Non mi attirano i piaceri innocenti. Costumi scandalosi nella Parigi del Settecento, Francesca Bosi SgorbatiDott.ssa Francesca Bosi Sgorbati, Lei è autrice del libro Non mi attirano i piaceri innocenti. Costumi scandalosi nella Parigi del Settecento edito da Sellerio: quale importanza rivestiva nella società settecentesca la ricerca del piacere?
Un’importanza enorme. Nella storia europea, nessuna epoca fu improntata alla ricerca del piacere come il XVIII secolo, in Francia, e soprattutto mai lo si mostrò così apertamente. Non ci fu aspetto della vita quotidiana che non lo dimostrasse. I mobili assunsero linee morbide e sensuali, si coprirono di decorazioni e colori delicati, gli stucchi riproducevano fiori, frutti, piante, colombe e simboli dell’amore, si moltiplicarono i costosissimi specchi (inseriti nelle porte, nelle pareti, dietro i punti luce) col risultano di ampliare gli spazi, diffondere la luce, il fulgore delle dorature e le immagini degli astanti con le loro vesti colorate lussuosamente ornate. I palazzi persero la severa e imponente nobiltà del secolo precedente e cercarono piuttosto la grazia e l’eleganza. Il diminuito costo dello zucchero portò allo sviluppo dell’arte dolciaria. A teatro la tragedia perse terreno rispetto alla commedia, centrata sempre più sui giochi dell’amore, della seduzione e spesso dell’adulterio. La danza assunse sempre maggiore importanza, e praticamente non c’era opera lirica o teatrale che non inserisse i balletti nell’azione scenica, con costumi che trasformavano umili ragazzine del popolo in splendide ninfe e dee. La pittura affrontava sempre meno i soggetti seri o eroici, preferendo soggetti mitologici sensuali e ammiccanti, idilli campestri o scene di vita quotidiana dove l’amore faceva sempre capolino. Le incisioni erotiche, quando non pornografiche, si moltiplicarono.

Eppure, a differenza del Medio Evo che considerava la prostituzione una sana valvola di sfogo per i maschi adulti, che in tal modo non insidiavano le donne perbene, nel Secolo dei Lumi le prostitute erano vittime di pene severissime, se non atroci.

Quale elaborazione del piacere fornì la filosofia?
Anche se si continuava ad andare ostentatamente a messa e il partito dei ‘devoti’ a corte era fortissimo, lo scetticismo si diffondeva nelle classi privilegiate e la ricerca del piacere trovava sempre meno ostacoli anche di ordine morale.

La filosofia predicava che tale istinto era insito nella natura umana, e dunque soffocarlo era sbagliato e dannoso per lo sviluppo armonico della persona e per il bene della società. Voltaire con il suo scetticismo irriverente e la sua razionalità, Rousseau col culto della Natura furono i principali responsabili di questa evoluzione del comune sentire.

Se la ricerca del piacere era naturale, progressivamente si arrivò a considerare arduo stabilire quali piaceri fossero ammissibili e quali no. Inevitabilmente, si concluse – magari sottovoce – che nessun piacere fosse colpevole.

L’amore fu anch’esso vittima di questa visione della vita: se ciò che contava era l’istinto/bisogno naturale, per sua naturale passeggero e volubile, che senso aveva più l’Amore con la A maiuscola, capace di eroici sacrifici, di adamantina fedeltà, di dedizione illimitata? L’amore, con la ‘a’ minuscola, era tutt’al più qualcosa che rendeva ancor più dolce abbandonarsi all’istinto.

Il passo successivo fu chiedersi perché perdere tempo con estenuanti corteggiamenti quando pagare una prostituta per una passade o per qualche mese era tanto più semplice. Poi qualcuno trovò che lo stupro, almeno, era anche gratis e in fondo risparmiava alle donne sgradevoli rimorsi di coscienza.

Paradossalmente, fecero del corteggiamento e della seduzione un’arte proprio i libertini, che cercavano le conquiste difficili solo “per porle in lista”.

I progressi della scienza, poi, avevano generato non solo un certo ottimismo in un domani migliore ma soprattutto un’enorme fiducia nella Ragione Umana, col risultato che se qualcosa, ad esempio un dogma religioso, non era spiegabile razionalmente, era automaticamente considerata con sospetto, poi con scetticismo, infine con incredulità. Certo, nessuno pensava che questo razionalismo, dopo aver indebolito la religione e la morale, avrebbe poi colpito le fondamenta stesse della monarchia e della società classista, fino alle stragi del Terrore.

In che modo nella società settecentesca le convenzioni morali crollarono?
Voltaire trovò un numero crescente di seguaci nella sua battaglia contro il Cristianesimo e la massoneria si diffuse tra nobili e ricchi borghesi nella seconda metà del secolo, indebolendo ulteriormente l’autorevolezza della religione. La vita dissoluta di molti alti prelati era nota, i verbali di polizia sono pieni di religiosi beccati mentre si trastullano con ragazze e ragazzine, e ciò non giovava alla morale, anche se il basso clero spesso condivideva col loro gregge anche la miseria.

La vita dissoluta del reggente Filippo prima, e di Luigi XV poi, gli scandali di Versailles non aiutavano certo a mantenere alto il livello morale della nazione. Costretti a una vita di corte onerosissima per farsi notare dai sovrani o ingraziarsi i ministri, in un sistema dove incarichi e pensioni venivano concessi in base ai motivi più disparati, i nobili erano eternamente alla ricerca di denaro e pronti ai peggiori compromessi per averlo.

Ricordiamo poi che la nobiltà aveva un concetto molto particolare del Paradiso e, pur senza dichiararlo apertamente, era certa che Dio le avrebbe riservato un trattamento di favore anche nell’altro mondo, indipendentemente da come aveva vissuto.

La totale mancanza di privacy e l’amore per il pettegolezzo faceva sì che a Parigi si sapesse tutto di tutti, e più si era in vista, più si era vittime di pettegolezzi. Se mancavano notizie certe le si inventavano, per scopi politici, per vendetta, per divertimento. La calunnia era un venticello inafferrabile che si insinuava nei salotti, nelle osterie, per le strade, nei mercati. Ancora peggio se faceva ridere. E contribuì a distruggere Maria Antonietta nel cuore dei sudditi.

Quindi sia la religione con i suoi dogmi, che le leggi civili e morali contarono sempre meno, anche tra le classi inferiori, complici i cattivi esempi delle classi dirigenti, lo scetticismo dilagante e la povertà, che spingeva troppe donne a prostituirsi regolarmente o anche solo saltuariamente per poter sopravvivere.

Con una differenza: le leggi valevano solo per i poveri e i plebei, che avevano sempre torto. Soprattutto se donne: bastava pochissimo, anche niente, per essere condannate ai lavori forzati per prostituzione.

Per i privilegiati, l’unica legge valida e temuta era il favore del re e dei propri simili.

Anche alcuni usi secolari davano il loro contributo alla diffusa immoralità della nazione: il matrimonio non era una faccenda da innamorati ma un’alleanza di interessi tra famiglie. Amore e fedeltà difficilmente legavano due estranei che si incontravano magari solo due volte prima di unirsi di fronte all’altare.

E infatti molti coniugi vivevano vite separate, mentre i figli erano abbandonati prima alla servitù poi a precettori di dubbio merito (almeno a leggere le memorie dell’epoca), mentre le figlie erano educate in convento. Queste separazioni coniugali de facto, incoraggiate dalla migliore società che riteneva amore e fedeltà solo manie ridicolmente fuori moda, portava alle immaginabili conseguenze. L’infedeltà maschile, prima considerata un peccato veniale, diventò addirittura una doverosa esibizione di virilità e prestigio. La filosofia l’aveva autorizzata assolvendo la ricerca del piacere, la società la fece diventare di moda.

Ma crollarono anche altri tabù. In Francia più che altrove, gli artisti del palcoscenico erano da sempre considerati dei paria. Piano piano, frequentarli diventò di moda, poi gli uomini presero a cercare spesso un’amante tra attrici, cantanti e soprattutto ballerine, che rimediavano così alle paghe da fame. I verbali di polizia sono pieni dei loro nomi, di quelli dei loro clienti, e di quello che combinavano.

L’omosessualità era diffusa alla corte di Francia. Lo si considerava un vizio tipicamente italiano, ma dato che lo praticavano moltissimi aristocratici ai massimi livelli, veniva chiamato ‘il bel vizio’. Gli aristocratici cercavano amanti in tutte le classi sociali, pronti a proteggere i loro beniamini, se era il caso. Il commercio di bambini e ragazzini era florido, e non mancarono scandali eclatanti. Ma la polizia aveva le mani legate: teoricamente doveva perseguire gli omosessuali, soprattutto se li coglieva in flagrante; ma d’altra parte non voleva rischiare guai se fermava i titolati (che comunque venivano immediatamente rilasciati) o i loro amanti, per quanto umili potessero essere. I verbali di polizia sono illuminanti, a riguardo.

Quindi, nonostante le condanne ufficiali, la Buoncostume era molto, molto comprensiva. In carcere finivano solo gli omosessuali di bassa estrazione se colpevoli di blasfemia o altri reati gravi, come omicidio, furto, ratto o violenza su minore, o se proclamavano orgogliosi di fare proselitismo. Ma se non avevano protettori influenti, dal carcere potevano uscire facilmente, ad esempio arruolandosi.

Quali piaceri erano concessi alle donne?
Distinguiamo tra donne e dame. Per le donne del popolo non cambiò molto: infanzia e giovinezza finivano presto, le gravidanze si susseguivano, il lavoro era duro e malpagato, i mariti erano spesso maneschi. Molte speravano che la prostituzione le aiutasse a conquistare una vita migliore, magari diventando mantenute. Lavorare in un bordello almeno garantiva buon cibo e bei vestiti addosso, qualche puntatina a teatro e alle passeggiate alla moda per farsi ammirare e attrarre clienti. La carriera folgorante di tante cortigiane di lusso passate dalla stalla alle stelle, deve essere stato il sogno di molte.

Se riuscivano a diventare delle mantenute, i piaceri erano avere una bella casa, servitù, gioielli, una carrozza, soldi da spendere, anzi sperperare, e un amante segreto con cui divertirsi, all’insaputa di chi le manteneva.

Gli obblighi morali erano più sentiti nella piccola e media borghesia, anche se tra loro qualcuna si prostituiva occasionalmente, per piacere o per avidità.

Per le dame cambiò qualcosa, nel corso del secolo. Una volta dato il sospirato erede maschio (meglio due, data l’alta mortalità infantile), era tacitamente concesso anche a loro il diritto a una vita sessuale e sentimentale appagante. Ma la società imponeva di farlo con i dovuti riguardi, con elegante discrezione, lasciando magari che tutti sospettassero senza mai dare certezza. I mariti, se pure non era assolutamente elegante mostrarsi gelosi e possessivi, anche senza la minima prova potevano sempre far rinchiudere in convento la moglie per adulterio.

Tuttavia, certi sciupafemmine divennero così di moda che era quasi una vergogna non aver nemmeno il sospetto di una liaison con loro.

Se inizialmente erano gli uomini ad avere nella periferia di Parigi delle petites maisons per gli incontri clandestini, piano piano cominciarono a farlo anche le dame più abbienti, protette dal loro rango e dal loro carattere carismatico.

Da qualche frase degli ispettori di polizia e da qualche autore, come Mirabeau e il conte de Tilly, si evince che tra le donne della buona società qualcuna si spingevano anche oltre, ad esempio cercando avventure per strada, frequentando i bordelli dove si presentavano travestite ai clienti, o chiedendo alle ruffiane di reclutare per loro amanti prestanti.

Dato che tutti adoravano il teatro, e nella buona società c’era la mania di organizzare spettacoli privati in casa, facendo recitare gli amici, spesso le scene d’amore recitate sul palcoscenico diventavano poi reali o offrivano un comodo alibi alle relazioni clandestine.

Complice la nascita di quello che oggi chiamiamo lo star-system, cioè il culto votato agli artisti che rende oggetto di interesse nazionale ogni loro atto o ogni pettegolezzo che li riguarda, nella seconda metà del secolo dame della buona società ebbero anche liaison con attori, cantanti e ballerini, un tempo disprezzatissimi.

Sempre nella seconda metà del secolo si parlò apertamente di relazioni lesbiche, spesso facendo nome e cognome delle interessate. Una di loro era una famosa e osannata attrice tragica, mlle Raucourt, ma non mancavano dame nobili e altoborghesi. Si favoleggiò di sette segrete, con complicati rituali. Nelle amicizie femminili il confine tra amicizia e attrazione sessuale era evanescente ma l’accusa di lesbismo era una ghiotta attrattiva per il pubblico, pronto però a scandalizzarsi se si varcavano i limiti del bon ton. Ovviamente, Maria Antonietta verrà accusata anche di relazioni lesbiche con madames de Lamballe e de Polignac.

Ma anche in questo caso la legge era ‘sospettare senza mai avere la certezza’. Indubbiamente, una relazione lesbica non creava alcun problema alla famiglia, dato che non comportava concepimenti o peggio.

Il gioco d’azzardo era così diffuso nella buona società che non sapere tenere le carte in mano era considerato quasi offensivo. Si perdevano somme folli, e qualche dama si prostituiva per pagare i debiti di gioco. O peggio. Altre, più accorte, trasformavano i loro salotti in case da gioco, intascando percentuali sulle giocate.

Nell’ultimo quarto del secolo si aprirono a Parigi molte case da gioco con permesso ufficiale: in quasi tutte c’erano una dama bella e affascinante che le gestiva con un socio. Lei curava la qualità dei pasti serviti ai giocatori, lei attirava una clientela scelta che dava lustro alla casa da gioco, lei aveva amiche belle e affascinanti che davano un motivo in più ai giocatori per non mancare mai.

Crollato il bastione della moralità e della religione, rimase solo quello del bon ton: in quella società che riservava alla forma un culto idolatra, si perdonava tutto purché lo si facesse con la dovuta eleganza e rispetto delle bienséances. Almeno teoricamente, e con chi contava. Il popolo, di certo, non contava.

Quali fonti ci consentono di conoscere così in dettaglio la vita privata nel Settecento francese?
Le memorie e gli epistolari, in primis; poi la stampa scandalistica che circolava senza il beneplacito reale; le canzoni che circolavano nelle strade e nei salotti; gli editti regi; le commedie, i poemi e la letteratura; i pamphlet; i saggi di medicina; la letteratura erotica; i quadri, le stampe e le incisioni… E soprattutto i verbali e i rapporti di polizia. La polizia francese aveva uno scopo: preservare l’ordine pubblico. E per farlo preferiva prevenire, anziché curare, giovandosi di un esercito di informatori, a ogni livello sociale. C’erano gli informatori a loro stessa insaputa, che chiacchieravano troppo, quelli pagati per ascoltare e quelli che per evitare la prigione o lo scandalo si prestavano a farlo. I poliziotti intervenivano all’improvviso, facendo irruzione anche nelle case private. Fingevano di farsi adescare da uomini o da donne, per poi condurli dai colleghi in agguato. Gli ispettori svolgevano indagini per appurare la fondatezza di accuse e delazioni, se particolarmente gravi. Raccoglievano anche gli sfoghi dei nobili che avevano problemi con le loro mantenute, intervenivano se necessario, e a volte indagavano per ricostruire il punto di partenza di un’infezione venerea che ci si passava da uno all’altro in un imbarazzante girotondo erotico.

Francesca Bosi Sgorbati, laureata in lettere e lingue straniere, si dedica da anni allo studio del XVIII secolo inglese e francese con saggi e traduzioni di opere dell’epoca. Con Sellerio ha pubblicato i saggi Guida pettegola al Settecento francese, Guida pettegola al teatro francese del Settecento, A tavola coi re. La cucina francese ai tempi di Luigi XIV e Luigi XV, Non mi attirano i piaceri innocenti. Costumi scandalosi nella Parigi del Settecento. Sempre per Sellerio ha curato Parlando di donne. Lettere a un quotidiano inglese del ‘700, La donna nel XVIII secolo di J. e E. de Goncourt, Storia di Maria Antonietta di J. e E. de Goncourt. Per Barbès ha curato Le avventure di un povero aristocratico di Léon de Rochechouart. Per Galaad ha curato Acaju e Zirfila di C. P. Duclos.