Nuove epidemie antiche paure, Paolo SorcinelliProf. Paolo Sorcinelli, Lei è autore del libro Nuove epidemie antiche paure edito da Biblioteca Clueb: quali raffronti è possibile fare tra l’attuale emergenza sanitaria e le epidemie di colera che hanno colpito il nostro Paese e l’Europa tra ‘800 e ‘900?
In Europa si comincia a parlare di colera dopo il 1817, ma è soltanto negli anni trenta che sul male asiatico si accendono dispute mediche – contagio o non contagio? –, ci si confronta fra i vari stati, si danno alle stampe pubblicazioni scientifiche e istruzioni dotte e popolari. Il risultato è una vera e propria psicosi a tutti i livelli. Fin quando poi, fra il 1831 e il 1837, il colera si manifesta tangibilmente dalla Russia all’Inghilterra, dalla Francia all’Italia, dalla Prussia alla Spagna.

Le sue caratteristiche epidemiche lo fanno apparire come un nuovo flagello divino che richiama alla memoria il corteo delle pestilenze dei secoli precedenti. Quel che impressiona di più non sta comunque nelle dimensioni della morbilità e della mortalità (pur in alcuni casi molte elevate), quanto piuttosto nei risvolti del fenomeno: compare quasi all’improvviso, di solito durante i mesi estivi, per scemare altrettanto rapidamente dopo cinquanta-settanta giorni. Un decorso che avviene nella totale impotenza della classe medica, nel brancolare nel buio delle istituzioni, nel sovvertimento totale di ogni aspetto della vita quotidiana.

Da allora, e fino agli inizi del secolo successivo, il colera interessa il territorio italiano in ben otto occasioni: nel 1835-1837, nel 1849 (quando in Ode a Venezia Arnaldo Fusinato compone i celebri versi: «Ehi, dalla gondola, qual novità? / Il morbo infuria, il pan ci manca, / sul ponte sventola bandiera bianca») e a seguire nel 1854-1855, nel 1865-1867, nel 1873, nel 1884-1887, nel 1893 e, agli inizi del Novecento, nel 1910-1911. Per un totale di circa 705.000 decessi distribuiti a macchia di leopardo fra nord, sud e centro.

Quali fenomeni culturali e sociali accompagnarono gli eventi epidemici?
Il colera, per gli individui e i gruppi sociali che lo subirono, non fu soltanto una patologia, ma anche un fenomeno culturale e sociale che ripropose una serie di suggestioni e di reazioni che nel XIX secolo sembravano ormai rimosse. Infatti di fronte a questi eventi epidemici, imponderabili e di massa, ogni volta riaffiorarono rassegnazione e violenza, istinto di autoconservazione, forme esasperate di religiosità, diffidenza verso medici e istituzioni, nonché l’esigenza d’individuarne i capri espiatori chiamando in causa la meteorologia, i cibi, la natura e persino degli avvelenatori di professione.

Quando il 14 novembre 1831, a Kupfergraben, la prima epidemia di colera dell’Europa occidentale provoca la sua vittima più illustre nella persona di Georg Friedrich Hegel, l’allievo-biografo Rosenkranz individuò nella golosità dell’autore della Fenomenologia dello spirito verso un grappolo d’uva, la responsabilità dell’attacco colerico. È solo un esempio, se si vuole anche dotto ed eclatante, che però rappresenta con molta aderenza la realtà di un momento in cui l’intemperanza umana, un’alimentazione non consona e i disturbi intestinali sono gli anelli di una catena dietetica, morale e patologica sottesa alla malattia e quindi oggetto di attenzione e di controllo da parte dei singoli e delle comunità.

Le risposte a questa paura appaiono diversificarsi in atteggiamenti diametralmente opposti. Da un lato coloro che certi generi (frutta e carne in primis) non possono venderli e a volte devono assistere impotenti alla loro distruzione, dall’altro quelli che, di fronte al fatto che si deve mangiare e che prima o poi si deve morire, intravvedono nell’improvvisa abbondanza di ciò che è proibito (ad esempio i temibilissimi meloni) non tanto un pericolo per la propria salute quanto un’insperata e provvidenziale occasione.

Dal colera scaturisce insomma un’infinita gamma di comportamenti e di adattamenti, una complicata trama di manovre, un ampio ventaglio di spazi in cui si muovono autorità e istituzioni, medici e ammalati, ricchi e poveri, uomini e donne, mentre l’emergenza contingente spiazza ruoli, abitudini e comportamenti consolidati e riporta alla luce i riti propri di ogni occasione d’impotenza e d’incontrollabilità della situazione. Come emerge emblematicamente dalla vicenda e dalle paure del conte Camillo Marcolini, alla ricerca di un luogo indenne dal male, e attento osservatore delle febbriciattole e, come raccomandano i manuali medici dell’epoca, perfino della consistenza, della forma e dell’odore delle evacuazioni dei propri congiunti.

Quali furono le risposte alla paura del contagio?
L’impotenza degli interventi umani a fronteggiare il male e l’eccezionale gravità del colera continueranno a sollevare i fantasmi, i rituali e gli apparati tipici delle pestilenze cicliche proprie di un lasso di secoli che va dal XIV al XVII secolo.

In sostanza nessuna trasformazione strutturale era riuscita a compensare in mezzo millennio la scienza medica inerme e la fragilità biologica degli uomini, lasciando ad ogni occasione epidemica ampi margini di spazio per riproporre le scene degli esodi di massa dalle città, i lazzaretti, le fosse comuni, le diffidenze e i sospetti verso gli altri, visti come potenziali portatori del contagio.

Un’umanità attonita e angosciata si trovò ogni volta a ricercare una spiegazione al dramma: scrutando l’aria, il colore del cielo, il volo degli uccelli, la presenza di insetti e sospettando complotti e veleni.

Sempre le stesse paure – quasi che il tempo si fosse fermato o si muovesse a ritroso –, che ad ogni occasione si allargavano a macchia d’olio, orizzontalmente, all’interno dello spazio geografico, ma verticalmente nella dimensione temporale. Durante le epidemie, infatti psicosi e suggestioni, si trasmettevano da città a città, come lo stesso morbo, ma provenivano da lontane successioni cronologiche. Daniel Defoe non ha vissuto la peste di Londra del 1665, né verosimilmente ha compiuto delle verifiche archivistiche, quindi la sua narrazione è una trasposizione letteraria di paure e reazioni mediate da un patrimonio di esperienze ed emozioni che ogni generazione, dalla peste nera in poi, ha introiettato e lasciato in eredità alle successive.

Del resto, se prima la peste e poi il colera fanno scattare meccanismi di espulsione e di emarginazione nei confronti di poveri, di mendicanti e di vagabondi, considerati elementi sanitariamente pericolosi per la società, che dire a proposito delle misure sostanzialmente analoghe che, sull’onda di un eventuale contagio collettivo, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso hanno riguardato omosessuali e tossicodipendenti in virtù delle stesse motivazioni, in questo caso dettate dall’Aids? E che dire di quello che sta succedendo, oggi, all’inizio del secondo decennio del terzo millennio, a proposito dei timori che si agitano attorno all’epidemia di coronavirus? Quel che cambia nel passare dei secoli è soltanto la terminologia con cui di volta in volta sono etichettati i potenziali responsabili dei contagi: prima untori, poi avvelenatori, infine diffusori, ma la sostanza è la stessa. Tutto ciò provoca inevitabilmente l’interruzione e il ridimensionamento delle attività lavorative, dei commerci, la chiusura di molte botteghe, nonché la sospensione di qualunque forma di socialità, di frequentazione e di amicizia, in un rapido susseguirsi di emozioni, anche contrastanti fra loro. Dalla «rabbia», alla convinzione che il morbo non esista; dalla disperazione, a una sorta di rassegnata abulia. Ma non manca neppure «una forzata allegria nel volgo, un ridere, uno sghignazzare sguaiato ed insulso, ed un cantare arrabbiato in sulla sera per le contrade meste e silenziose».

Si può dunque affermare che esiste una trama culturale e mentale che passa dalla peste, al colera, alla spagnola fino ad arrivare all’epidemia di coronavirus dei giorni nostri?
La paura dell’ignoto, dell’agente patogeno (virus o batterio sconosciuti) genera sospetti nei confronti di tutti e dà luogo a misure restrittive che sono uguali in qualunque circostanza epidemia: dalla peste al coronavirus. Ecco una circolare telegrafica del Ministero dell’interno datata settembre 1884: «Mi consta che parecchi comuni si permisero di imporre delle quarantene ed inibire l’accesso ai viandanti che non fossero muniti di certificati comprovanti la loro provenienza da paesi immuni dal colera e che si giunse perfino a proibire del tutto l’ingresso a chiunque si presentasse con o senza certificate». I paesi e le città più piccoli sono in prima linea nel difendersi, istituendo cordoni presidiati da «individui non appartenenti alla forza pubblica, armati alla meglio, in modo affatto arbitrario e illegale». Provvedimenti di questo tenore sono segnalati a livello «comunale, intercircondariale, interprovinciale» e danno l’impressione di un regno (a pochi lustri dalla sua unificazione politica) in frantumi, percorso da iniziative spontaneistiche, confuse e scoordinate, e con l’unico denominatore comune della psicosi da colera.

Una ridda di voci, di opinioni, di iniziative e di decisioni, anche contrastanti fra loro, che non mancano di sollevare dure prese di posizione a diversi livelli da parte di autorità e di semplici cittadini. È lo stesso Ministero dell’interno a rimarcare il fatto che «non si può ammettere questo sistema di barriere che si vorrebbe elevare a ogni passo, frazionando il nostro paese in tanti piccoli centri, l’uno all’altro ostili, con rovina del commercio, dello scambio dei prodotti e degli interessi delle popolazioni». Dunque, nelle intenzioni degli apparati statali, il colera non dovrebbe creare nessun intralcio ai viaggiatori e alle merci, ma nella realtà la situazione appare completamente diversa.

Ed ecco invece quanto denuncia, nell’agosto del 1884, un avvocato bergamasco in una lettera indirizzata al sindaco di Brescia: «Illustrissimo Signor Sindaco, io sono avvocato inscritto nel Collegio di Bergamo ed ivi residente; ma per legge posso venire a patrocinare anche avanti questa R.a Corte d’Appello; infatti ci debbo venire quasi tutte le setti mane. Ho veduto però affisso anche a Bergamo un Avviso del Sindaco di Brescia che vieta l’ingresso in città a chiunque venisse da luoghi che passano per infetti da colera. Bergamo oggi passa per tale; dunque io non posso entrare in Brescia […]. Se la misura adottata dal Sig. Sindaco di Brescia è corretta, altrettanto potrebbero fare tutte le altre città, tutti gli altri comuni: questo è chiaro. Ma in tal caso quale ne sarebbe la conseguenza? Che la comparsa del colera sarebbe ragione sufficiente per proibire a tutti di muoversi. Tutti i cittadini del Regno in arresto». Se in questo caso la protesta investe il principio generale della libertà individuale e, data la professione dello scrivente, si articola su un piano giuridico, con toni fra il serio e l’ironico, il comportamento di un certo Giuseppe Pomella undici anni prima era stato molto più diretto e sbrigativo. Costui infatti, esasperato dalle mattutine «fumigazioni» a cui era sottoposto per accedere al mercato ortofrutticolo della sua città, il 13 settembre 1873, appena entrato «nella stanza a ciò addetta», pensò bene di sfogare la sua rabbia prendendo a calci «la scodella allo stesso scopo destinata» fino a ridurla «in pezzi». Naturalmente verrà arrestato.

A ogni buon conto, malgrado le rassicurazioni ministeriali, non vorremmo essere stati nei panni di quegli individui che, a conoscenza delle circolari governative non erano però informati delle interpretazioni disparate e soggettive e delle integrazioni esplicative apportate da prefetti e sindaci. Il prefetto di Pesaro e Urbino, ad esempio, negli stessi giorni aveva pensato bene di precisare ai sindaci della provincia che «l’esclusione della facoltà di adottare provvedimenti» come cordoni sanitari e misure di contumacia, «non implicava punto la rinuncia di altre misure precauzionali». Comer si vede, niente di nuovo sotto il sole.

Il che significava che qualunque viaggiatore sulla base di un semplice sospetto, o per il fatto di essere un estraneo, fino alla fine del secolo XIX, in tali circostanze poteva essere sottoposto al trattamento, coloritamente ed efficacemente descritto da un poeta dialettale della bassa padana:

El faccia men baccano è più prudenza, ch’el vaga drento andem, deghe di leva càccial drento al cloruro infìn a j’occi, faciegh crepar asfitich i pedocci. Intant all’ordin secch d’ l autorità, chi quatr’ o zinchev giuda i ciapen st’om per forza in tlà capana,
i s’ fan dir el so nom, el so cognom,
e po mesda ’na tgama in t’un canton,
e fa gnir su ’na spuzza e un nuvalon.
In mezz a un fum cmè srè ’na carbonara, el strangozzava fori per la fumara,
pr’el gran clorur ch’era in vaporazion,
el gh’ ava gonfi el stomegh e i polmon.

E non soltanto in terra, ma anche in mare, come dimostrano le vicissitudini affrontate nel 1885 dal «Matteo Bruzzo», un vapore salpato da Genova con a bordo milleottocento emigranti italiani, tutti alloggiati in terza classe. Quando dopo otto giorni di viaggio il vapore cerca di operare uno scalo tecnico a Cadice viene infatti fermamente dissuaso dalla guarnigione militare del porto spagnolo. «Non appena fu in vista del porto, ci fu fatto segno di fermarci e proseguire poi la nostra rotta – ha lasciato scritto un passeggero –. Il capitano [invece] diede l’ordine di andare avanti; ma non s’era fatto che poco cammino quando dalla fortezza partì un colpo di cannone. Lo sgomento più vivo si impadronì di tutti, si bestemmiava, si pregava, si piangeva; e intanto faceva strada fra quella folla di impauriti una notizia terribile che dava la ragione del divieto opposto dalle autorità spagnole di entrare nel porto e della cannonata: il “Matteo Bruzzo” era temuto infetto di cholera morbus».

Quali provvedimenti furono presi per arginare e fronteggiare il male?
Dai provvedimenti e dalle misure di ordine sanitario, dai cordoni di uomini armati attorno alle città alle quarantene e alle case di osservazione che nei porti filtrano i passeggeri e le merci delle imbarcazioni in arrivo; dalle carte sanitarie che autorizzano gli spostamenti da una località all’altra ai suffumigi, ai falò, ai colpi di cannone per smuovere l’aria; dagli interventi medici ancorati ai salassi, alle mignatte e alle sostanze spiritose («aceto aspro, aceto mio / ’tieni lontana la malattia», che era la formula di scongiuro a New Orleans durante la spagnola), si ravvisa una linea culturale che senza soluzioni di continuità unisce e attraversa i vari momenti epidemici e innesca reazioni e comportamenti propri non soltanto dell’evento in se stesso, ma dell’intera umanità di fronte all’invisibile, all’inspiegabile, all’incontrollabile.

L’accezione di flagello divino, il rifugio nelle pratiche religiose, la morte deprivata di ogni apparato sacrale e di ogni corteo funebre, anonima, accompagnano le epidemie di ogni tempo e di ogni luogo, fino a sconfinare nel XX secolo. Testamenti come quello di don Fortini, redatto a Urbino nel 1855, sotto l’urgenza di un’annunciata fase colerica, ci informano, nell’eccezionalità del documento, anche di altre fobie. Come quella della morte apparente, forse più comune e diffusa, in tempo di contagi, di quanto si potrebbe pensare. In questi frangenti infatti il corpo di chi muore è visto dai superstiti soltanto come un fardello ingombrante e pericoloso di cui sbarazzarsi al più presto. Anche a costo di incorrere in un tragico equivoco, che nel 1665 (mentre infuria la peste) interessa il pifferaio John Hayward, nel 1884 (in pieno colera) il dottor Canepa e nel 1919 (durante la Spagnola) un certo Giovanni Campanella.

Ma peste, colera o coronavirus che sia, in ogni tempo e in ogni luogo non tutti credono che l’epidemia ci sia davvero; molti sono convinti che sia un’invenzione dei governanti, dei preti per far fuori i poveracci, somministrando loro dei veleni contrabbandati come medicine o rinchiudendoli negli ospedali. Nessuno sa ancora che è proprio l’acqua contaminata da feci umane a veicolare il vibrio cholerae responsabile del contagio umano, ma durante ogni episodio di colera le fontane pubbliche sono presidiate da sentinelle (talvolta anche armate) col compito di tenere lontano eventuali malintenzionati, avvelenatori della salute pubblica. Ma il «veleno vedeansi in tutti i cibi, in tutti i luoghi», in una sorta di psicosi collettiva che raggiunge delle punte di parossismo. «In tutto era veleno: chi lo temeva nelle pagnotte, chi nelle carni, chi ne’ medicamenti, altri perfino lo sospettavano nell’ostia consacrata» e, «nisson s’ fidava pu gnanca a comprar el pan, la carna, el vein, gnanca il medseinni». E questo non fa altro che alimentare un clima di caccia alle streghe, di sospetti, di pregiudizi nei confronti di ignari viaggiatori, di preti malvisti, di medici e di vagabondi.

I linciaggi, i disordini e i tumulti non sono episodi sporadici, e le autorità in diverse zone sospettano la presenza di agitatori e di avvelenatori prezzolati al servizio di governi stranieri e di forze politiche avverse, «che con uno scopo predisposto ingannavano il popolo; operavano a bella posta avvelenamenti, e altri ne fingevano». Oppure davano alle stampe «pubblicazioni assurdissime e di una tale stranezza» con lo scopo di sobillare gli animi. Il colera del 1867 è percepito dai siciliani come una ritorsione del governo italiano per la rivolta dell’anno precedente, detta «del sette e mezzo» per la sua durata di sette giorni e mezzo. Stando così le cose, il nemico, il bersaglio del risentimento della folla, non è tanto il colera ma tutti coloro che vestono una divisa, ricoprono una qualche carica pubblica, o, più semplicemente, sono «continentali». «Erano sospetti di veneficio – scrisse un Edmondo De Amicis giovanissimo tenente di stanza nell’isola – tutti gli agenti della forza pubblica, i carabinieri, i soldati, i percettori delle dogane, gli officiali governativi. In alcuni paesi era sospetto di avvelenamento qualunque italiano del continente; in qualche luogo tutti indistintamente gli stranieri. Tratto tratto le popolazioni armate di falci, di picche, di fucili, si assembravano, percorrevano tumultuosamente le vie dei paesi cercando a morte gli avvelenatori; minacciavano o assalivano le caserme dei carabinieri e dei soldati; irrompevano nelle case dei medici, e le mettevano a sacco; si gettavano nelle farmacie e vi distruggevano e disperdeva-no ogni cosa: invadevano l’ufficio del comune, laceravano la bandiera nazionale, abbruciavano i registri e le carte». È un «deliramento», ma è anche un rifiuto della realtà, una ribellione e nello stesso tempo un atto di accusa e un alibi. Così se c’è chi si isola e chi trema di paura, d’altra parte ci sono anche le strade percorse da ubriachi e le cantine colme di gente: una sfida alla pericolosità del morbo, un ribaltamento intenzionale degli inviti alla sobrietà e alla temperanza. Come sottolinea molto pittorescamente un sonetto del Belli: «E avenno inteso a dì ppiù d’un dottore/ch’er rimedio è lo stà de bon umore, / maggno, ingrufo, spasseggio e m’imbriaco».

Ogni epidemia in fondo è sempre stata, e sempre sarà, qualcosa e il suo esatto contrario.

Paolo Sorcinelli è stato dal 1978 al 2014 professore di Storia sociale all’Università di Bologna. Oltre a Nuove epidemie antiche paure ha pubblicato Una storia da manicomio, La follia della guerra, Gli italiani e il cibo, Eros. Storie e fantasie degli Italiani e Storia sociale dell’acqua. È inoltre autore di Il quotidiano e i sentimenti e Viaggio nella storia sociale e Otto settembre. Fra il 1995 il 2009 ha ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio e Assessore ai beni e alle attività culturali presso l’Amministrazione Provinciale di Pesaro e Urbino

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