«Perché ogni tanto dimentico che la mia solitudine non è solo mia? La nostra solitudine non è solo nostra. Essere consapevoli dei meccanismi che governano il mondo e la sua storia, rifiutarne ingiustizie e oppressioni e organizzarsi per combatterle, obbliga a molti compromessi e a qualche speranza, quel sentimento tenero e perdente che ci rende umani. La mia solitudine è una bestia selvaggia. In certi istanti, mentre corre o si apposta fiutando l’aria, annusa l’ebbrezza della libertà. Altre volte si nasconde, sfinita, nel buio della foresta impenetrabile.»Sarà in libreria dal 28 ottobre per Mondadori l’ultimo libro di Daria Bignardi, Nostra solitudine, un testo che racconta cosa significa essere e sentirsi soli in una società sempre più individualista e in un mondo diviso dalle guerre e dalle incomprensioni. In queste pagine, l’autrice mette il lettore davanti alla consapevolezza che la solitudine non è solo una condizione privata, ma il riflesso di un’assenza che attraversa la collettività. Nostra solitudine si legge tutto d’un fiato, complice la brevità dei capitoli e la limpidezza della prosa, che rendono fluida la lettura. Bignardi è autrice e protagonista di un testo tanto intimo quanto spudorato che si muove sul confine tra diario e saggio, tra confessione e riflessione, e una volta chiuso il libro, è inevitabile portarsi dentro alcune delle domande che lo attraversano. Il risultato è una fotografia nitida della nostra contemporaneità e del nostro modo di (non) stare insieme.
Il libro si apre con un viaggio nel Sudest asiatico. Bignardi si trova in Vietnam con suo figlio Ludovico, in un paesaggio appesantito dallo smog e dai fiumi inquinati. Mentre sbuccia una pitaya, Bignardi decide di «uscire dai social», una prima incrinatura da cui si intravede sullo sfondo una riflessione attuale sulla dipendenza dai social. Ormai luoghi che amplificano l’isolamento, possiamo affermare che i social non hanno ampliato gli spazi di socialità ma, al contrario, li hanno frammentati, trasformando la connessione in una forma di solitudine condivisa, dove è l’algoritmo a decidere cosa farci guardare. La scelta di allontanarsene è anche un atto di ribellione contro i colossi del digitale, come scrive l’autrice: «Ho pensato di affrancarmi dai social anche per ribellarmi agli oligarchi della tecnologia, che sfruttano e fomentano le nostre solitudini per accumulare capitali».
Ma questa decisione porta con sé anche una sottile malinconia, una tristezza che la accompagna fino al ritorno a Milano, dove ne parla con il suo psicologo, una figura che ritorna spesso nell’arco di questo racconto poiché un altro dei temi su cui si sofferma l’autrice è proprio quello del trauma, quello originario, con cui cresciamo – e da cui ne derivano molti altri, più grandi o più piccoli – che nel suo caso sembrerebbe nascere già da quando si trovava nella placenta. A partire da questa riflessione, l’autrice si interroga su quali solitudini, frustrazioni o nostalgie le sono state trasmesse dai suoi genitori, e in particolare da sua madre, quando era solamente un feto. Cosa possiamo fare per liberarci da questi traumi? Come superarli? Si arriva poi a una considerazione spiazzante ma perfettamente centrata, secondo cui, per «sdrammatizzare il ruolo delle madri», non sarebbe meglio se i bambini nascessero all’interno di incubatrici? È un pensiero che, lungi dall’essere provocatorio, rivela quanto la maternità sia una questione complessa, legata alla sacralità del corpo femminile e al ruolo che le donne devono rivestire all’interno di una società e di una cultura radicalmente patriarcale. Non è un caso che nella sezione che inizia con l’etimologia della parola ‘prigioniero’, Bignardi riporti una riflessione sulla condizione della donna:
«Solo una donna su mille nasce con la consapevolezza che dovrà stare molto attenta per riuscire a diventare una persona forte e libera. Che per difendere i suoi spazi e il suo lavoro, il suo corpo e la sua salute, il suo umore e la sua serenità, non dovrà sgarrare. Anche se si innamora, si sposa, fa dei figli, o tutte queste cose insieme. Dovrà uccidere l’angelo del focolare e rimanere concentrata su di sé, proteggersi, lasciar andare tutto quel che non è davvero importante, non strafare e non anteporre le necessità degli altri alle proprie».
Nello stesso punto, riconosce lei stessa di aver rimosso ogni consapevolezza femminista nel momento in cui ha costruito una famiglia. È una confessione che illumina la condizione femminile con la consueta sincerità, propria della scrittura di Bignardi, mostrando quanto la libertà possa trasformarsi in un’apparente illusione, una fragile consapevolezza. «Le donne, le persone omosessuali o trans e le persone detenute, che condividono una condizione atavicamente svantaggiata e oppressa, sono quelle che conoscono meglio la solitudine», scrive, trovando un’eco potente nella storia di Caroline Darian, figlia di Gisèle Pelicot, narcotizzata e stuprata per dieci anni da sconosciuti che suo marito adescava. In quel racconto, la solitudine si rivela come il confine estremo del dolore, ma anche come l’unico spazio possibile per la comprensione e la cura.
Dopo il viaggio in Asia, Bignardi decide di partire per la Palestina. Va a Tel Aviv, a Hebron, a Gerusalemme per incontrare giornalisti e prigionieri palestinesi rilasciati nell’ultimo scambio di ostaggi. Nelle parole di Wael Al-Dahdouh, caporedattore di «Al Jazeera», Bignardi ritrova il peso della sofferenza altrui e la difficoltà di misurarsi con quel dolore dopo che l’uomo ha perso gran parte della sua famiglia sotto un bombardamento: «Sono turbata al pensiero di incontrarlo: come starà? E io che contegno terrò accanto a tutto quel dolore?». La solitudine, qui, non è più soltanto individuale ma collettiva, fatta di muri, impossibilità di comunicare. Bignardi si scontra poi con le barriere della solitudine proprio quando incontra Fatima, ex prigioniera palestinese, che usa la sua solitudine come uno scudo per proteggersi. Fatima si mostra a disagio, con lo sguardo fisso davanti a sé, tiene gli occhi bassi e risponde brevemente alle domande poste da Bignardi. L’autrice la osserva, ascolta, si misura con la distanza inevitabile che separa chi guarda da chi vive certe esperienze.
Tornata in Italia, parte poi per l’Uganda con Mission Bambini, dove incontra i pazienti e il personale del Mulago Hospital di Kampala e le bambine e i bambini della scuola Santa Clelia di Kitanga. La solitudine, qui, è quella degli altri, dei piccoli lasciati ai margini, ma anche quella della stessa autrice, che si sente inadeguata davanti al dolore. “Io vado a dormire per prima, sfinita dal viaggio e dai racconti che ho bisogno di elaborare da sola”, scrive. È un momento di sospensione, in cui la solitudine smette di essere peso e diventa spazio necessario per elaborare, comprendere, ascoltare.
Come ho in parte anticipato, la scansione narrativa all’interno del libro non avviene per capitoli ma ogni fase della narrazione viene introdotta dall’etimologia di una parola: ‘malinconia”, ‘prigioniero’, ‘solitudine’, ‘esilio”, ‘oppressione’, ‘società’. Questo tipo di procedimento segna un punto di partenza oggettivo, universale per allargare poi lo sguardo e declinare i diversi punti di vista nel racconto. La solitudine, che dà titolo al libro, non è un concetto monolitico ma un prisma: la scrittrice la osserva in tutte le sue sfumature, dall’isolamento imposto al bisogno di raccoglimento, dall’indifferenza sociale al desiderio di appartenenza. Lo fa anche evidenziando una certa sensibilità e percezione dell’inquietudine degli altri, come le accade per certi scrittori e giornalisti, per cui «sento una vibrazione, come se avessi intercettato una frequenza autentica». Le riflessioni di Bignardi non nascono mai da teorie astratte, ma da percezioni quotidiane, spesso da episodi apparentemente banali, come una lite con un barista, un’intervista di lavoro, una seduta dallo psicologo. È da questi frammenti minimi che prende forma la sua indagine sulla solitudine, sempre nutrita di realtà, sempre con i piedi nel mondo.
Nel corso del libro, Bignardi intreccia la propria esperienza con una fitta rete di letture e riferimenti letterari: L’amante di Marguerite Duras, Triste tigre di Neige Sinno, L’isola di Arturo di Elsa Morante, Il taccuino d’oro di Doris Lessing, Io sono lei di Lucy Sante. Ogni libro è una lente attraverso cui guardare la realtà, un dialogo silenzioso con altre scritture che hanno indagato la solitudine, il dolore, la libertà. «Per scrivere bisogna essere spudorati», dice l’autrice, e Nostra solitudine è anche una riflessione sul coraggio della scrittura, sul rischio di esporsi.
Accanto ai viaggi, ai luoghi e alle persone incontrate, c’è il lavoro su di sé. Le sedute dallo psicologo, il tentativo di capire quale sia il trauma originario, i pensieri ossessivi che riaffiorano una volta tornata a Milano: tutto questo attraversa il libro con una naturalezza priva di compiacimento. Bignardi si mette in gioco, ma non si mette al centro, parla di sé per arrivare altrove. Le sue confessioni cercano una connessione ed è proprio questo che rende Nostra solitudine così vicino al lettore, la capacità di riconoscere nell’intimo dell’autrice qualcosa di nostro.
La prosa di Bignardi è limpida e precisa, riuscendo a tenere insieme le vicende personali con le questioni che riguardano l’umanità tutta. Dalla guerra in Ucraina alle voci dei prigionieri palestinesi, fino agli episodi minimi della quotidianità, mostra come comprendere il mondo significhi, prima di tutto, accettare la propria vulnerabilità. In un tempo che scambia la fragilità per debolezza, Nostra solitudine restituisce valore al dubbio, alla contraddizione, all’incertezza come forme di conoscenza autentica. Quando, nelle ultime pagine, Bignardi affronta la parola ‘società’, il cerchio si chiude: la solitudine non è mai soltanto individuale, ma un fatto collettivo, un territorio che ci lega agli altri e ci chiama alla responsabilità. «Perché ogni tanto dimentico che la mia solitudine non è solo mia?» diventa allora la chiave di tutto: un richiamo a non dimenticare l’altro, a trasformare la distanza in ascolto. Nella solitudine che racconta, Bignardi trova un luogo da cui ascoltare «il battito del mondo» e in questo gesto di ascolto c’è forse la sua forma più compiuta di resistenza.
Giorgia Carta




