“Non è un Paese per madri” di Alessandra Minello

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Dott.ssa Alessandra Minello, Lei è autrice del libro Non è un Paese per madri, edito da Laterza: cosa significa essere madri in Italia oggi?
Non è un Paese per madri, Alessandra MinelloDomanda difficile: essere madri in Italia oggi è complesso. Significa addossarsi totalmente, o quasi, le responsabilità di cura dei propri figli. Parliamo delle coppie eterosessuali in cui è la madre a dover organizzare, pianificare, agire per accudirli quotidianamente, senza invece condividere queste responsabilità con il padre che ancora ha un ruolo marginale nelle azioni più ricorrenti della cura (cucinare, aiutare nei compiti, pulire). Significa anche dedicarsi anche ai bisogni emotivi dei figli, molto più di quanto succedeva un tempo, e anche avere a che fare con un mondo complesso in cui le incombenze sono aumentate, in cui anche i costi per crescere un figlio sono esosi. Significa spesso sentirsi stanche e sole, perché il welfare state italiano è organizzato in modo che gran parte della cura dei figli ricada sulle famiglie, ma le famiglie sono cambiate: ci sono meno fratelli/sorelle su cui contare, i nonni hanno spesso altre incombenze (lavorano o si devono a loro volta prendere cura dei propri genitori).

Significa, infine, scontrarsi con il mito della maternità, che oltre a prevedere la donna come unica regina del ruolo di cura, fa sì che i modelli familiari paritari siano ancora poco diffusi, e crea forti pressioni per raggiungere un ideale materno di perfezione, presenza e pressione.

Quali difficoltà incontra chi deve conciliare lavoro e maternità?
L’Italia negli ultimi decenni è stata caratterizzata da bassi tassi di fecondità e bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro. Se la prima è in calo costante e si attesta ai livelli più bassi in Europa, la seconda è in crescita, ha resistito agli urti della Grande Recessione, ma vacilla sotto i colpi della pandemia. Il legame tra queste due dinamiche – lavoro e fecondità – è cruciale: da una parte ormai dagli anni ’80 è noto che nei paesi con maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro nascano più figli, dall’altra la fragilità delle posizioni lavorative e l’incertezza economica sono nemiche della fecondità. Ad acuire il problema c’è uno sbilanciamento nei ruoli di cura: rispetto agli altri paesi in Europa le donne italiane sono tra le più impegnate nei lavori di cura e domestici, mentre gli uomini sono nelle retrovie. Le donne con un titolo di studio non elevato ancora troppo spesso lasciano il lavoro quando diventano madri. Quelle con un titolo di studio elevato, e dunque quelle che si possono permettere di pagare i servizi attraverso cui esternalizzare la cura, vedono le loro carriere rallentate rispetto a quelle di chi non ha figli o agli uomini. A sfavorire la gestione del tempo tra maternità e lavoro sono anche gli orari scolastici, poco compatibili con quelli tipici di molte occupazioni e, più in generale, un sistema scolastico ancora basato sull’assunto che le madri siano costantemente presenti e non impegnate nel mondo del lavoro retribuito.

In che modo il mito della maternità condiziona il fertility gap?
Una consistente fetta della popolazione italiana pensa ancora che il ruolo più importante per una donna sia quello di prendersi cura della casa e della famiglia. Il valore del matrimonio in Italia resiste più che altrove e anche quello della realizzazione femminile attraverso la maternità, a cui si contrappone una visione del padre che deve dare priorità alla sua carriera rispetto ad occuparsi di figli piccoli. Secondo il mito della maternità la madre è depositaria unica della virtù della cura, schiacciata dal peso della perfezione, dalle responsabilità e dal senso di colpa. Non è un caso, dunque, che in un Paese caratterizzato da questa cultura ci siano questioni strutturali che non facilitino la partecipazione femminile al mercato del lavoro e che vedano nella madre la principale caregiver. Pensiamo ad esempio alla carenza dei servizi per l’infanzia – asili nido – che coprono poco più che un quarto del bisogno reale. Oppure ai congedi di paternità obbligatoria di durata limitata, estesi nel 2021 a dieci giorni, e basta avere una minima esperienza di genitorialità per sapere che non sono sufficienti, e che tra l’altro sono poco diffusi tra i lavoratori. O, infine, più in generale, alla poca protezione delle donne presenti nel mondo del lavoro retribuito nel periodo della maternità, che spesso sfocia in abbandono del lavoro. Tutto questo insieme di fattori non favorisce la fecondità, non si creano le condizioni affinché il desiderio di fecondità venga realizzato in un contesto così poco favorevole alla piena realizzazione femminile e al sostegno alla genitorialità e in un sistema socio-economico che reitera la pressione data dal mito della maternità.

In che modo gli aspetti strutturali si sommano alla componente culturale nell’impedire la realizzazione dei desideri di maternità?
Esistono una forte componente culturale ed una strutturale che impediscono la realizzazione dei desideri di maternità, ma anche una pacificata combinazione tra ruolo genitoriale e professionale. Queste due componenti sono legate, in una spirale che ruota intorno alla diade madre-figlio. Alla parte culturale fanno capo tutti quegli ostacoli che si rifanno, in ultima istanza, al mito della maternità. La questione strutturale è diventata decisiva negli ultimi decenni in cui, oltre ad una riflessione sull’(in)efficacia delle politiche familiari ed economiche – la già citata scarsa diffusione dei servizi per l’infanzia ne è un esempio-, si è colto il legame tra genitorialità e partecipazione femminile al mercato del lavoro, che nel tempo si è fatto via via più cruciale, e che vede il nostro paese tra quelli a minor presenza di donne lavoratrici. Parlando di lavoro, cito un aspetto che riguarda le generazioni che negli ultimi decenni sono entrate nel mondo del lavoro retribuito e che è un importante aspetto della questione strutturale, nella sua complessità e capillarità: la precarietà contrattuale. Lavori precari non favoriscono l’ingresso in un’unione stabile, né tantomeno la fecondità: con il contratto a tempo indeterminato è più semplice avere uno sguardo sul futuro, pianificare l’arrivo di un figlio. Una struttura economica che, a fronte di una crescente necessità di famiglie a doppio reddito, non garantisce carriere più stabili e stipendi adatti, non permette alle donne di uscire dall’incertezza economica è una società che non coglie la necessità di andare oltre ad una visione tradizionale dei ruoli che le vede fuori dal mercato del lavoro retribuito.

Quali effetti hanno avuto sulle famiglie, e sulla condizione femminile, recessione economica e pandemia?
Prima della Grande Recessione si pensava che l’Italia avrebbe vissuto un periodo florido dal punto di vista della fecondità, i demografi italiani prospettavano una ripresa delle nascite. La crisi economica invece ha agito come uno shock sulla fecondità. Allo stesso tempo però il lavoro femminile ha retto molto di più di quanto abbia fatto quello maschile, sono aumentate le famiglie a doppio reddito anche tra le coppie meno istruite, i settori in cui la presenza maschile è più netta (pensiamo ad esempio all’edilizia) hanno avuto maggiori scompensi rispetto a quelli in cui la presenza femminile è preponderante (pensiamo ai servizi). Quando la ripresa stava per cominciare, è arrivata la pandemia che ha sconvolto nuovamente gli equilibri. In questo caso sono stati pochi i settori economici a salvarsi dalla crisi, sia tra quelli femminilizzati, sia tra quelli a maggioranza maschile, con conseguenze non solo sul piano economico, ma anche sulle nascite. Ad essere messo in discussione, inoltre, vista la chiusura dei servizi di cura e di istruzione è stato anche lo squilibrio di genere nella distribuzione del lavoro di cura: con il lavoro da remoto si è resa evidente l’incompatibilità per le donne di combinare i ruoli di madre e lavoratrice. La pandemia ha però anche portato a nuove prospettive: molti dei padri dei nati del 2020, ad esempio, hanno vissuto più degli altri i primi mesi di vita dei figli, il tema della cura all’interno delle famiglie è diventato palesemente un argomento di discussione pubblica. Le due crisi, economica e pandemica, hanno, quindi, cambiato gli equilibri familiari e mostrato le lacune dell’impianto che sosteneva il sistema culturale e strutturale precedente. A sommarsi, oltre a questo cambiamento di condizioni oggettive, è anche il cambiamento delle condizioni percepite. Le narrazioni incerte del futuro conseguenti a crisi economica, pandemia, e molto probabilmente anche al recente conflitto bellico, di certo non favoriscono la pianificazione di una nuova nascita, creando un senso di incertezza percepita nelle famiglie.

Anche l’università italiana non si sottrae a questo fosco scenario: quali conseguenze comporta, per la carriera accademica, la maternità?
Il legame tra maternità e progressione accademica è doppio: da un lato, la presenza di figli ha conseguenze sulla produttività accademica e la progressione della carriera. Dall’altro lato, la produttività e le complesse dinamiche di avanzamento nella carriera incidono sulle scelte di fecondità. Entrambe queste dinamiche sono importanti per comprendere le disuguaglianze di genere in questo ambito. Le accademiche italiane soffrono più degli uomini le difficoltà a bilanciare i compiti di ricerca e quelli di cura, in quanto molto spesso sono maggiormente impegnate nei lavori domestici e nella cura dei figli o dei genitori. Considerata la competizione per l’accesso alle posizioni stabili, la maternità diventa un progetto da accantonare oppure un percorso a ostacoli. Quando arrivano i figli, questo ha conseguenze sulle loro possibilità di raggiungere posizioni di rilievo, ma anche sulla velocità del loro percorso verso la stabilizzazione. Sono rari i casi di asili nido in università, non esiste alcuna protezione al ritorno dalla maternità in termini di carico di lavoro, non è obbligatorio che nella valutazione delle carriere si tenga conto della genitorialità. Nella valutazione del percorso lavorativo, inoltre, poco si tiene conto di una parte del lavoro a cui le donne, tipicamente, dedicano più tempo e attenzioni: la didattica. Tutto questo fa sì che l’accademia italiana, che dovrebbe essere polo della cultura ed esempio per altri ambiti, sia invece un luogo in cui queste differenze si reiterano e non vengono superate, grazie anche ad una strenua difesa dell’ordine delle cose, che non prevede vengano messi in dubbio i criteri di valutazione, né accolte le istanze delle donne.

Quali proposte per superare la crisi demografica combinando vita professionale e vita privata?
La questione è ancora una volta posta su due piani, quello culturale e quello strutturale. Da una parte è importante notare che alcuni moti di cambiamento siano già in atto. Ad esempio, per la dimensione culturale iniziano a farsi sentire: la presenza e la voce delle donne childfree – quelle senza figli per scelta -, la ridefinizione dell’identità femminile al di là della maternità, la volontà degli uomini, almeno tra i più giovani, di riconoscere a se stessi una maggior presenza nel ruolo di cura e un diverso equilibrio tra vita lavorativa e familiare. Per la dimensione strutturale: l’investimento sulla carriera lavorativa, e la maggior presenza delle donne nei ruoli apicali, ma anche, la crescita degli uomini iscritti in alcuni ambiti di istruzione prevalentemente femminilizzati fanno lentamente capolino, così come l’assegno unico e l’estensione del congedo di paternità sono prime misure di cambiamento. Dall’altra, però ci sono molte resistenze e sono strategie necessarie per accelerare il cambiamento sia dal punto di vista culturale sia dal punto di vista culturale. A livello culturale c’è, ad esempio, il bisogno di insegnare la parità già in età scolare, ma anche di proporre nuovi modelli di organizzazione del potere, in ambito lavorativo, al femminile e di ridefinire i ruoli all’interno delle case in modo condiviso. Dal punto di vista strutturale, sono necessarie riforme dei congedi di maternità/paternità, la crescita dei servizi all’infanzia, ma anche di politiche che aiutino a rompere quell’insieme di ostacoli che ancora impediscono alle donne di avere carriere alla pari degli uomini, soprattutto legati al periodo della maternità (es. demansionamento) e, più in generale, riforme che agiscano sul precariato. La questione cruciale è che questi cambiamenti devono essere affrontati in un’ottica complessiva, che riguardi tutti i generi, ma anche le generazioni. Non possiamo pensare di cambiare lo status quo se le generazioni meno giovani, quelle che da una parte hanno in mano spesso il potere decisionale e dall’altra sono molto coinvolte nella cura (nonne e nonni) non accolgano le istanze di cambiamento.

Alessandra Minello è ricercatrice in Demografia al Dipartimento di Scienze Statistiche dell’Università di Padova. Studia le differenze di genere in Italia e in Europa negli ambiti della scuola, della famiglia e del lavoro.

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