Obesità, sovrappeso e disturbi alimentari: una lettura psicoanalitica, Valentina CarrettaDott.ssa Valentina Carretta, Lei è autrice del libro Obesità, sovrappeso e disturbi alimentari: una lettura psicoanalitica. Patologia dell’oralità, patologia della dipendenza, patologia del legame con l’Altro edito da Alpes Italia: quanto sono diffusi i disturbi del comportamento alimentare?
I disturbi del comportamento alimentare (DCA) sono in costante e preoccupante aumento tanto da costituire una vera e propria epidemia sociale post-moderna. Si stima, per difetto, che in Italia ne soffrano circa 3 milioni di giovani: il 95,9% sono donne e il 4,1% uomini, pari a 8 nuovi casi per 100.000 persone in un anno tra le donne, mentre è compresa fra 0,02 e 1,4 nuovi casi per 100.000 persone in un anno tra gli uomini.
Accanto alle forme più conosciute (anoressia, bulimia, obesità) sono comparsi disturbi da alimentazione incontrollata, disturbi specificatamente infantili (ad es. l’alimentazione estremamente selettiva) e maschili (ad es. la vigoressia) con caratteristiche proprie.

I disturbi del comportamento alimentare sono gravi patologie psichiche che incidono profondamente anche sul fisico e costituiscono modalità differenti di esprimere, con il corpo, un profondo disagio personale che a parole risulta difficile da esternare.

Si tratta di malattie complesse di natura psicologica, le cui cause sono multifattoriali e i cui effetti possono portare a gravi ripercussioni sullo stato di salute fisica e mentale, sulle relazioni sociali, caratterizzate dall’ossessione per l’immagine corporea, il peso, il cibo e che possono condurre, nei casi più gravi, anche alla morte.
I disturbi del comportamento alimentare ci introducono dentro le contraddizioni più inquietanti del nostro tempo.

Quando il comportamento alimentare si può definire patologico?
Vi sono alcuni indicatori preziosi che possono aiutarci a discriminare fra una bizzarria e qualcosa di diverso che può andare in una direzione patologica: l’eccesso, l’ossessione e la continuità nella perpetuazione di un dato comportamento alimentare. L’eccesso alimentare, ma anche un’eccessiva privazione o selettività di determinati cibi (a meno che non ci siano motivi medici, i dolci per questi soggetti che soffrono di diabete, ad esempio). La ripetizione del comportamento per significativi periodi di tempo. Le sensazioni associate al mangiare.

Quali sono i principali disturbi del comportamento alimentare?
I principali disturbi del comportamento alimentare sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da alimentazione incontrollata (noto anche come binge eating disorder, in sigla BED).

Il DSM V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) nella sezione «Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione» elenca sei categorie diagnostiche principali (pica, mericismo, disturbo alimentare evitante/restrittivo, anoressia nervosa, bulimia nervosa, disturbo di alimentazione incontrollata) più due residue destinate ad accogliere le sindromi parziali o sottosoglia, oltre ad altre forme di rapporto problematico con il cibo (altro disturbo della nutrizione o dell’alimentazione specificato e disturbo della nutrizione o dell’alimentazione non specificato).

Il disturbo prevalente in questo preciso momento storico è la bulimia insieme al disturbo da alimentazione incontrollata. In passato il disturbo prevalente era l’anoressia.

Quali sono le cause di queste patologie?
Non vi è una causa sola ed unica. Si tratta di patologie multifattoriali: un trauma, particolari fattori familiari, sensibilità psicologica, estrema vulnerabilità. Più fattori insieme possono portare allo sviluppo del disturbo, non vi è una causa univoca. Si tratta di disturbi che hanno a che fare con un dolore profondo, non sono semplici capricci dell’appetito. Gli aspetti coinvolti possono essere di natura sia psicologica, sia sociale, sia traumatica. In seduta i pazienti parlano spesso di un trauma subito, ad esempio di situazioni vissute come abusi. I bambini possono mostrare, in un alterato o particolare rapporto con il cibo, il tentativo di difendersi da paure che noi adulti non riusciamo a vedere. Negli adolescenti possiamo osservare una profonda insicurezza e vulnerabilità, la paura di vivere nel mondo al di là dei confini di casa, il timore di non sapere ancora “chi sono” fuori dal rassicurante ambiente familiare.

Quale lettura psicoanalitica si può dare di problemi come obesità, sovrappeso e disturbi alimentari?
In questo testo le direttrici lungo le quali si articola la risposta a questa domanda sono essenzialmente tre. Obesità, sovrappeso e disturbi alimentari possono essere letti come una patologia dell’oralità, una patologia della dipendenza, una patologia del legame con l’Altro.

Patologia dell’oralità in quanto ci troviamo dinnanzi ad un eccesso pulsionale e ad una vera e propria dipendenza dall’oggetto cibo, dall’oggetto orale.

Patologia della dipendenza laddove già Abraham associava il “desiderio di cibo molto di frequente”, i “tormenti se la loro [dei soggetti obesi, n.d.a.] brama non è soddisfatta” e il “mangiare in modo eccessivo, proprio di alcuni nevrotici” (Abraham, Ricerche sul primissimo stadio evolutivo pregenitale della libido (1916), 2011, p. 271-272) al comportamento tenuto da quei soggetti dipendenti da sostanze stupefacenti o da alcolici.

Patologia del legame con l’Altro in quanto l’utilizzo dell’oggetto cibo permette al soggetto obeso di non passare attraverso questo rapporto con l’Altro, attraverso il legame con l’Altro, attraverso il desiderio dell’Altro, dal momento che, introiettando l’oggetto, il soggetto copre la mancanza dell’Altro, nega la sua perdita, l’incompletezza dell’Altro, ma, soprattutto, si nega quella separazione che gli consentirebbe di diventare soggetto autonomo e separato.

In che modo la psicoanalisi può contribuire al trattamento dei DCA?
La psichiatria, le psicologie non analiticamente orientate e la psicoanalisi hanno fondamenti teorici e metodi molto diversi. Le psicoterapie analitiche e la psicoanalisi vera e propria, che si fondano sulla parola entro una modalità di ascolto e risposta del tutto diversa dal comune, cercheranno per questa strada di dare forma al desiderio, di farne assumere al soggetto piena responsabilità e di trasformare il godimento. Questa è la particolare forma di “guarigione” della psicoanalisi, e può assimilarsi ad una sorta di vita nuova.

Si può guarire dai DCA? Come?
Si, certamente. Bisogna però essere tempestivi, altrimenti la problematica può acuirsi e complessificarsi. Se il soggetto non riconosce di avere un problema e non vuole iniziare un trattamento è importante che il contesto attorno a lui possa aiutarlo a formulare una domanda d’aiuto.
La prevenzione è sempre da preferirsi al trattamento. Affrontare per tempo un disturbo, nella fase d’esordio è più agevole che occuparsi di una problematica che il soggetto porta avanti da vent’anni.

In Italia vi sono cinque diversi livelli di intervento per la cura dei disturbi del comportamento alimentare che è importante possano integrarsi e collaborare fra di loro in un’ottica multidisciplinare e di continuità di trattamento (medico di medicina generale o pediatra di libera scelta, ambulatori con equipe multidisciplinari, terapia ambulatoriale intensiva o semiresidenziale, percorso riabilitativo intensivo di tipo residenziale o a ricoveri ordinari e di emergenza).

Nell’interesse del paziente, e laddove le condizioni cliniche lo permettano, sarebbe auspicabile iniziare il percorso terapeutico dal livello meno intensivo di cura, quello che consente il mantenimento delle abitudini di vita, di studio, lavorative, di frequentazioni nel tempo liberto, etc. Si valuterebbe l’ipotesi di accedere ai livelli di trattamento più intensivi in caso di mancato miglioramento, ma sempre con un’attenzione al paziente che consenta l’elaborazione di questo passaggio affinché possa essere sentito dallo stesso come utile al suo miglioramento e non come una pura imposizione o, peggio, un ricatto. Il dialogo, quindi, fra clinici, paziente, famiglia è fondamentale.

Valentina Carretta è Psicologa Psicoterapeuta, specialista in Psicoterapia Psicoanalitica e Presidente del C.I.D.A. (Centro Italiano Disturbi Alimentari e Dipendenze) onlus. È Partecipante della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi del Campo Freudiano e Cultore della materia in Psicologia Clinica dello Sviluppo presso l’Università Cattolica.