Non siamo nel caos. Proposte per uscire dalla crisi, Robi RonzaDott. Robi Ronza, Lei è autore del libro Non siamo nel caos. Proposte per uscire dalla crisi edito da Ares. Una delle tesi di fondo di questo suo nuovo libro è che prima di essere politica ed economica la crisi in cui ci troviamo è culturale: dove ne vanno ricercate le cause?
Spingendo ai margini dello spazio pubblico tutto ciò che non è politica o economia, il potere ha inaridito le fonti della convivenza civile, e quindi le basi stesse dall’agire politico e dell’agire economico: le cause immediate non mancano, ma in sostanza la causa profonda a mio avviso è questa. Come scrivo nelle prime pagine di Non siamo nel caos, la speranza, la disponibilità al sacrificio di sé e la fiducia nel futuro, senza le quali dalla crisi non si esce, vengono infatti (o non vengono) da qualcosa che insomma va ben oltre l’economia e ben oltre la politica.

Lei sostiene che la scuola sia la priorità assoluta: per quali ragioni?
Perché, se è vero come è vero che la prima risorsa dell’uomo è l’uomo stesso, la formazione di personalità forti e responsabili costituisce l’unico inestinguibile presidio della libertà e del progresso. In questo quadro l’educazione assume un’importanza cruciale. Quindi la qualità e la libertà della scuola, ossia della prima agenzia educativa, divengono una priorità assoluta. D’altra parte non sono certo il primo a dirlo. Tra gli altri nel suo Il rischio educativo Luigi Giussani ha scritto pagine magistrali al riguardo. Sull’argomento ci resta di lui anche un notevole documento audiovisivo: la conferenza appunto dal titolo “Il rischio educativo” (Sala Capitolare della Basilica di Santa Maria della Passione, Milano, 20 giugno 1985), ora facilmente raggiungibile anche su Youtube, ad esempio tramite Cineteca Brianze – Archivio audiovisivo per la valorizzazione del territorio.

Viviamo quello che Lei definisce un «inverno demografico»: come è possibile difendere la vita?
Una politica più favorevole alla famiglia dal punto di vista fiscale e dal punto di vista dei servizi sociali sarebbe senza dubbio utile, ma di certo da sola non basta. Le cause della crisi demografica sono infatti in primo luogo culturali. Altrimenti non si comprenderebbe perché ad esempio negli anni della Seconda guerra mondiale, in un’Italia catastroficamente squassata dal conflitto e con 20 milioni di abitanti in meno di quelli di oggi, nascevano più bambini di quanti ne nascono adesso.

Su questa cruciale questione la politica non può fare nulla di decisivo. Urge che nella società tornino a germogliare dei valori che la cultura sin qui dominante ha inaridito con le conseguenze catastrofiche che ora si vedono. Il nuovo germoglio di quei valori dipende da realtà che non c’entrano con il potere. A me pare in primo luogo dalla Chiesa, che non deve aver paura di ritornare a essere Mater et Magistra, e in generale da tutti gli uomini di buona volontà. Di fronte all’entità delle forze negative in campo singole persone possono tuttavia fare poco. Soltanto dei soggetti sociali, delle comunità possono reggere la pressione di un ordine costituito così potente e pervasivo come quello di oggi.

Quali possibili risposte alla sfida del terrorismo?
Lo stesso realismo che impone nell’immediato la necessità di un’efficace difesa di polizia impone che nel frattempo si lavori anche per tagliare le radici culturali del terrorismo.

Nello scontro con il terrorismo islamista l’Occidente ha da temere soltanto da sé stesso. Dal punto di vista economico, scientifico, tecnico (e quindi anche delle tecniche militari) siamo smisuratamente più forti non solo del terrorismo islamico, ma di qualunque altra realtà organizzata del mondo nel nostro tempo. Rispetto a una tale forza il terrorismo islamista, come ogni altro possibile terrorismo, scrivo in Non siamo nel caos, è come un leone scappato dal circo: può far del male a qualcuno in cui s’imbatte ma la sua sorte è comunque segnata. Il problema sta altrove, ossia nello stato di prostrazione morale e psicologica in cui alcuni decenni di marcia trionfale dell’ateismo pratico e quindi dello scetticismo di massa ci hanno ridotti. Nella misura in cui diventano predominanti coloro i quali pensano che nulla valga di più della loro personale sopravvivenza fisica, allora si diventa fragilissimi anche se in teoria si sarebbe fortissimi. Questo è oggi il dramma, e la possibile tragedia dell’Occidente.

Come giudica le soluzioni attuali ad un fenomeno epocale come quello dei migranti?
Le migrazioni sono una costante della storia umana, quindi non ha senso demonizzarle in quanto tali. Venendo al caso particolare delle attuali migrazioni irregolari di massa dall’emisfero Sud verso i Paesi più sviluppati (non solo verso l’Unione Europea ma anche verso gli Usa ecc.) è evidente che occorre governarle. E quando poi, come oggi accade, diventano dannose per i Paesi di esodo e destabilizzanti per i Paesi di arrivo, senza peraltro dare adeguata risposta alle attese dei migranti, mi sembra ovvio che vadano scoraggiate con una politica che deve innanzitutto consistere in vigorosi e rapidi programmi di sviluppo dei Paesi di esodo.

Tutto ciò non fa venire meno il dovere del pronto soccorso a persone in grave pericolo, come i migranti imbarcati su gommoni. Dal dovere del pronto soccorso non deriva però un presunto diritto della persona soccorsa all’accoglienza sine die nella casa del soccorritore. Altrimenti andremmo in realtà a configurare un presunto diritto di invasione non-violento nei modi, ma nelle sue conseguenze a lungo termine non meno violento dell’invasione a mano armata.

Il libro si chiude con un post scriptum a proposito di Papa Francesco: dove sta conducendo la Chiesa?
Sono solito dire, e lo ripeterò anche qui, che mi pare di vedere un evidente disegno provvidenziale nella complementarietà di questi ultimi Papi, figure tra loro diverse ma tutte di primissimo piano. Potremmo dire che all’annuncio cristiano Giovanni Paolo II ha riaperto la strada nella giungla della fine dell’età moderna; Benedetto XVI l’ha pavimentata; Papa Francesco la percorre.

Su cosa fondare la fiducia nel futuro? 
Sul fatto che, come Giovanni Paolo II ci ha ricordato nell’enciclica Redemptor Hominis, non noi bensì Cristo è il centro del cosmo e della storia.

Nato a Varese nel 1941, Robi Ronza si laurea nel 1965 in Scienze politiche presso l’Università Cattolica di Milano. Giornalista professionista e scrittore, è un esperto di affari internazionali. È uno dei fondatori del Meeting di Rimini di cui è stato portavoce ufficiale dal 1989 al 2005. Dal luglio 2006 all’aprile 2010 è Delegato per le Relazioni internazionali del presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. Dal 2004 al 2013 è membro del Comitato di Supervisione dell’Istituto di Studi per la Politica Internazionale – ISPI di Milano. Attualmente collabora con il quotidiano ticinese Corriere del Ticino ed è presente sul web con il suo blog www.robironza.wordpress.com.