“Oltre i confini. Le occupazioni italiane durante la Seconda guerra mondiale (1939-1943)” di Paolo Fonzi

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Dott. Paolo Fonzi, Lei è autore del libro Oltre i confini. Le occupazioni italiane durante la Seconda guerra mondiale (1939-1943) edito da Le Monnier: come si articolò l’occupazione italiana di Albania, Francia, Jugoslavia, Grecia e URSS tra il 1939 e il 1943?
Oltre i confini. Le occupazioni italiane durante la Seconda guerra mondiale (1939-1943), Paolo FonziGli eventi che condussero alla creazione di aree di occupazione italiana durante la Seconda Guerra Mondiale sono molto noti. Nel 1936 l’Italia, spinta da ragioni di ordine internazionale e dalle affinità ideologiche, si legò in un rapporto organico con la Germania nazionalsocialista per poi aderire, l’anno dopo, al patto anti-Comintern firmato dalla Germania e il Giappone. Negli anni successivi la convergenza tra i tre regimi che miravano a ribaltare l’equilibrio internazionale istituendo un “Nuovo ordine” nelle rispettive sfere d’influenza si accentuò sempre più. Questo processo culminò, dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nella conclusione del patto tripartito del settembre 1940 con cui i due fascismi europei riconobbero al Giappone la leadership in Asia, vedendo riconosciuta da questo paese la loro leadership in Europa.

I territori che divennero parte dell’impero europeo dell’Italia fascista furono conquistati in diverse tappe. L’Albania, l’unico stato europeo occupato dal fascismo senza l’aiuto tedesco e prima dello scoppio della guerra, fu occupata nell’aprile del 1939, anche se già dalla metà degli anni ’20 era divenuto una sorta di protettorato dell’Italia. L’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale al fianco di Hitler, con l’aggressione del 1940 a una Francia ormai sconfitta dal Terzo Reich, consentì all’Italia di prendere possesso di alcuni territori nel sud del paese. L’attacco alla Grecia dell’ottobre del 1940, nonostante si risolvesse in una penosa sconfitta per l’esercito italiano, portò nell’aprile del 1941, dopo che il Reich era intervenuto in aiuto di Mussolini, a un notevole ampliamento delle zone di occupazione italiane, con l’aggiunta di territori della Jugoslavia, smembrata dalle potenze dell’Asse secondo linee etno-nazionali, e della Grecia. Nel 1941, quando l’Italia prese parte alla campagna a est lanciata da Berlino, si aggiunsero infine alcuni territori occupati in URSS.

Nel 1941 l’Italia aveva così sotto il proprio dominio una regione ampia e dotata di una discreta continuità geografica (se si eccettuano i territori occupati dell’URSS che, a causa della distanza e della guerra, che in quel paese non giunse a conclusione, rimasero un corpo separato). Nei mesi precedenti, diverse istituzioni italiane – ad es. l’esercito e il Ministero degli Affari Esteri – stesero memorandum in cui si cercava di immaginare come l’Italia fascista avrebbe strutturato il suo impero dopo la vittoria. È un processo simile a quello verificatosi in Germania nel 1940, quando, dopo la vittoriosa campagna ad occidente, il Reich assunse in modo repentino un ruolo egemonico del “grande spazio” europeo. L’Italia, sebbene avesse subito cocenti sconfitte e avesse ormai assunto una posizione subordinata nei confronti della Germania, sviluppò da allora una propria politica volta a porre le basi del Nuovo Ordine fascista. I nuovi territori europei venivano ad aggiungersi alle conquiste africane di pochi anni prima, creando uno spazio integrato sotto il dominio fascista. Veniva a realizzarsi quella che definirei una “metafora ideologica” centrale del fascismo, l’ideale del mare nostrum, uno spazio imperiale italiano centrato sul Mediterraneo che ridava vita, secondo il mito della romanità su cui si imperniava l’ideologia fascista, all’antico Impero Romano.

Chiamo “metafora ideologica” quest’idea guida perché, analizzando i piani stesi in quel periodo, si capisce che non era stato steso un progetto compiuto e non si trova una chiara definizione degli obiettivi di guerra italiani. Vi fu piuttosto un accumulo di progetti imperniati su alcune idee guida centrali. L’imperialismo italiano dava grosso valore all’Albania, che nel 1941 ottenne l’annessione del Kosovo jugoslavo, realizzando così l’obiettivo di far coincidere i confini etnici con quelli politici. L’Albania era considerata, sin dagli anni ’20, come una sorta di testa di ponte verso l’oriente e, elemento che divenne particolarmente rilevante nel 1941, come una sorta di bastione anti-slavo. Per quanto riguarda la Jugoslavia, si prevedevano lo spostamento a est del confine fiumano e l’annessione della Dalmazia fino al confine “geografico e storico, da noi richiesto e non concesso se non parzialmente – per opposizione della Russia – nelle trattative che precedettero il patto di Londra”. Si prospettava inoltre la divisione di questo paese in stati dal chiaro profilo etno-nazionale. Infine per la Grecia si prevedevano l’amputazione di una parte di territorio a nord ovest, da annettere all’Albania, e l’annessione all’Italia delle Isole Ionie.

Il punto, forse, meno definito nella percezione dei pianificatori fascisti, era proprio l’integrazione tra i territori africani e quelli europei. Negli anni ’30 tra gli intellettuali fascisti si era diffuso il concetto di Eurafrica, un progetto secondo cui gli stati europei avrebbero dovuto cooperare per riformare e rendere più efficiente il modello di dominio coloniale degli europei sull’Africa. Nei progetti a cui facevo riferimento queste elaborazioni intellettuali non ebbero, però, un peso particolare e i domini coloniali rimasero nettamente distinti da quelli europei. Non vi furono probabilmente né il tempo né le risorse per avviare una progettazione organica e stilare piani più dettagliati. Lo stesso Terzo Reich nazionalsocialista, che nel 1941 avviò una pianificazione strutturata dei propri obiettivi nell’Europa orientale, non fissò mai delle linee guida definite per il Nuovo ordine europeo. Entrambi i regimi scontavano una connaturata ostilità verso la fissazione dei propri obiettivi ideologici, derivante dalla cultura vitalista e organicista di cui si nutrivano e dalla tendenza a privilegiare il culto della personalità carismatica rispetto alla cristallizzazione di sistemi di pensiero coerenti. In entrambi questi sistemi però si svilupparono “metafore ideologiche” molto simili. Esse derivavano da una cultura diffusa, una cornice di riferimento che informava le azioni dei protagonisti. Concetti come spazio vitale, impero, grande spazio, infatti, si ritrovano nei progetti dello stato maggiore dell’esercito, di alcuni amministratori dei regimi di occupazione fascista fino ai piani di un tale ingegner Ferrari, un personaggio altrimenti ignoto, che nel maggio del 1941 inviò al Ministero degli affari esteri degli “Studi per un nuovo impero romano”, ancora conservati negli archivi del ministero.

Quali progetti per la formazione di uno spazio imperiale fascista nel Mediterraneo coltivava il regime e quali ragioni di ordine geopolitico li motivavano?
Gli obiettivi di politica estera del fascismo furono in buona parte ereditati dal periodo liberale. Se guardiamo alle conquiste territoriali che l’Italia si aspettava dalla Prima guerra mondiale, fissate nel Patto di Londra del 1915, notiamo un notevole livello di continuità con le politiche della Seconda guerra mondiale. Nel patto si prospettava in primo luogo l’annessione del Trentino, del Tirolo Cisalpino, di Trieste, Gorizia, Pola, l’Istria, Zara e delle città popolate da italiani della costa centrale dalmata. Si prevedeva inoltre l’annessione all’Italia di ampie regioni dell’hinterland dalmata, l’imposizione della piena sovranità italiana su Valona e sulle isole del Dodecaneso, occupate militarmente dalla guerra contro la Turchia, e di un protettorato italiano in Albania. Sono, insomma, gli stessi territori che nel 1939-41 l’Italia avrebbe posto sotto il proprio controllo. Se escludiamo le colonie africane, il fascismo non aggiunse molto a questi obiettivi di politica estera che, sebbene non rappresentassero le aspirazioni di tutta la leadership italiana, esprimevano certamente i desideri dei suoi settori più accesamente nazionalisti. La realizzazione di questo programma avrebbe portato l’Italia a inglobare molte popolazioni non italiane e a fare dell’Adriatico un “lago italiano”. La strada attraverso cui si giunse a quel punto di arrivo, però, fu lunga e tortuosa. Mussolini praticò inizialmente una politica estera moderata per poi imboccare, nella seconda metà degli anni ’30, una linea più aggressiva soprattutto nei confronti di Albania e Jugoslavia. Quest’ultima era uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione dei progetti imperiali fascisti e Roma non ebbe remore a finanziare movimenti terroristici il movimento macedone VRMO e gli ustascia croati di Ante Pavelić. Nella seconda metà degli anni ’30 si consolidò il fronte delle potenze revisioniste, con la Germania e il Giappone, e questo avvicinò l’Italia alla realizzazione dei propri progetti imperiali che si ebbe poi con la guerra.

Quali similitudini esistono tra l’imperialismo fascista e quello delle altre potenze dell’Asse?
Una parte della storiografia ha negato che tra le potenze dell’Asse vi fosse più che una semplice convergenza d’interessi ed ha dato molto rilievo alle differenze e, soprattutto, ai conflitti tra le potenze dell’Asse. Questo non è del tutto sbagliato. I Balcani furono, ad esempio, un territorio di attrito fra Italia e Germania e quando la leadership italiana decise nell’ottobre del 1940, dall’oggi al domani e senza adeguata preparazione militare, di invadere la Grecia lo fece anche per mostrare ai tedeschi di essere capace di agire in piena autonomia e per riconquistare prestigio nei confronti dell’alleato in un’area in cui la Germania era riuscita a penetrare con mezzi economici a partire dai primi anni ’30. Insomma, il timore dell’ingerenza tedesca fu certamente molto vivo nel fascismo. Inoltre, molti storici hanno negato all’alleanza con il Giappone una vera e propria efficacia e hanno sottovalutato le affinità ideologiche tra il Giappone e i paesi fascisti europei.

Questa visione è stata, per molti versi, abbandonata dalla ricerca più recente, una storiografia a cui mi sono ispirato molto nello scrivere il libro. Nonostante le differenze e i conflitti tra i suoi protagonisti, l’Asse fu espressione di una cultura comune. Fu il tentativo di ripensare l’ordine internazionale partendo da un rigetto dell’ordine liberale ottocentesco e di quella che i fascisti ritenevano essere la riproposizione del vecchio mondo sotto nuove spoglie, cioè il wilsonismo. Questa tensione è evidente in tutti i paesi dell’Asse, anche se le ricerche su questo non sono ancora molto sviluppate. I concetti guida – le “metafore ideologiche” di cui parlavo prima – furono comuni. La leadership giapponese adottò durante la guerra la nozione di “sfera di co-prosperità”, uno spazio integrato dal punto di vista economico e politico comprendente l’Asia Orientale e Sudorientale. Questa nozione affondava le proprie radici nel rigetto, diffusosi nella cultura giapponese degli anni Trenta, dell’ordine di “Versailles-Washington” basato sui principi wilsoniani. Non è un caso che la prima sfida all’ordine internazionale del dopoguerra venisse proprio dal Giappone con l’invasione della Manciuria del 1931 e il successivo ritiro dalla Società delle Nazioni. Si trattava di una reazione alla crisi dell’integrazione internazionale verificatasi in seguito alla Prima guerra mondiale, a cui le culture fasciste intendevano porre rimedio, ripensando il rapporto tra nazione e capitalismo. A quest’aspetto diedero molta importanza alcuni pensatori coevi, come ad esempio Karl Polanyi che considerava il fascismo una risposta alla crisi istituzionale, verificatasi nel rapporto tra capitalismo e stato, prodottasi negli anni ’30.

Quali modelli di integrazione dei territori occupati nell’impero italiano furono adottati?
Alcuni dei territori invasi nel 1939-41, come la Dalmazia e la provincia di Lubiana furono direttamente annessi al Regno d’Italia, seppur in modo diverso. La Dalmazia divenne un governatorato autonomo sul modello del Protettorato di Boemia e Moravia istituito del Reich nei territori dello stato Cecoslovacco. Il governatore, Giuseppe Bastianini, aveva facoltà di estendere al territorio del proprio governatorato la legislazione italiana. Animato da un forte razzismo anti-slavo, Bastianini attuò una politica di violenta italianizzazione del nuovo territorio, per avviare la sua piena integrazione nel Regno d’Italia. Nonostante notevoli differenze nel livello di violenza praticata, vi sono nella politica italiana in questa regione alcune similitudini con quella attuata dai tedeschi nelle zone della Slovenia annesse al Reich. Anche in quel caso la politica di occupazione era il precipitato di tensioni etniche, di stereotipi antislavi e di una cultura di frontiera di vecchia data. Lubiana, invece, divenne una provincia autonoma del Regno. L’alto commissario Emilio Grazioli mirò ad integrare le élites slovene nel sistema di potere italiano, creando un organo di rappresentanza locale con poteri consultivi. Nonostante questi tentativi fossero messi da parte presto, in seguito all’insorgere della resistenza, essi fanno capire che l’Italia percepiva diversamente quelle aree, riconoscendo che la sua presenza culturale era in essi, di fatto, molto tenue. Altri territori furono integrati nello spazio imperiale italiano nella forma dell’unione monarchica personale, furono cioè sottoposti alla monarchia italiana. Questo modello, molto criticato dai tedeschi che lo ritenevano un retaggio del passato, fu applicato, ad esempio, in Albania. Si pensava di utilizzarlo anche in Montenegro, che nei piani italiani doveva diventare un paese indipendente, e in Croazia. Per diversi motivi, però, entrambi i progetti fallirono. Nella maggior parte dei restanti territori fu introdotta una forma di occupazione militare pura. Furono, cioè, insediati governi nazionali su cui i rappresentanti italiani esercitavano forme di “tutela” in diversi modi, per lo più con mezzi informali. E’, questo, il caso della Grecia. Qui gli italiani avrebbero voluto insediare un commissario italiano, ma i tedeschi misero un veto su questo progetto e dunque Roma dové accettare la formazione di un governo greco “con tutti i crismi”, come lamentava Galeazzo Ciano nel suo diario.

Al di là di tali differenze di tipo giuridico-formale, le forme di integrazione dei territori occupati nell’impero italiano si differenziavano soprattutto per il grado di valorizzazione dell’elemento autoctono, delle élites locali nella gestione del potere. Vi erano delle forme di governo diretto, come la Dalmazia, dove si cercò il più possibile di marginalizzare l’elemento locale e di insediare nell’amministrazione personale del Regno, imponendo l’uso della lingua italiana nell’amministrazione. Al lato opposto vi è l’Albania, in cui, invece, si valorizzò per molti versi la cultura locale, imponendo addirittura una forma di “neo-tradizionalismo” in controtendenza rispetti ai tentativi di modernizzazione del periodo fra le due guerre. Si riprodussero molte delle istituzioni fasciste, creando, ad esempio, un Partito Fascista Albanese. Nonostante gli italiani accettassero solo molto tardi che si costituisse una gendarmeria albanese, personale locale fu ampiamente utilizzato nell’esercito italiano. In generale, gli italiani ebbero grosse difficoltà a reperire il personale necessario a governare territori così vasti. Furono quindi necessari consistenti adattamenti dei progetti iniziali. In primo luogo nei territori italiani prevalse l’esercito che, in assenza, di personale civile, assunse la guida in molti territori. In Italia questa era una prassi consolidata di dominio imperiale, già sperimentata nelle colonie. La prevalenza delle strutture militari nei territori occupati non era certamente assente nel caso tedesco, ma non era così estesa. Soprattutto in Europa orientale i tedeschi impiegarono discrete quantità di personale civile per governare i territori occupati. Nel caso italiano, invece, questo tipo di misure fu preso solo in pochi casi. Le risorse italiane erano ridotte, non vi erano comunità di italiani consistenti a cui fare ricorso per reperire personale amministrativo fidato e non si riuscirono a inviare molti uomini dal centro. Con ciò veniva alla luce la debolezza del legame tra l’Italia e il suo spazio di proiezione imperiale. La Germania aveva sviluppato con l’Europa orientale e parte di quella sud-orientale intensi legami dovuti alla consistenza di grosse comunità di tedeschi etnici, a reti informali costruite negli anni ’20 e ’30.

Nei territori italiani fu necessario fare ampiamente ricorso all’amministrazione locale e, in alcuni paesi, a governi locali. Queste forme di governo indiretto risultarono una grossa fonte di grattacapi, perché i politici locali, piuttosto che eseguire le direttive italiane, mostrarono una notevole autonomia. Gli stessi militari svilupparono sul terreno politiche che si differenziavano o addirittura contraddicevano i progetti iniziali del fascismo. Insomma, la realtà fu molto diversa dai piani e fu determinata da esigenze di governo del territorio cui si pose rimedio con molta flessibilità. Lo stesso Bastianini non poté fare a meno di mantenere personale non italiano in Dalmazia, perché non riusciva a procurarsi un numero di funzionari sufficienti dall’Italia.

In parte simili problemi si ritrovano anche nei territori occupati dai tedeschi, e sono sempre stati presenti nelle occupazioni di territori stranieri. Persino nel Governatorato Generale, la parte della Polonia non annessa che i tedeschi mirarono in una certa fase della guerra a germanizzare, si dové fare ricorso a livello locale a personale non tedesco. Forse ciò che maggiormente distingue le politiche di occupazione dei due regimi è il fatto che i tedeschi fecero ricorso a strutture di potere molto flessibili, spesso decisamente caotiche, ma, in fin dei conti, rispetto a quelle italiane più tendenti a radicalizzare i progetti ideologici iniziali che ad attenuarli. Lo “stato precario”, come molti storici hanno caratterizzato la gestione nazionalsocialista del potere, funzionava, dal punto di vista degli obiettivi del regime, molto meglio delle tradizionali strutture di potere utilizzate dagli italiani.

Quali dinamiche interne alle società occupate condussero alla nascita della resistenza, e come rispose l’Italia?
I paesi occupati dall’Italia andarono soggetti molto presto a violente crisi economiche e sociali. Ciò derivò da diversi fattori. In primo luogo erano le stesse strutture create dagli italiani a non essere funzionali al loro dominio. Gli italiani vollero la formazione di uno stato croato governato dal movimento ustascia di Ante Pavelić. Il nuovo governo nutriva progetti di dominio etnico all’interno del paese ed avviò una campagna di violenta persecuzione delle componenti serba, rom e ebrea. Si trattò di uno dei casi più notevoli, nell’Europa occupata, di politica di sterminio condotta in forme molto radicali e autonome da un governo collaborazionista. Presto gli italiani sentirono il bisogno di limitare la sovranità di quello stato che loro stessi avevano voluto erigere. La violenza scatenata dagli ustascia era poco funzionale agli obiettivi italiani. Inoltre Pavelić entrò in conflitto con gli italiani su importanti questioni territoriali, perché cercava di contrastare l’annessione italiana della Dalmazia. La violenza e la crisi economica determinarono il collasso delle strutture dello stato e in diverse zone del paese si ebbero violente crisi alimentari. Infine il monopolio della violenza passò dallo stato alle milizie, sia di ustascia che di serbi, e ciò rese il paese ingovernabile. Tutto questo fece mutare la politica italiana che iniziò a supportare le unità armate di serbi formatesi spontaneamente in risposta alle aggressioni croate.

Seppur seguendo una dinamica diversa, un fenomeno simile avvenne in Grecia. Il paese fu colpito da una crisi economica molto acuta, soprattutto in campo alimentare, che determinò il collasso delle strutture amministrative. Il governo greco diventò molto preso il governo di Atene, incapace di raggiungere le zone periferiche. Sappiamo meno dell’Albania, su cui gli studi sono ancora agli inizi, ma anche qui è evidente il diffondersi della crisi alimentare, soprattutto nelle aree del sud dove nel 1940-41 si combatté la guerra tra italiani e greci, e del brigantaggio.

Tutto questo non era sufficiente a determinare la nascita della resistenza, ma contribuì molto alla sua formazione. In tutti questi casi forme di insurrezione armata nacquero in modo abbastanza spontaneo e solo successivamente vennero egemonizzate dai partiti comunisti. In Albania, al momento dell’occupazione, il partito comunista non esisteva ancora e si formò solo nel novembre del 1941. Qui la dinamica fu evidentemente contraria a ciò che tradizionalmente si considera il naturale processo di formazione di un movimento politico-militare. Non fu, infatti, il partito comunista a determinare la resistenza, quanto l’insurrezione a determinare l’espansione del partito comunista e, soprattutto, la sua penetrazione nel mondo dei contadini che costituirono il nerbo degli eserciti di liberazione nazionale. In parte questa espansione – si tenga presente che i partiti comunisti erano presenti quasi solo nelle città e che in molti casi avevano pochi rapporti con le campagne e le aree interne – fu determinata dalla capacità di tali movimenti di creare delle forme di “governo” alternativo, creando forme di assistenza agli indigenti, ridistribuendo i beni, reprimendo con efficacia il brigantaggio. La resistenza non fu solo un esercito popolare ma anche una forma di proto-stato, che liberava intere aree, le sottraeva alla sovranità degli stati collaborazionisti e istaurava forme di gestione del territorio molto articolate. Pertanto, accanto ad altri motivi determinanti – l’opposizione allo straniero, le promesse di maggiore eguaglianza sociale – la vittoria dei movimenti resistenziali fu il prodotto di quella crisi sociale ed economica di cui abbiamo parlato e della capacità dei movimenti resistenziali di porvi rimedio.

L’esercito italiano rispose a tutto questo con feroce repressione. Tra le forme più usate per indurre le popolazioni locali a non appoggiare i partigiani vi fu l’internamento. Non abbiamo ancora numeri precisi, ma sappiamo con sicurezza che decine di migliaia di civili stranieri furono internati in campi di concentramento creati nelle regioni occupate o in Italia. Con l’internamento non si intendeva provocarne la morte, ma le condizioni di vita erano molto dure, in alcuni casi ai limiti della sopravvivenza. La fame e il freddo mietevano molte vittime, come nel campo di Arbe dove, secondo una stima affidabile, morirono circa 1.500 persone. La repressione fu attuata anche tramite campagne di controguerriglia, nelle quali venivano spesso fatti oggetto di violenza anche i civili. Infine, tra gli strumenti di repressione degli italiani vanno annoverati anche i danni materiali. Distruzione di villaggi, di risorse alimentari in zone che, secondo gli italiani, davano aiuto ai partigiani portavano alla fame e alla morte degli abitanti. Le vittime, inclusi donne e bambini, vagavano per settimane nei dintorni dei propri villaggi distrutti o erano costretti a vivere in grotte. Questi eventi sono ancora vivi nelle memorie locali dei villaggi vittima di distruzione. Alcuni anni fa, sono rimasto fortemente colpito da un documentario, girato da alcuni film-maker indipendenti in Grecia, costituito da interviste agli abitanti del villaggio di Davleia, sulle pendici del Parnaso, distrutto dall’esercito italiano nel maggio del 1943. Sapevo dai miei documenti di quella “operazione di rastrellamento” ma non immaginavo che la popolazione locale ne avesse conservato una memoria così viva. Nonostante non vi fossero molte uccisioni – gli abitanti erano tutti fuggiti sulle montagne circostanti all’avvicinarsi degli italiani – l’incendio del villaggio è divenuto il perno della memoria collettiva dei suoi abitanti e viene commemorata ogni anno.

Quale memoria serbò l’Italia del dopoguerra delle sue occupazioni?
Il caso di Davleia che ho appena narrato è un buon ponte per legare la domanda precedente a questa. La risposta, seppur semplificando un po’, è che in Italia fino a pochissimi anni fa le occupazioni sono state semplicemente dimenticate. Quest’osservazione vale sia per la memoria pubblica sia per la storiografia. Se la storiografia ha riscoperto il tema delle occupazioni solo a due decenni, la memoria pubblica continua a ignorarlo. Nella costruzione della memoria collettiva della Seconda guerra mondiale l’Italia continua a privilegiare quegli episodi in cui gli italiani sono stati vittime e non quelli in cui sono stati carnefici. È un fenomeno comune a molti paesi, una strategia di “auto-vittimizzazione” che in Italia domina ancora incontrastata. La formazione di questo tipo di memoria è, in parte, riconducibile all’assenza di procedimenti giudiziari contro i responsabili di crimini di guerra nei territori occupati. I governi dei paesi che erano stati occupati chiesero dopo l’8 settembre del 1943 l’estradizione di italiani accusati di crimini di guerra e intendevano processarli. Il governo italiano, con l’appoggio degli Alleati, non ne consegnò neanche uno. Entro il 1948 tutti gli stati vittime dell’aggressione italiana avevano rinunciato a tali richieste e l’Italia ne approfittò per stendere un velo di silenzio sul passato. Se quei processi si fossero tenuti la nostra memoria sarebbe probabilmente diversa.

In tempi molto recenti associazioni, cittadini, studiosi hanno cominciato a portare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo problema, chiedendo di istituire delle date commemorative in cui si ricordino i crimini italiani. Si vedrà nei prossimi anni se le istituzioni continueranno a ignorare tali richieste o se decideranno di favorire una presa di coscienza profonda. Sarebbe molto importante istituire almeno una giornata commemorativa di tali eventi.

Quale percorso storiografico ha condotto al risveglio degli studi sulle occupazioni italiane durante la Seconda guerra mondiale?
La maggior parte degli storici, come dicevo, fino a vent’anni fa non è sono comportata molto diversamente dagli amministratori delle politiche della memoria. Il primo studio complessivo sulle occupazioni italiane è stato pubblicato nel 2003. Negli anni precedenti erano apparse monografie su specifici paesi, soprattutto sulla Jugoslavia. Fino alla pubblicazione di un volume di Giovanni Villari, pochi mesi fa, il lettore italiano non aveva un solo studio scientifico complessivo sull’occupazione italiana dell’Albania. Il risveglio dell’interesse su questo tema è stato determinato da diversi fattori. Da un lato il 1989 ha portato in molti paesi ad una sorta di ribaltamento di regimi di memoria consolidati producendo mutamenti che, indirettamente, hanno interessato anche il tema delle occupazioni. Fino a quella data la guerra combattuta dall’Italia dopo l’8 settembre 1943 aveva svolto un ruolo preponderante nella memoria degli italiani, mettendo in ombra gli anni precedenti del conflitto. La fine della prima repubblica ha investito la memoria collettiva, determinando una ripresa del dibattito intorno al ruolo del fascismo nella storia del paese. L’abbandono della pregiudiziale verso le forze post-fasciste ha fortemente contribuito a questa ripresa. In parte vi sono stati anche mutamenti culturali più silenziosi. Rispetto a trenta anni fa gli storici hanno una prospettiva più internazionale e quindi studiano la storia dell’interazione tra l’Italia e altri paesi con uno sguardo diverso e al di là della sola storia diplomatica. Inoltre per decenni la storiografia italiana e quella dei paesi che l’Italia ha occupato hanno comunicato pochissimo fra loro, a causa di una generale debolezza dei transfer interculturali e della scarsa conoscenza di lingue straniere in tutti i paesi coinvolti. Da alcuni anni tutto ciò sta cambiando, anche se la storiografia italiana a mio parere deve ancora percorrere della strada in questa direzione. Infine non va dimenticata l’accessibilità delle fonti d’archivio. In Italia si è dato accesso alla documentazione solo con molto ritardo e ci si scontra ancora con enormi problemi. Chi conduce ricerche in paesi come la Germania, l’Inghilterra, la Svizzera e la Grecia, come ho fatto io, è colpito dall’enorme ritardo del nostro paese in campo archivistico. In molti casi in Italia si combatte ancora per avere accesso a fonti del periodo della Seconda guerra mondiale. In linea teorica dovrebbero essere accessibili, ma tra teoria e prassi c’è un abisso. Molti archivi rendono difficile o impediscono del tutto l’accesso agli studiosi per mancanza di risorse ma anche per scarsa sensibilità nei confronti dell’importanza di una ricerca storica indipendente. La memoria del proprio passato – un ambito a cui appartiene necessariamente anche l’apertura degli archivi – è lo specchio della cultura democratica di un paese. In questo campo abbiamo ancora molto lavoro da fare.

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