“Oltre Pompei. Graffiti e altre iscrizioni oscene dall’Impero Romano d’Occidente” a cura di Stefano Rocchi e Roberta Marchionni

Dott.ri Stefano Rocchi e Roberta Marchionni, Voi avete curato l’edizione del libro Oltre Pompei. Graffiti e altre iscrizioni oscene dall’Impero Romano d’Occidente pubblicato da Deinotera Editrice. Il volume, una raccolta di antologia di graffiti e altre iscrizioni latine dal contenuto osceno, e per lo più erotico, offre – rispetto ad una concezione classicista – una rivisitazione del mondo classico originale e meno solenne: quale diffusione avevano, nel mondo romano, le iscrizioni parietali a carattere osceno?
Oltre Pompei. Graffiti e altre iscrizioni oscene dall’Impero Romano d'Occidente, Stefano Rocchi, Roberta MarchionniLe iscrizioni parietali erano diffusissime, pensiamo al fatto che i muri costituivano nel mondo romano un’enorme bacheca, per chi non aveva altro a disposizione. All’interno di questa categoria si distinguono da un lato i “tituli picti”, eseguiti per lo più da professionisti che, muniti di pennello e colore, eseguivano sui muri scritte su commissione, ad esempio manifesti elettorali, ma anche pubblicità per pensioni e ristoranti (volendo usare categorie di oggi). Insomma, i tituli picti rispondevano alle esigenze di una comunicazione ampia, ma al contempo mirata. Poi c’erano i nostri graffiti, eseguiti ‘graffiando’ la parete (ma anche oggetti come i vasi, ad esempio) con mezzi di fortuna, come la fibula, una specie di spilla, impiegata praticamente da tutti, donne e uomini (l’antichità non conosceva i bottoni!). Gli esecutori dei graffiti non avevano sempre molto da dire, spesso pochi minuti prima di mettersi a scrivere non pensavano nemmeno a farlo. Era un pensiero improvviso, nato da chissà quale stimolo, a portarli a fissare delle parole su un muro, un momento di rabbia per aver intravisto un nemico, l’idea di fare uno scherzo a qualcuno, spesso l’aver letto un graffito su un muro, che con la sua sola presenza invitava a rispondere. Ecco perchè i contenuti sono spesso di carattere osceno, perché nascono da un moto birichino, pensiamo alle scritte nei muri dei bagni di una scuola o dall’intenzione precisa di fare del male, colpendo duramente col solo mezzo che si aveva a disposizione, la parola scritta.

Come si componeva la categoria dell’osceno presso gli antichi?
A dispetto di una apparentemente immediata o intuitiva comprensibilità di ciò che è ‘osceno’, tanto nel mondo antico quanto in quello moderno, non è facile dare del concetto una definizione generale dai contorni netti. L’oscenità appare per lo più connessa con la rottura di tabù che proteggono le funzioni sessuali o escretorie del corpo, con la violazione di norme e comportamenti socialmente accettabili, con l’impiego, infine, di un linguaggio generalmente ritenuto inappropriato, cioè di un lessico ‘specializzato’ per dire l’‘indicibile’. Ad un’attenta analisi lessicale, il campo semantico dell’obscenum latino risulta così ampio da coprire tematiche come: erotismo e pornografia, con abbondanti riferimenti a organi (mentula, culus, cunnus, landica, os e anus) e atti sessuali (penetrazioni orali, vaginali, anali, masturbazione maschile e femmile, polluzione); insulti e gestacci, minacce e battute salaci; gesti o motti apotropaici; temi scatologici (feci, urina, flatulenze, mestruo, vomito), ecc.

Di quale utilità è, per la conoscenza della vita quotidiana del mondo romano, il corpus dei testi graffiti?
Di grande utilità, e non solo per la conoscenza della lingua parlata, di cui non avremmo, altrimenti, che misere testimonianze. Dal tipo di offese, ad esempio, si capisce quali erano i comportamenti considerati riprovevoli. L’omosessualità maschile veniva criticata se passiva e non se attiva, e questo lo dimostra il fatto che irrumare, che tradurremmo “metterlo violentemente in gola a qualcuno”, è un verbo con cui un maschio – diremmo alfa – ne minaccia un altro. Esiste una parola come cinaedus, tipico insulto rivolto ad un uomo che pratica sesso omoerotico passivo. Poi ci sono particolari poco appetitosi, a proposito delle abitudini dei romani nella latrina: vedi il graffito cacavi et culum non extersi (“ho cacato e non mi sono pulito il culo”). Ma pensiamo anche alla parodia di un’elegia (cunne, licet plores… “fica, piangi pure…”) che ricorda tanto certi fenomeni dei tempi nostri, gli adattamenti osceni di canzoni di successo. L’esempio qui citato è raffinato, il che ci fa capire che queste parodie erano il passatempo di persone con un discreto livello di cultura. E qui arriviamo ad un tema importantissimo: l’alfabetizzazione. I graffiti ci dimostrano che il livello di alfabetizzazione non era poi così basso come si potrebbe sulle prime pensare: proprio il fatto che molti siano sgrammaticati, ne individua gli autori come rappresentanti del ceto basso, e questi facevano errori, certo, ma sapevano scrivere.

In che modo le iscrizioni sottolineano la continuità e le analogie ma anche le differenze e la ‘lontananza’ tra l’uomo antico e quello contemporaneo?
Se pensiamo al fenomeno dei social e degli haters non abbiamo difficoltà a trovare paralleli tra il mondo romano ed il nostro. I contenuti sono gli stessi, i meccanismi pure, solo la tecnica e, di conseguenza, il margine di azione, sono cambiati, amplificando enormemente i messaggi. Non solo il bisogno di fissare un pensiero, un moto, il bisogno di sfogarsi, insomma, ci è ancora molto famigliare, ma anche certe le modalità: penso ai graffiti ‘botta e risposta’, dove un anonimo scrive qualcosa, il passante o il frequentatore del luogo legge e decide di aggiungere qualcosa di suo e così via. Meccanismi su cui si basa Facebook per intenderci: scrittura chiama scrittura. Così come il voler mettere alla gogna sociale qualcuno si esprimeva nello scriverne nome e presunte attività moralmente riprovevoli (per lo più sessuali). In alcune latrine antiche mancano solo i numeri di telefono, per intenderci. Forse una differenza è che sui muri del mondo romano sembrano venir screditati e umiliati più uomini che donne. Certamente una differenza notevole riguarda proprio le latrine, che potevano anche prevedere un’utenza mista, maschile e femminile. I romani poi non avevano il tabù della defecazione in pubblico, cioè in una sala comune sprovvista di divisori, diversamente dall’attitudine nei confronti della privacy nella cultura occidentale attuale. Del resto, a livello globale l’approccio al tema presenta anche oggi significative differenze culturali, sociali e antropologiche, come mostra l’interessante documentario di Thierry Berrod Toilettes sans Tabou (Francia, 2019).

Quali, tra le iscrizioni da Voi raccolte, ritenete di maggiore interesse linguistico o storico?
Da un punto di vista storico la più interessante è certamente una delle iscrizioni a stampo presenti sulle ghiande missili (proiettili da fionda) scagliate dagli eserciti di Ottaviano e di L. Antonio, fratello di Marco, durante la guerra di Perugia (41/40 a.C.). Si tratta di testi aggressivi e osceni all’indirizzo dei protagonisti dello scontro – Ottaviano, L. Antonio e la potente Fulvia, moglie di M. Antonio -, che risultano anche un formidabile strumento di propaganda politica orchestrata dall’alto. Da un punto di vista linguistico i testi antologizzati sono tutti piuttosto interessanti, e non solo per le testimonianze del cosiddetto “latino volgare”. Ad esempio, un gruppo di graffiti dal santuario di Diana Tifatina presso Capua, il più lungo dei quali presenta dettagliate istruzioni per un infuocato incontro sessuale, non presentano alcuna forma linguistica sub-standard, ma si segnalano per un prezioso e rarissimo vocabolo greco, che deriva dalla tradizione poetica dell’epigramma, e per un curioso insulto greco in lettere latine, che ha a lungo eluso la comprensione degli interpreti.

Quali forme, proprie della lingua popolare, assume il latino utilizzato nelle iscrizioni parietali?
Come già detto, il latino dei graffiti contiene sgrammaticature e errori “da matita blu” che permettono di farci un’idea, seppur vaga, di fenomeni linguistici sub-standard e ‘sommersi’ che dovevano caratterizzare i diversi livelli della lingua quotidiana parlata da ampi strati della popolazione già in età tardorepubblicana e protoimperiale nelle diverse regioni dell’impero. Nell’introduzione proponiamo un elenco di 25 fenomeni fonetici, morfologici e sintattici che possono essere senz’altro considerati come caratteristici del latino cosiddetto “volgare” o appunto sub-standard, secondo una terminologia più moderna.

Il volume inaugura una nuova collana scientifica, The Seeds of Triptolemus. È utile ampliare l’offerta degli studi sul mondo mediterraneo antico in un momento in cui i Classics sono oggetto di critiche anche dure?
Certamente, innanzitutto perché, nonostante la pressoché ininterrotta tradizione – almeno in Europa – degli studi sulle civiltà antiche e il fiorire di sempre nuove iniziative c’è ancora moltissimo da fare, in particolare in un’ottica interdisciplinare e di collaborazioni ad ampio raggio. Esattamente la direzione verso cui intende procedere la nuova collana, che si ispira nel nome ad un eroe mitologico viaggiatore e che nasce da una stretta collaborazione tra studiose e studiosi della Università di Pavia e della University of Cyprus provenienti da discipline (filologia, storia, archeologia, linguistica e storia del diritto) e con sensibilità culturali e approcci metodologici differenti (Chiara Carsana, Fabio Gasti, Maria Elena Gorrini, Maurizio Harari, Nikitas Hatzimihail, Demokritos Kaltsas, Theodoros Mavrogiannis, Fausto Montana, Margot Neger, Anna Panayotou, Elisa Romano, Georgios Xenis). In secondo luogo, è vero che lo studio dei cosiddetti “classici” è oggetto di critiche e polemiche, da quelle ricorrenti sull’utilità del latino e del greco o del Liceo Classico a quelle che hanno di recente infuocato il dibattito negli Stati Uniti, dove i Classics sono oggetto di dure critiche in quanto considerati strumento di classismo, razzismo e “whiteness”. È certamente doveroso sia seguire con attenzione questi dibattiti di estrema rilevanza, culturale e politica, sia non dare per scontato o per autoevidente – neppure in Europa – lo studio delle civiltà mediterranee. Ma va anche sottolineato che in Italia la scuola pubblica offre a tutti, gratuitamente e democraticamente, l’accesso a materie altrove considerate “esclusive” ed elitarie. Da ultimo, seppure non fossero vere le considerazioni già espresse, si potrebbe dire, parafrasando un proverbio arabo, che la nuova collana intende gettare il cuore avanti a sé e correre a raggiungerlo.

Stefano Rocchi insegna Filologia Classica e ricezione dell’antico all’Università degli Studi di Pavia. In precedenza ha insegnato e lavorato a Monaco di Baviera presso la Ludwig-Maximilians-Universität, il Thesaurus Linguae Latinae e il Monumenta Germaniae Historica e a Berlino presso il Corpus Inscriptionum Latinarum.
Roberta Marchionni lavora al Thesaurus Linguae Latinae di Monaco di Baviera. In passato ha insegnato all’Universität Hamburg e alla Freie Universität di Berlino e, sempre a Berlino, ha lavorato presso il Corpus Inscriptionum Latinarum.

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