Oliviero Diliberto Prof. Oliviero Diliberto, come definirebbe la Sua passione per i libri: bibliofilia, bibliomania, o come?
Entrambi non mi sembrano i termini adatti per descrivere ciò che provo per i libri. Il bibliofilo potrebbe infatti collezionare, con la stessa bramosa passione, maioliche o libri, francobolli o incunaboli, bottiglie di profumi o antiche carte geografiche. Si tratta di un gusto che non mi appartiene. Preferisco il termine di bibliografo. Non conta, infatti, il volume in sé, ancorché raro. È interessante, viceversa, ciò che il volume ha dietro di sé: conoscere chi lo ha concepito e scritto, chi lo ha stampato, chi lo ha diffuso (non di rado a prezzo di spaventosi rischi), chi lo ha avuto presso di sé, magari segnandolo con una nota di possesso o annotandolo a margine, ma anche chi lo ha eventualmente sottratto, censurato, occultato, lacerato o distrutto. I libri hanno destini singolari. Seguono percorsi tortuosi, vie carsiche: quelli che una volta erano collocati in biblioteche pubbliche e da esse sono stati sottratti; quelli appartenenti a raccolte private, in seguito smembrate dagli eredi; quelli ripudiati dagli stessi autori; quelli dispersi con il fallimento degli editori. Questi libri, non di rado, riemergono in luoghi e tempi spesso del tutto imprevedibili. Ricostruire tali vicende è il compito – e la gioia – del bibliografo. Un’avventura intellettuale straordinaria. Storia di libri e storia di grandezze e miserie umane.Ogni volume diventa, così, in qualche modo, unico ed irripetibile. La bibliografia “militante” non consente canoni o gerarchie. Non è tolemaica, ma – come ho scritto altrove – drasticamente copernicana, democratica e aristocratica insieme: la democrazia della cultura, che per esser tale deve poter essere fruita da tutti, insieme all’aristocrazia del gusto e dell’intelligenza, che della prima rappresentano indispensabile corollario. Ciò che mi anima non è, pertanto, neppure semplicemente collezionismo. Il collezionista si limita infatti alla caccia, al successivo possesso, alla cura e alla disposizione dei manufatti. Li accarezza, li ammira, li mostra. Ne è magari geloso, soffre di fronte a collezioni superiori alla sua. Ma il collezionista può anche non sapere nulla degli oggetti che ama: come i bibliofili che raccolgono “cinquecentine” senza leggerne una riga (ne ho conosciuti molti…). È la stessa differenza che corre tra un filatelico (che raccoglie ed ordina i propri francobolli) e uno studioso di storia postale. Quest’ultimo non può limitarsi, infatti, all’esame del francobollo in quanto tale. Studia invece il contesto in cui il francobollo medesimo è inserito. La busta, i timbri di partenza e di arrivo, il mittente e il destinatario, persino le grafie e le filigrane della carta e così via. Per svolgere questa ricognizione complessiva, lo studioso di storia postale non deve pertanto consultare solo i cataloghi dei francobolli con le relative valutazioni, bensì deve possedere significative nozioni di storia, geografia, cartografia, ma anche di storia militare (il fronte bellico, con le relative sacche di lettere e timbri, si sposta sulla base delle avanzate o delle ritirate: si pensi alla Grande Guerra), di geo-politica internazionale (avete presente i francobolli con gli annulli speciali per le colonie, i protettorati o gli stessi cambiamenti di regimi politico-istituzionali: anche in questo caso, rimanendo in Italia, si rifletta a cosa successe alle poste con l’8 settembre del ’43, l’Italia divisa, due regimi politici opposti, gli stessi francobolli modificati da Salò per chiarire che l’immagine di Vittorio Emanuele veniva “annullata” dal bollo “Repubblica Sociale Italiana”. Si potrebbe continuare, ovviamente, a lungo). Per i libri (per il bibliografo e non per il bibliofilo) vale la stessa cosa.

Quando è nato il Suo amore per i libri?
È incominciato prestissimo: prima di saper leggere e scrivere. Un imprinting del tutto particolare. Mio nonno, nella cui casa sono nato e cresciuto da bambino, era stato disegnatore del catasto. Le mappe, nella prima metà del secolo scorso, si facevano completamente a mano, su meravigliose pergamene, con chine ed inchiostri di tutti i colori. A casa, ve ne erano di sontuose. Poi, una volta in pensione, egli arrotondava il sicuramente magro emolumento, dedicandosi a lavori da “amanuense”, miniature e “illuminazioni” d’occasione. Ricordo, ad esempio, i frontespizi delle tesi di laurea, interamente disegnati, con capilettera fantastici, ornati floreali, puttini. Esattamente come nei manoscritti medioevali. Gli odori di quelle carte e delle chine, a distanza di più di cinquant’anni, li ho ancora nelle narici. Ho, pertanto, amato le “antiche carte” prima ancora di saper leggere e scrivere. Come il colonnello Aureliano Buendia – di fronte al plotone d’esecuzione, nell’incipit formidabile di Cent’anni di solitudine – ricordava quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio, io rammento mio nonno chino sulle pergamene, come un amanuense nella biblioteca de Il nome della rosa. Poi, sono arrivate le prime visite nelle librerie della mia città natale, Cagliari. Mi ci portava mia madre, che insegnava storia e filosofia nei licei cittadini. Luoghi, allora, le librerie, non solo di “spaccio” di volumi, ma territori elettivi di conversari più o meno colti, dove l’intellettualità cittadina si interrogava, avida e curiosa, su quanto l’editoria proponeva: gli autori, le critiche, i premi. Luoghi d’incontro e di socialità letteraria, dunque. Di colto pettegolezzo, di amicizie o magari anche di rivalità o invidie feroci, a stento celate da un certo perbenismo di facciata, sottile ipocrisia provinciale. Ne rimangono ancora alcune, librerie di tal fatta, soprattutto nei piccoli centri del Sud d’Italia. Le ho raccontate in un fortunato libretto di qualche anno fa (I Libronauti. Viaggio per librerie in Italia e nel mondo, Aliberti, Reggio Emilia 2007): poche, ahimè, ma naturalmente con felici eccezioni. Poi, la mia già insana passione per i libri ha incrociato gli studi universitari di giurisprudenza e in special modo quelli di storia del diritto e di diritto romano, materia nella quale mi sarei laureato e alla quale avrei dedicato – nel bene e nel male, insieme ad altre faccende – la gran parte della mia vita.  Libri e diritto. Libri e storia del diritto. L’incontro con uno dei principali Maestri, Edoardo Volterra – grandissimo studioso ed altrettanto grande amante dei libri (sontuosa la sua biblioteca) – fece il resto. Non ne sono più uscito.

Le capita mai di fare tsundoku, acquistare cioè compulsivamente libri senza però poi trovare il tempo o la voglia di leggerli?
Praticamente sempre. Mi vergogno un po’, ma accade. La bulimia libresca è sempre in agguato…

Lei ha dedicato un libro alla biblioteca di Theodor Mommsen: una storia rappresentativa della fragilità e delle sfortune delle biblioteche, da quella di Alessandria fino alle biblioteche di Sarajevo e Mosul. Perché si bruciano i libri?
Difficilissimo essere sintetici rispetto ad una domanda come questa. Dovremmo tutti rileggere lo stupefacente Fahrenheit 451 di Ray Bra­dbury: nella società immaginata nel romanzo, tutti i libri sono proibiti e vengono bruciati dalle autorità, attraverso i pompieri (con un chiaro ribaltamento del loro ruolo, dunque). Solo apparentemente e superficial­mente esso è catalogabile come fantascienza. Anticipa invece in modo quasi perfetto i guasti dell’epoca che stiamo oggi vi­vendo, in Italia e non solo. Sia il libro (1951) che il successivo, struggente film di Truffaut (1966) sono memorabili: e, come accade a tut­te le storie fuori dal comune, la narrazione si presta a una molteplicità di letture. A seconda di chi legge, ma anche a seconda dell’età ana­grafica del lettore. Il contesto, intanto: la sto­ria esce nel ’51 come novella sulla rivista di fantascienza americana “Galaxy”, mentre nel ’53 il libro è pubblicato a puntate su “Playboy”. La prima edizione italiana appare su “Urania” (rivista numero 13-14, del ’53), che pubblica l’e­dizione “Galaxy”. Il romanzo è edito dopo qualche anno (1956) dalle edizioni Martello di Milano, con la traduzione di Giorgio Monicel­li, ancorché sotto pseudonimo. Quando poi, nel ’66, Truffaut dirige il film Fahrenheit 451, Mondadori se ne appropria e lo edita nel me­desimo anno del film. Inizia il successo di massa. La distanza temporale (pur breve) tra libro e film non è ininfluente. Nel 1951, quan­do Bradbury pubblicava la sua storia, il mon­do era ossessionato da alcune paure, che si ritrovano perfettamente nel libro. Primo: le utopie negative. È il filone di Huxley e Orwell (per limitarsi ai più celebri), che si occupano di temi che ritroviamo anche nell’opera di Bradbury: la nascita dei media di massa, che tendono a condizionare la mentalità comune; ancora, rinveniamo nel libro un tema che tor­na sotto tutti i regimi totalitari, di qualunque natura: quello della delazione familiare. Sia in 1984 che in Fahrenheit 451 sono i parenti stretti che denunciano i “devianti”: è la mo­glie, nel caso specifico del pompiere Montag, a sporgere denuncia. E non a caso, nel film, Montag, prima di uccidere il capo dei pompieri, brucia il letto familiare, con un evidente messaggio metaforico nei confronti della fami­glia, della moglie. Oltre al letto, poi, Montag brucia il televisore, lo strumento simbolica­mente opposto ai libri. Secon­do tema chiave del libro di Bradbury: il maccartismo. L’autore scrive nel periodo più buio della caccia alle streghe del senatore america­no, il cui accanimento contro il cinema, i regi­sti, gli attori, gli sceneggiatori, in generale gli intellettuali sospettati di simpatie comuniste (a anche semplicemente democratiche) è molto noto. È meno noto, ma assolutamente di­lagante, l’accanimento contro i libri, i libri proibiti, messi all’indice, sottratti alla fruizio­ne anche nelle biblioteche pubbliche. Terzo aspetto del periodo, terribile e onnipresente spirito del tempo: la paura della bomba atomi­ca. Era il 1951, in pienissima Guerra Fredda, e non a caso nel libro quanto paventato accade: quando Mon­tag ha già raggiunto la tribù degli uomini-li­bro, si verifica infatti il bombardamento nucle­are sulla città. Nel film, invece, la guerra non c’è: nel ’66 era ormai in corso la distensione e quindi il tema della guerra nucleare era molto meno sentito. Ma nel ’51 era pienamente atti­va l’ossessione dell’atomo, della guerra nucle­are, con gli esperimenti e le tensioni che tutti conosciamo, sulla scia dei quali la fantascien­za ha aperto un filone, vivo tutt’ora, che sinte­tizzo con un titolo, “cronache del dopo- bomba”, che in­dica un genere volto a immaginare società de­vastate, un mondo che ha perduto tutto, per­ché la guerra nucleare ha tenuto in vita solo pochi sopravvissuti imbarbariti. Ma Fahrenheit 451 è ricco di suggestioni, co­me una specie di caleidoscopio. Sin dal manifesto che pubblicizza il film (e sin dalle pagine iniziali del libro), il primo volume che viene rinvenuto e dato alle fiamme dai pompieri incaricati di bruciare i libri è il Don Chisciotte. Tutti quanti sap­piamo che il protagonista impazzisce per aver letto i libri di cavalleria, che poi vengono messi al rogo (ancora il fuoco…), tra l’altro scelti in modo ironico, nella speranza che, bruciati i responsabili del­la sua follia, egli guarisca. Ma c’è una cosa no­ta a pochi e sicuramente non a Bradbury, per­ché posteriore alla stesura di Fahrenheit 451: quando Augusto Pinochet nel 1973 realizza il golpe in Cile, uno dei primi provvedimenti as­sunti dalla giunta militare fu la proibizione della lettura del Don Chisciotte: perché è un libro che insegna la libertà. Libri, film e vita reale si collegano, si inseguono, si attraggono, come le tessere in uno straordinario gioco del domino. E, ancora, il fuoco: un classico. I ro­ghi dei libri sono – come ovvio – sempre figli dell’intolleranza, del potere politico totalita­rio. Ma i roghi di libri sono anche pratiche ti­piche delle religioni, che bruciano i libri altrui. Potremmo fornire una lunga elencazione, perché tutte e tre le grandi religioni monotei­ste, gli ebrei, i musulmani e i cristiani, brucia­no i libri degli altri. Si potrebbe sostenere che, essendo religioni del libro – al singolare –, vedo­no tutti gli altri libri come nemici. Heine assicu­rava (e non aveva certo torto): “Dove si bruciano i libri, prima o poi si bruciano gli uomini”. I temi potrebbero moltiplicarsi. Ne propongo un altro ancora. Il capo dei pom­pieri dialoga a un certo punto con Montag, il protagonista pompiere che si pente e scappa. Dal dialogo si capisce che il capo – Beatty, si chiama – è coltissimo, ha letto moltissimi li­bri: lui, lo può fare. E sembra davvero riecheggiare il dialogo – letterariamente per­fetto – del Grande Inquisitore di Dostoevskij, che afferma (e domanda): “Ma perché sei ve­nuto a disturbarci?”. Così, il capo dei pompie­ri dice ai suoi: “Voi dovete essere uguali, nel basso, sudditi, tutti sudditi”. Lui può leggere i libri, perché rappresenta il potere, tutti gli al­tri no, perché – anche qui cito testualmente le parole del capo dei pompieri – “Un libro è un fucile carico”. Ci pensate? Nel 1951 è un’affer­mazione strepitosa: che vale oggi più di ieri. Questa frase riassume il potere della cultura, che offre ai cittadini la consapevolezza dei propri diritti. Afferma ancora il capo dei pom­pieri: “Il termine ‘intellettuale’ divenne la pa­rolaccia che meritava di diventare”: c’è un ap­piattimento al basso, non si deve leggere perché non si deve apprendere, non si deve apprendere perché non si deve avere senso critico, bisogna passivamente subire le infor­mazioni trasmesse da una televisione che è al servizio del potere politico totalitario. In Fahrenheit 451 c’è dunque un messaggio, se­condo me, ben più potente delle utopie nega­tive. Pensateci: i poteri totalitari, le religioni assolute in periodi oscurantistici colpiscono solo i libri considerati nemici, non tutti i libri. Nella società descritta da Bradbury, viceversa, non ci sono libri proibiti, il libro è tout court proibito: il libro in quanto tale, come veicolo di un pensiero, è un rischio per chi detiene il potere politico totalitario, perché induce a pensare.

Non tutti sanno che Lei ha aperto al pubblico la Sua di biblioteca: ben 25 mila volumi a disposizione di chiunque voglia consultarli.
Ovviamente, essendo una biblioteca privata (la mia), ancorché aperta al pubblico, si può visitare e consultare previo appuntamento. La mia mail istituzionale è sul sito della Sapienza di Roma, ove insegno. Per la giuridica antica e i libri sui libri (bibliografie, storia del libro, cataloghi editoriali e di biblioteche, editoria, etc.) ho effettivamente una mole considerevole di volumi e riviste a disposizione di chi fosse interessato (e già in molti, soprattutto giovani, lo fanno).

I dati Istat evidenziano come oltre il 60% degli italiani non legga: quali a Suo avviso le cause e quali le possibili soluzioni? È possibile educare alla lettura? Se sì, come?
È possibile se si riesce a trasmettere ai giovani (agli studenti, innanzi tutto) la gioia di leggere, il gusto, il divertimento. È compito soprattutto degli insegnanti. Leggere è bello: non una costrizione o un dovere. Non è impossibile. Io, da docente, ci provo quotidianamente e spero di riuscirci.

La tecnologia fatta di tablet ed e-book reader insidia il libro cartaceo: quale futuro per i libri?
La rivoluzione informatica allarga le potenzialità di lettura, ne abbatte drasticamente i costi, ma impietosamente ne limita i piaceri. I libri cartacei hanno un corpo (ed intendo un corpo vero e proprio, non mi riferisco alla misura tipografica). Vivono di una singolare materialità. È ciò che i libri on-line mai potranno possedere. Ci offrono un testo, certo, ma quel supporto – per definizione – abroga la fisicità. Esclude i sensi dell’uomo dalla percezione che non sia quella intellettuale, spirituale. Tanto è vero, che negli Stati Uniti hanno inventato uno spray che contiene l’odore dei libri (della carta, degli inchiostri, etc.) da spruzzare sul tablet durante (o prima) della lettura di un romanzo pubblicato on-line, per evitare che il lettore si perda uno dei piaceri fisici del libro cartaceo (non sto inventando, come potrebbe sembrare: cfr. C. Leone, Profumo di libri per nostalgici bibliofili, in Il Foglio 22.6.2012; G. Fochi, Profumo di libro, Il Sole 24 Ore 15.3.2015). Così, nel tablet si simula anche il rumore delle pagine che si sfogliano: ma ancora una volta è una finzione, un surrogato modestissimo. Solo la carta consente il tatto, ma anche l’unicità: mi spiego. Dalla scoperta della stampa – nel passaggio dal manoscritto al testo composto con i caratteri mobili – ogni volume è, per definizione, un multiplo. Anche il libro più raro ha dei suoi simili, praticamente identici, stampati insieme (sì, lo so, alcuni puristi sostengono il contrario: esistono varianti e differenze, anche impercettibili, ma esistono, tutto vero. Ciò non toglie che si tratti di volumi – come dirlo? – gemelli omozigoti…). Ma se quel certo esemplare che avete tra le mani ha una storia sua, testimoniata da una nota di possesso, un ex libris, il timbro di una o più biblioteche, una firma, delle sottolineature, delle postille a margine del testo, imprecazioni o scongiuri, minacce contro i potenziali ladri (o quant’altro), bene, quel volume da multiplo si è trasformato in un esemplare unico. Quel libro. Quel singolo volume. Con una sua storia, diversa da quella degli altri esemplari del medesimo libro. Il possessore ha, infatti, segnato per sempre la vita proprio di quell’esemplare: e di nessun altro. Vi ha lasciato una traccia di sé. Lo ha impreziosito, rendendolo unico.

Quali provvedimenti dovrebbe adottare la politica per favorire la diffusione dei libri e della lettura?
Anni addietro, avevo provato ad avanzare una proposta, che ogni tanto (raramente) è riapparsa nel dibattito pubblico e tuttavia non ha sortito alcun esito. La ripropongo. Poiché i cosiddetti lettori forti esistono, ma di norma non sono ricchi (tutt’altro…), sarebbe utile poterli incentivare a comprare di più (e loro sarebbero ben felici): ripropongo dunque la detraibilità fiscale (anche eventualmente parziale) dell’acquisto dei libri. Così come le spese mediche e farmaceutiche sono in parte detraibili dalla dichiarazione dei redditi, sul presupposto che così si salvaguarda il diritto alla salute dei cittadini, altrettanto dovrebbe valere per il diritto alla salute dello spirito. È una proposta che graverebbe comunque poco sull’erario (non si tratterebbe certo dell’Imu…), ma farebbe felici editori, autori, librai e lettori. Aggiungo. Perché un imprenditore o un professionista può scaricarsi dal reddito le spese che sostiene per l’acquisto di materiale o strumentazione e così via, mentre – ad esempio – un insegnante (che ha il dovere di leggere, continuare ad apprendere, aggiornarsi, migliorarsi) non può viceversa farlo? Concretamente, sarebbe sufficiente (come per le spese farmaceutiche) conservare gli scontrini. Una proposta semplice, non particolarmente onerosa, vantaggiosa per la collettività, che dall’aumento della lettura può ottenere migliori cittadini. Se ne gioverebbero i lettori, ma anche tutte le librerie e gli editori, come ovvio. Sarebbe sufficiente? Non so rispondere. Di certo, aiuterebbe. E poiché intendo esercitare l’ottimismo della volontà e non il pessimismo della ragione, ora vado nella mia abituale libreria a contribuire alla sua vita: poiché essa è essenziale anche per la mia…