. Il Presidente Napolitano ha più volte denunciato “il preoccupante divorzio tra politica e cultura”. Personalmente condivido la sua preoccupazione e ritengo sia necessario riportare al centro del dibattito pubblico l’analisi storica, anche intorno alle vicende, ad esempio, del 2 e 3 giugno 1946 o al recente rientro in Italia delle salme di Re Vittorio Emanuele III e della Regina Elena, cui non a caso dedico spazio all’interno di Oltretevere. Peculiarità del mio studio è il dedicarsi ad approfondire due temi strettamente legati a quello principale, appunto i rapporti tra i Pontefici e i Presidenti della Repubblica: la storica visita di Giovanni Paolo II a palazzo Montecitorio, dove il Pontefice indirizzò al Parlamento riunito in seduta comune un importante allocuzione e il narrare le quattro visite dei Pontefici a palazzo Borromeo, sede fin dal 1929 dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Essendo intimamente convinto del valore e dell’importanza degli esempi ho voluto in conclusione dell’opera dare la parola ai protagonisti, raccogliendo le testimonianze di Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini sulla visita del Pontefice a Montecitorio, di Giorgio Napolitano sui rapporti da lui avuti con Benedetto XVI e dando ampio spazio ai ricordi dei due Pontefici, Papa Francesco e Benedetto XVI, che da due prospettive diverse ci raccontano il loro legame profondo e significativo con il nostro Paese. Il dialogo tra il lettore e i protagonisti delle vicende narrate continua poi anche grazie ai significativi contributi dell’Ambasciatore Antonio Zanardi Landi, che in modo affascinante ricorda la sua esperienza di Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede e di Mons. Stefano Sanchirico, cerimoniere della Prefettura della Casa Pontificia, che apre una finestra sul coinvolgente mondo delle cerimonie vaticane, fin dalle epoche più remote, arrivando a far comprendere il modus operandi di coloro che oggi hanno il privilegio di servire il Romano Pontefice quali suoi diretti collaboratori.

Come hanno convissuto, negli oltre 70 anni di storia della Repubblica, il Primate d’Italia e il primo Magistrato della Repubblica?
Rispondere a questa domanda è esattamente lo scopo che mi sono prefisso. I rapporti tra il Sommo Pontefice e il Presidente della Repubblica sono cosa diversa dai tradizionali rapporti Stato – Chiesa, come sono diversi dalle relazioni che i singoli governi hanno instaurato con gli esponenti di vertice della Santa Sede. Quirinale e Vaticano fin dal 1946 hanno instaurato le loro relazioni per un canale più diretto. I rapporti Stato – Chiesa, e quelli con i vari governi succedutisi, sfiorano il canale privilegiato che vede uniti Quirinale e Vaticano ma possono essere considerati dei comprimari. In momenti di forte tensione tra l’esecutivo e la Chiesa, i rapporti Papa – Presidente erano magari inaspettatamente positivi. Oppure, viceversa, i rapporti governo – Vaticano erano ottimi e ad essere tese erano le relazioni tra la CEI e il Quirinale. Se ne può avere un esempio pensando alla presidenza Cossiga, quando il Capo dello Stato nel febbraio 1992 rinviò alle Camere la legge che consentiva l’obiezione di coscienza ed introduceva il Servizio Civile. Il quotidiano Avvenire si spinse a chiedere le dimissioni del Capo dello Stato, Wojtyla invece gli confermò subito la sua stima. Insomma, si può dire che in questi settanta anni il filo che lega i due antichi palazzi non si è mai spezzato. Il suo scorrere si potrebbe definire una sostanziale armonia con momenti di dissonanza, che si realizza sui comuni valori che vedono uniti credenti e non credenti.

Come fu accolto Oltretevere l’arrivo al Quirinale di Giuseppe Saragat, primo Presidente laico della Repubblica?
È innanzitutto necessario chiarire un’ambiguità presente nella domanda: nell’accezione comune si usa utilizzare il termine “laico” come sinonimo di non credente o non cattolico. Tale definizione, che è sempre errata poiché si definisce laico chi non è un sacerdote, è ancor più errata quando ci si riferisce agli inquilini del Colle. Qui la parola “laico” non fa riferimento alle convinzioni religiose dei singoli Presidenti, come si potrebbe pensare, ma semplicemente al loro provenire o meno dalle fila della Democrazia Cristiana. Tanto per fare un esempio, i primi due Presidenti, Enrico De Nicola e Luigi Einaudi, sono definiti laici ma erano entrambi animati da una sincera fede religiosa. Altro esempio può essere quello di Carlo Azeglio Ciampi, anche lui laico per formazione e intimamente cattolico. Chiarita questa ambiguità vengo a parlare di Saragat. In Vaticano egli era visto senz’altro in modo non ostile, poiché aveva pubblicamente difeso l’operato di Pio XII durante il secondo conflitto mondiale. Nel 1961, da segretario del PSDI, scrisse un articolo dove apprezzava l’enciclica Mater et Magistra di Giovanni XXIII, con il quale aveva sviluppato un rapporto personale durante il periodo in cui Saragat era ambasciatore a Parigi e Roncalli era nunzio in quella stessa città (1947). Una volta salito al trono pontificio, Giovanni XXIII non dimenticherà Saragat, inviandogli un messaggio di cordoglio in occasione della scomparsa della moglie. Il Presidente, in seguito, ormai divenuto Senatore a vita, darà la sua testimonianza alla causa di beatificazione e canonizzazione di Roncalli. Per questi motivi dopo la sua elezione a Presidente della Repubblica Paolo VI accolse Saragat in Vaticano, nel giugno del 1965, in modo benevolo. Il Presidente in quella occasione pronuncia per la prima volta un discorso davanti al Pontefice. Tutti i suoi predecessori nelle analoghe circostanze si limitavano ad ascoltare l’allocuzione pontificia. A conferma della saldezza del loro rapporto, pochi mesi dopo Paolo VI, accogliendo un desiderio di Saragat, fa visita alla Fondazione intitolata alla memoria della moglie per benedirne personalmente la cappella. L’anno successivo, accogliendo Montini al Quirinale, Saragat arriva ad affermare che non vi sia campo in cui non si scorga il benefico riflesso “dell’insegnamento di cui la Chiesa è portatrice e divulgatrice”. Pochi anni dopo però, nel 1970, vi fu un attrito tra i due quando Montini di ritorno da un lungo viaggio, durante il quale aveva subito un tentativo di accoltellamento, rifiuta l’offerta di Saragat di accoglierlo in aeroporto, sdegnato per la firma del Presidente alla legge Fortuna–Baslini che introduceva in Italia il divorzio. Il Presidente con grande signorilità non volle dar seguito a quello che può considerarsi uno sgarbo da parte del Pontefice e nel suo ultimo anno di mandato non ebbe più occasione di incontrare Montini. Anni dopo incontrò Giovanni Paolo II in occasione della sua prima visita al Quirinale e il Papa polacco non volle far mancare parole di cordoglio in occasione della sua scomparsa.

Emblematici furono i rapporti tra il Presidente Pertini e Karol Wojtyla, fino alla sciata sulle nevi dell’Adamello.
Condivido lo spirito della domanda postami. Effettivamente quei rapporti possono davvero definirsi emblematici. Infatti, Wojtyla e Pertini avevano in comune almeno tre valori, per entrambi fondamentali: la profonda convinzione ideale nelle rispettive fedi, per Pertini il Socialismo, per Wojtyla la fede religiosa; l’aver lottato per liberare i propri Paesi, che entrambi amavano visceralmente, dalle dittature. Pertini essendo prima partigiano e poi vivendo per anni recluso nelle carceri fasciste, Wojtyla prima con il teatro clandestino, contribuendo a tenere così in vita la cultura polacca, poi più direttamente da Arcivescovo ausiliare di Cracovia, sfidando le gerarchie comuniste. Il terzo valore che li univa era la sacralità che entrambi attribuivano al concetto di amicizia e l’importanza che per loro avevano certi rapporti particolarmente significativi. Ora però, chiarito ciò che li univa, bisogna chiedersi cosa cambiò in quel periodo storico nelle relazioni tra il Sommo Pontefice e il Presidente della Repubblica? Ebbene, si accrebbe essenzialmente l’intensità dei loro rapporti. Gli scambi tra un Papa e un Presidente non erano mai stati prima così frequenti. Pertini, per sottolineare l’informalità del loro rapporto scelse, ad esempio, di recarsi in Vaticano in visita ufficiale, il 21 maggio 1984, indossando un sobrio e semplice abito scuro in luogo del frac e delle decorazioni di rito previste dal protocollo. La visita di restituzione di Wojtyla al Quirinale avvenne appena 12 giorni dopo, il 2 giugno. La ragione per cui le due visite avevano avuto una coincidenza temporale così ravvicinata deve ricercarsi nel contesto storico di quell’anno. Infatti, ancora una volta in febbraio, era stato firmato il nuovo Concordato Casaroli–Craxi, che aggiornava alla luce della Costituzione repubblicana da un lato e del Concilio Vaticano II dall’altro, il Concordato Gasparri–Mussolini dell’11 febbraio 1929. Le relazioni Pertini–Wojtyla devono leggersi nella cornice di questo nuovo strumento diplomatico. Tra l’altro, per un mero accidente della storia, in quel momento al vertice dello Stato c’erano due socialisti, Bettino Craxi a palazzo Chigi e Sandro Pertini al Quirinale. Socialisti diversissimi e per molti aspetti assolutamente imparagonabili. Possiamo dire quindi che Pertini e Wojtyla attestano le relazioni tra Papa e Presidente ad un livello dal quale non si tornerà più indietro. La formalità protocollare resterà ancora protagonista per alcuni decenni, ma essa comincia progressivamente a decrescere in misura inversamente proporzionale all’accrescimento dell’intensità delle relazioni tra il Primo Magistrato della Repubblica e il Primate d’Italia. Anche in questo, Pertini ha reso alle istituzioni della Repubblica un grande servizio.

Il libro contiene anche alcune pagine dalle agende private del Presidente Ciampi: cosa rivelano?
Per rispondere a questa domanda è necessaria una premessa: quando Carlo Azeglio Ciampi entra per la prima volta nel direttorio della Banca d’Italia, inizia la sua abitudine di scrivere su delle agende in modo sintetico, ma estremamente chiaro ed esaustivo, le sue giornate, i contatti, gli incontri avuti e i contenuti di questi, annotati per punti. Ben di rado in queste agende, a differenza ad esempio di quelle di Amintore Fanfani, possiamo trovare dei commenti. Perché Carlo Azeglio Ciampi intraprende questa abitudine? Egli lo fa perché da un certo punto della sua vita in poi si rende conto che le sue decisioni e il suo stesso agire iniziavano ad intrecciarsi con i destini del Paese. Pertanto, riteneva opportuno lasciare traccia di ciò che egli faceva come servitore dello Stato, ritenendo giustamente che l’agire di un uomo pubblico dev’essere sempre trasparente e chiaro e nulla deve restare riservato. Giunto al Quirinale continua questa sua consuetudine, possiamo quindi trovare la descrizione fedele dei suoi incontri riservati con esponenti di vertice della Santa Sede e della CEI – accolti spesso per occasioni conviviali o sentiti di frequente per telefono – e anche delle udienze e dei contatti telefonici con i due Pontefici che si sono succeduti durante il suo settennato, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, dei quali non manca di annotare con scrupolo i contenuti. Può aprirsi così una finestra su notizie importanti che contribuiscono ad accendere un faro sulle relazioni tra Papa e Presidente in quei difficili anni. Sono gli anni del terrorismo internazionale post 11 settembre, e Ciampi racconta ad esempio il suo incontro con Wojtyla, che aveva invitato ad Assisi nel gennaio 2002 tutte le religioni del mondo per pregare per la pace. Più dei singoli fatti narrati, pur rilevantissimi, quello che conta è che il Presidente, donando nel 2010 le sue agende all’Archivio Storico del Quirinale, consente agli storici di poter illuminare aspetti nuovi e mai indagati del suo settennato. Facendo un paragone, è noto che Giorgio Napolitano e Benedetto XVI si sono incontrati molte volte, sappiamo anche le circostanze che hanno occasionato tali incontri, ma sapere nel dettaglio, punto per punto, cosa si siano detti è una peculiarità esclusiva del settennato Ciampi. Ovviamente, attraverso le agende possiamo scoprire anche incontri di cui non vi è traccia né negli archivi vaticani, né in quelli del Quirinale, più che altro momenti conviviali in cui Giovanni Paolo II ospitava i coniugi Ciampi. Non avremmo mai saputo, ad esempio, che durante una colazione un alto esponente della Segreteria di Stato vaticana lamenta che un’eurodeputata olandese abbia fatto approvare un ordine del giorno a favore di legislazioni che tutelano aborto ed eutanasia. Si palesa la preoccupazione dei vertici della Santa Sede per questi provvedimenti, di cui Ciampi prende buona nota. Così come in una circostanza precedente si esplicita la preoccupazione del Vaticano perché sia garantita la parità giuridica ed economica alle scuole cattoliche. La reazione del Presidente è un limitarsi a far presente che il Parlamento aveva già approvato una legge che andava proprio in quella direzione. Insomma, grazie a Carlo Azeglio Ciampi il tradizionale velo di riserbo che ammantava questi colloqui è definitivamente caduto e chiunque, sfogliando quelle pagine, può assumere la veste di muto spettatore di quelli accadimenti.

Con quale Presidente, a Suo avviso, i rapporti tra le due sponde del Tevere sono stati più stretti?
Si può dire che nel 1999 inizia un periodo di relazioni strettissime tra Vaticano e Quirinale. Periodo nel quale, pur cambiando le figure di riferimento – a Giovanni Paolo II è succeduto Benedetto XVI e a Ciampi succede Napolitano – continua sulla stessa linea, quella di un dialogo ininterrotto sui comuni valori. Cambiano le occasioni che consentono questo dialogo: per Ciampi e Giovanni Paolo II erano preziose le colazioni ed i pranzi nel palazzo Apostolico, per Ratzinger e Napolitano erano altrettanto preziosi gli incontri che precedevano i concerti, offerti dal Presidente per rendere omaggio al Pontefice. Un momento in cui la vicinanza tra le due sponde del Tevere diventa palese ai più è senz’altro il 2011, l’occasione sono le celebrazioni per i 150 anni della nostra unità nazionale. Ratzinger invia all’inquilino del Colle un messaggio estremamente significativo; Napolitano pronuncia parole rilevantissime durante il suo discorso dinnanzi al Parlamento in quella solenne occasione. Indubbiamente momenti di convergenza forte vi furono anche con altri Presidenti. Si può far riferimento al più volte richiamato rapporto tra Pertini e Giovanni Paolo II o finanche al rapporto tra Paolo VI e Saragat, nel quale l’importanza che entrambi attribuivano al valore della pace – erano gli anni della guerra in Vietnam – avvicina ancora una volta le due sponde del Tevere. Esempio più recente di questo cammino comune può essere la costante attenzione del Presidente Mattarella e di Papa Francesco sul dramma dei fenomeni migratori del nostro tempo, oppure l’attenzione sincera che il Presidente ha dimostrato per l’enciclica Laudato Si’.  Si può dire che ciò che ha avvicinato di più Quirinale e Vaticano in questi settanta anni sono stati da un lato la “curiosità” intellettuale e il desiderio di conoscersi delle due personalità che dialogavano, dall’altro, appunto, la convergenza sui comuni valori quali la preoccupazione per le giovani generazioni, l’interesse – pur nelle diversità – al percorso dell’Europa, l’inquietudine per i conflitti che flagellano il mondo e le questioni umanitarie, l’attenzione alla tutela dell’ambiente e non ultime le tante questioni sociali, emergenze di ieri e di oggi nel nostro Paese.