“Non pensare all’elefante!” di George Lakoff

Non pensare all’elefante, George Lakoff, riassuntoNon pensare all’elefante! Come riprendersi il discorso politico nasce dalla penna limpidamente schierata a sinistra dello statunitense George Lakoff, professore di scienze cognitive, linguista esperto di comunicazione politica e, ovviamente, convinto progressista.

Come ben evidenzia il sottotitolo, il saggio non nasconde il suo intento formativo: quello di educare a una comunicazione efficace, persuasiva, ma sempre onesta, la classe politica, intellettuale e l’elettorato di parte liberale.

Questa lezione di linguaggio è necessaria, argomenta l’autore, alla luce di una grave disparità di mezzi, capacità e consapevolezza tra le parti in campo nell’arena politica americana.

I progressisti e le loro fondazioni concentrano le proprie risorse economiche in iniziative volte a fornire sovvenzioni di base a persone bisognose e non usano il denaro per “costruire carriere, realizzare infrastrutture (comunicative ndr), ingaggiare intellettuali e progettare una linea politica”. Sono, in altre parole, incapaci di esprimere e diffondere il proprio sistema di valori, informato da una precisa idea di Nazione: quella in cui il Paese è una grande famiglia guidata da un genitore benevolo e premuroso (il governo), incaricato di proteggere i propri figli e il mondo in cui vivono con empatia e senso responsabilità verso il prossimo.

Al contrario, nei confronti del Paese, i conservatori si atteggiano, secondo Lakoff, a padri severi, convinti di dover crescere i propri figli in un mondo pericoloso e competitivo, dove dovranno imparare a perseguire il proprio interesse personale. A sostegno di questa visione politica i repubblicani hanno investito e continuano a investire miliardi in strategie di comunicazione: comprano intere società di mezzi di informazione, pianificano tutto in anticipo, formano intellettuali, ma, soprattutto, sanno che la chiave per una comunicazione politica efficace risiede nella capacità di inquadrare la realtà in una cornice metaforica potente e coerente con i propri valori. In altre parole, sostiene Lakoff, i repubblicani hanno imparato a creare e a usare i frame giusti.

Riprendendo il concetto ideato da Daniel Kahneman e Amos Tversky, l’autore definisce frame una cornice mentale che determina la nostra visione del mondo, e di conseguenza i nostri obiettivi, i nostri progetti, le nostre azioni e i loro esiti. I frame fanno parte delle strutture cognitive con cui pensiamo, sono cioè fissati nei nostri circuiti neuronali, e strutturano un’enorme porzione del nostro pensiero, ma operano nell’inconscio, silenziosamente.

Come si riconoscono, allora, questi frame? Essenzialmente, dal modo in cui parliamo.

Il ragionamento, che sul piano teorico potrebbe suonare troppo specialistico per un pubblico generalista, in realtà non pecca mai di astrazione: l’autore non dimentica di dare concretezza alla propria teoria dei frame con numerosi esempi, tratti, quasi sempre, dalle prodezze comunicative dei repubblicani, spesso nella persona di Bush Junior e del suo staff.

Al presidente dei primi anni due mila si deve il forse più celebre esempio di cornice metaforica adotto dall’autore. Un’espressione molto comune nel linguaggio dei conservatori («sgravio fiscale) è infatti, per Lakoff, la spia di un frame sottostante: i repubblicani inquadrano le tasse nella cornice della sofferenza, dove le imposte sono un fardello e un peso di cui liberarsi. Nelle parole dell’autore: “Ogni volta che il termine «tasse» (o l’aggettivo «fiscale» è associato alla parola «sgravio», ne risulta metaforicamente che le tasse sono una sofferenza, chi le elimina un eroe e chi prova a ostacolarlo, una persona cattiva”.

Il linguaggio, però, non è solo spia dei frame esistenti nella mente di chi parla: le parole hanno anche l’enorme potere di evocarli nella mente di chi ascolta e, con il tempo e la loro martellante ripetizione, di rafforzarli fino a renderli parte della visione del mondo di chi ne è stato esposto: “L’espressione «sgravio fiscale» è stata coniata alla Casa Bianca e, tramite comunicati stampa, si è diffusa in ogni mezzo radio, televisione e quotidiano del Paese. Presto anche il «New York Times» ha cominciato a parlare di «sgravio fiscale» e di lì a poco non solo Fox, ma anche la Cnn, la Nbc e ogni alta emittente televisiva ha finito col fare da megafono al «piano a di sgravi fiscali del presidente»”, rafforzando, nel popolo americano, l’idea che le tasse fossero un inutile peso di cui liberarsi.

“Ben presto hanno iniziato a parlare di «sgravi fiscali» anche i democratici, dandosi la zappa sui piedi”: utilizzando il frame degli avversari, i progressisti hanno contribuito a rafforzare (anche tra il proprio elettorato) una concezione della tassazione assolutamente incompatibile con i propri valori politici.

Nella prospettiva democratica, ricorda l’autore agli immemori progressisti, le tasse non sono certo un supplizio: sono piuttosto il giusto prezzo che ogni cittadino e ogni cittadina deve pagare per vivere in un Paese democratico, per usufruire di infrastrutture (stradali, sanitarie, comunicative ecc.) costruite grazie ai soldi dei contribuenti che l’anno preceduto, per costruirne di nuove, per contribuire a mantenere le esistenti e per permettere allo Stato di avere risorse sufficienti a garantire a tutti, anche ai meno abbienti, una vita dignitosa. Da questo punto di vista, chi non paga le tasse (gli evasori) e chi intende sopprimerle (i conservatori) è un egoista.

E allora come fare? Come diffondere questa visione del prelievo fiscale? Innanzitutto, smettendo di usare il frame avversario, anche quando si intende negarlo. Perché dicendo a qualcuno “Non pensare all’elefante!” otterremo sempre l’effetto opposto: costui, senza dubbio, visualizzerà nella propria mente l’immagine di un animale grigio, con le zanne, la proboscide e grandi orecchie pendule. Lo stesso accade ogni volta che un progressista afferma “Le tasse non sono un peso!”.

In secondo luogo, trovare un frame semplice, immediato e che possa essere evocato con poche parole per inquadrare la questione: per esempio, le tasse come investimento.

Infine, continuare ad appellarsi a tale frame finché esso non diventa pervasivo nella società, insinuandosi nella visione del mondo più comune: servirà ripeterlo centinaia e centinaia di volte, nei discorsi pubblici, negli slogan elettorali, negli spot pubblicitari. Solo così potrà crearsi un circuito neuronale condiviso, soggiacente a certe espressioni linguistiche, che associ il concetto di ‘tasse’ a quello di ‘investimento’ e che venga attivato tutte le volte che queste espressioni vengono usate.

Per riprendersi il discorso politico, come recita il sottotitolo del saggio, i progressisti dovrebbero attuare il procedimento di reframing appena descritto per tutte le altre questioni che informano il discorso pubblico: dalle pensioni, ai sindacati, dalla sanità all’istruzione, fino alla povertà, alla discriminazione e all’immigrazione.

Anche in questo, i democratici possono contare sull’aiuto pragmatico e concreto della penna di Lakoff, che nella sezione Il reframing questione per questione si assume l’oneroso impegno di provare a ripensare la comunicazione politica progressista.

Dopo aver smascherato e decostruito con grande perizia le metafore usate dai conservatori, l’autore riesce ad associare le convinzioni proprie del sistema morale democratico, imperniato sui valori di libertà, equità e solidarietà, a concetti, idee e immagini immediatamente comprensibili. Riuscendo, così, a schiudere possibilità di frame efficaci, onesti e inediti.

Ai lettori e alle lettrici il piacere di scoprire quali.

Nonostante l’impegno partigiano di cui è animato (e di cui non fa mistero), il saggio è perfettamente godibile a prescindere della propria fede politica, poiché contiene ragionamenti e analisi di grande intelligenza, dove è facile scorporare tesi, convinzioni e congetture di natura personale per riflettere sull’opacità in cui le parole, e in particolare quelle della politica, plasmano la nostra visione del mondo.

Elettra Pogliaghi

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