“Non chiamatele fake news” di Valentina Petrini

Dott.ssa Valentina Petrini, Lei è autrice del libro Non chiamatele fake news, edito da chiarelettere: innanzitutto, cosa significa fare la giornalista per Lei?
Non chiamatele fake news, Valentina PetriniAnche nel libro parto proprio da qui: «Da piccola mi arrampicavo sulla sedia della cucina per raggiungere il citofono: era il mio microfono, la mia finestra sul mondo.»
È ovviamente un ricordo che mia mamma ha condiviso con me tante volte ed era da qui che volevo partire per dare il segno della passione e dell’amore che nutro nei confronti di questa professione, nonostante poi nelle pagine successive faccia una critica senza sconti al sistema dell’informazione, di cui anche io stessa faccio parte. Per me essere una giornalista oggi non è soltanto la realizzazione di un sogno, di un’aspirazione, di un obiettivo che mi ero data ma, come scrivo sempre nel libro, è anche l’occasione e l’opportunità di schierarmi: schierarmi a favore della verità, schierarmi contro le diseguaglianze sociali, schierarmi in difesa del cambiamento climatico, schierarmi a sostegno di quelle tematiche profonde che sono alla base della mia professione che, o non hanno abbastanza spazio, o non hanno lo spazio adeguato, o sostanzialmente non hanno il risalto che dovrebbero avere, e qui penso, per esempio, appunto, al cambiamento climatico.

Chi produce le fake news?
Bella domanda. Io lo chiamo il “paziente zero” cioè il primo ad averle messe in circolo e purtroppo non per tutte le bufale che ci arrivano noi siamo in grado di riconoscere il paziente zero. Pensiamo per esempio al periodo della pandemia, del primo lockdown di marzo 2020: sui nostri telefonini, su WhatsApp, hanno cominciato ad arrivarci messaggi complottisti di ogni tipo. Di alcuni di questi siamo riusciti a ristabilire l’origine, altri invece sono rimasti nell’anonimato. Infatti nel libro noi intervistiamo anche i giganti del web e le grandi piattaforme di messaggistica e, soprattutto a WhatsApp, chiediamo conto del perché WhatsApp sia stata utilizzata, nella pandemia di marzo scorso, ma continui ad essere utilizzata talvolta come strumento di veicolazione delle bufale. Le fake news hanno una diversa matrice, non sono neanche tutte da chiamare fake news, come recita, appunto, il titolo del libro: molte sono disinformazione, altre sono armi di distrazione di massa, altre ancora sono macchine del fango. È necessario farle queste distinzioni perché se noi mettiamo tutto in un mucchio, non riusciamo a scardinare realmente il fenomeno. Certo è – va comunicato a chi approccia questo argomento e magari vuole leggere questo libro – chi produce fake news per diffondere false cure o tesi complottiste o prodotti che non hanno nessun fondamento scientifico lo fa ovviamente per guadagnarci e ogni clic su Internet, su un titolo fake, su un titolo bufala, su una notizia che in realtà non ha nessun fondamento produce un guadagno per la macchina che l’ha generata. Esistono poi delle tesi complottiste che hanno probabilmente una derivazione geopolitica. Pensiamo per esempio alle tesi complottiste sull’origine del virus: alcune di queste, molte di queste, sono nate in Russia o in America in chiave antagonista nei confronti della Cina.

Quale ruolo gioca il web nella manipolazione dell’informazione?
Il web gioca un ruolo fondamentale ed è per questo che in questo libro noi intervistiamo i giganti del web. Sono molto contenta di questa parte.. vi do solo un dato: a marzo del 2020, mentre eravamo in piena emergenza medico-sanitaria, oltre il 30 per cento degli utenti Internet italiani ha consultato siti di disinformazione e stiamo parlando di un valore di quasi 11 punti percentuali in più rispetto al marzo del 2019. Hanno raggiunto questi siti di disinformazione direttamente o attraverso il reindirizzamento da social network o motori di ricerca. Questo ci dà appunto la dimensione dell’importanza che ha il web nella manipolazione. Inoltre, ormai tutte le ultime statistiche a nostra disposizione, quelle dell’AGCOM, del Censis, dell’Istat, della Commissione europea ma anche quelle internazionali come, per esempio, del Reuters Institute for the Study of Journalism, ci dicono che il rapporto tra social media e informazione si è completamente evoluto: in soli tre anni, dal 2017 al 2020, l’uso dei social come fossero dei quotidiani online è diventata una pratica sempre più diffusa.

Questo ci ha consegnato il quadro di quanto fosse importante interrogare i social stessi per capire se avessero la percezione di quanto importante fosse il loro ruolo nella lotta contro le fake news e la disinformazione. Però noi non ci fermiamo qui nel senso che se noi trattassimo il tema della disinformazione e della diffusione delle fake news solo ed esclusivamente fermandoci alla rete non faremmo un giusto servizio alla causa. Noi affrontiamo con coraggio, visto che facciamo parte della categoria, anche la disinformazione che viene alimentata dagli organi mainstream, e quindi da giornali, radio e tv, perché senza affrontare questo tema non sarà mai possibile una grande rivoluzione. Anche i canali d’informazione tradizionali spesso prestano il fianco alla disinformazione, magari omettendo dettagli importanti di una notizia che, omettendoli, la alterano o la cambiano oppure creando delle discrepanze enormi tra i titoli e gli articoli – e noi sappiamo, ahimè, che la maggior parte degli utenti legge soprattutto i titoli e gli occhielli e non gli articoli complessivi. Oppure dando voce a tesi scientifiche non confermate che creano un caso, alimentano il click baiting però non sono poi, a distanza di tempo, confermate ma hanno comunque manipolato l’opinione delle persone. Ecco, questo libro – se mi posso permettere – ha questa originalità: quella di mettere le mani nel mio stesso settore, di provare a guardarsi dentro prima che andare a puntare il dito contro la responsabilità del web e dei social, cosa che ovviamente facciamo ma che non può essere esaustiva dell’argomento.

Alla pandemia da Coronavirus si è accompagnata una vera e propria “infodemia”: in che modo sono proliferate le fake news sul Covid­19?
Nei mesi in cui la pandemia ci ha scombussolato sicuramente quella dell’infodemia è stata un’altra epidemia che ha minacciato la nostra stabilità. Purtroppo un’epidemia che non si è fermata perché continuiamo ad essere investiti da tantissime notizie non verificate che ci destabilizzano. Non è accaduto solo in Italia: ovunque le fake news sono entrate nella testa delle persone ma devo dire che mai come nei giorni del primo lockdown di marzo 2020 ho avuto il timore che complottisti e bufalari avessero la meglio sulla verità forse perché eravamo chiusi in casa, eravamo in preda spesso al panico, eravamo lontano dai nostri affetti e quindi la nostra situazione emotiva ci rendeva molto più fragili di fronte a tutto questo. Come ho detto prima WhatsApp è stato uno strumento utilizzato dai bufalari per far circolare audio allarmistici e ovviamente a WhatsApp si sono aggiunti i social e anche vari siti fake che comunque circolano sul web. Però purtroppo alcune delle tracce WhatsApp che c’erano arrivate direttamente sui nostri telefonini è finita ed è stata ripresa anche da siti di quotidiani noti come Il Giornale, Dagospia. A questo poi va aggiunto che nei giorni della pandemia il binomio scienza-informazione ha veramente tolto il sonno a chi ha fatto e fa il mio mestiere: per fare ordine tra i tanti messaggi contraddittori che sono stati diffusi dai singoli esponenti del mondo della medicina o della virologia è stato molto difficile.

C’è stata una fase in cui su qualsiasi canale, programma, sito web si parlava di coronavirus con un ospite tecnico, vero o presunto, a darci delle massime sull’argomento. Noi come mondo dell’informazione siamo stati schizofrenici e incoerenti. Abbiamo continuato a seguire lo scoop su alcune questioni, a fare la gara tra di noi a chi arrivava prima però non è facile trovare un unico responsabile, per rispondere alla domanda su che modo sono proliferate le fake news sulla Covid-19. Ci sono tante singole responsabilità e nel libro proviamo a ricostruirle, a metterle in fila tutte.

Nel libro scrive: «quella del virus creato in laboratorio è stata la tesi complot­tista più ripetuta della stagione. Anche la più vincente, forse. Resiste ancora, mentre scrivo, nonostante le innumerevoli smentite». Come si è diffusa?
Sì, confermo. La tesi del virus creata in laboratorio è sicuramente stata quella più vincente perché ha avuto degli sponsor di potere: penso a Donald Trump, per esempio, ma anche in casa nostra ci sono stati gruppi ed esponenti politici che l’hanno cavalcata. È una tesi che per eccellenza riassume in sé i criteri della geopolitica quando si muove per attaccare un altro continente, un’altra potenza. Anche i russi hanno diffuso ad un certo punto, anche attraverso canali di Stato, ipotesi complottiste di questo genere: sul primo canale statale della TV del Cremlino a un certo punto viene instillato il dubbio riguardo alla creazione artificiale del virus. Ovviamente per loro cambiano i cattivi: i cattivi sono gli Stati Uniti e i russi fanno circolare la tesi che si chiami coronavirus non perché al microscopio il virus sembri una corona regale ma perché Trump faceva indossare le corone alle vincitrici di Miss Mondo… Pensate che anche la BBC ha dovuto smentire la bufala. In Italia, ad un certo punto, sui profili social italiani, circola un estratto del servizio del TG Leonardo di Rai Tre andato in onda a novembre del 2015, quindi cinque anni prima che il mondo conoscesse il nome di Wuhan. Un estratto, nel quale sostanzialmente si parlava di un esperimento, un esperimento che preoccupa tanti scienziati: un gruppo di ricercatori cinesi innesta una proteina presa dai pipistrelli sul virus della SARS e via di seguito. Questo estratto diventa virale, rimbalza di profilo in profilo, viene condiviso di nuovo su Whatsapp ed ecco servita la prova perfetta che il virus è artificiale, che è stato creato dal laboratorio. Tutto finirebbe qui se non fosse che poi, ad un certo punto, questo servizio viene ripreso dai profili complottisti che non aspettavano altro che la ciliegina per riaccendere la loro condivisione selvaggia di questa tesi.

Però anche qui: a un certo punto la Lega annuncia un’interrogazione parlamentare al Ministro degli Esteri Di Maio e al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e, addirittura, lo fa veramente perché il 6 aprile 2020 i quotidiani informano che un deputato della Lega, capogruppo del Carroccio in Commissione Esteri, ha depositato alla Camera l’interrogazione annunciata in cui si chiede di fare chiarezza rispetto all’attività di ricerca condotta da Pechino in merito agli esperimenti sui virus Sars.

Nel libro ho ricostruito i passaggi salienti della diffusione di questa tesi complottista però alla fine ho voluto lasciare la parola al biologo Enrico Bucci, professore associato di biologia dei sistemi complessi presso l’Università di Philadelphia. Speravo e spero tuttora che abbia la credibilità – magari molto più della mia e della nostra, autori del libro – di convincere quelli che hanno questo dubbio e c’è quindi un’intervista molto articolata a lui, nel libro, nella quale lui risponde anche ad alcuni singoli esponenti del mondo scientifico che comunque prestano il fianco: mi riferisco in particolare a Luc Montagnier o al caso della virologa cinese Li-Meng Yan che aveva accusato il governo cinese di aver cercato di nascondere il virus al mondo… lascio a lui l’ultima parola su questo argomento e mi auguro che questo sia il metodo che chi legge questo libro apprenda: lasciare l’ultima parola solo ed esclusivamente al metodo scientifico.

Quali, tra le inchieste raccontate nel libro, l’ha segnata di più?
Se vogliamo diciamo citare un’inchiesta personale, intima, che abbraccia anche il mio vissuto, sicuramente quella che riguarda il rapporto tra malattia e inquinamento. E, come racconto nel libro, io nasco e cresco a Taranto, città vessata dall’inquinamento industriale dove per anni ricostruire il rapporto tra l’aumento delle patologie e le emissioni industriali è stato molto difficile. Io racconto nel libro che, a differenza di Greta, all’età di Greta io non avevo questa consapevolezza ambientale: l’ho maturata soltanto dieci anni dopo Greta, cioè a ventisei anni. Racconto nel libro come nel momento in cui ho maturato questa consapevolezza ambientale è stato un dolore enorme rendermi conto di dover guardare con gli occhi della realtà quello che era il mio contesto, il mio contesto sociale, la mia comunità. la città in cui ero cresciuta. È il capitolo più difficile perché è il capitolo più personale e quindi, essendo anche una tematica personale, è chiaro che chi la legge o chi ha visto le mie inchieste giornalistiche in passato sulle tematiche ambientali possa essere viziato dall’opinione che, parlando di una cosa che mi riguarda personalmente, io possa non essere obiettiva. Ovviamente io in questo libro, a costo di sembrare noiosa, cito tutte le fonti, pubblico i dati proprio perché è importante restituire alla complessità un ruolo prioritario. La complessità non è mai noiosa, i dati non sono mai brutti anzi, è importante utilizzarli sempre di più perché utilizzandoli si diffondono e diffondendoli si contrasta la semplice opinione. Quindi sì, la parte sul cambiamento climatico, la parte sul rapporto inquinamento-malattie, la parte sul caso Taranto, è sicuramente l’inchiesta che mi ha segnato di più.

Si può sconfiggere la disinformazione?
Certo! Altrimenti questo libro non sarebbe nato. Io – ribadisco – ci tengo a fare una distinzione tra fake news e disinformazione. Si possono sconfiggere le fake news? Probabilmente non si elimineranno mai, anche perché sono sempre esistite come racconto e quindi ciò che è cambiato sono i mezzi con cui queste si amplificano. Si può sconfiggere la disinformazione? Sì, qui rispondo in maniera più netta perché siamo anche noi giornalisti alimentatori di disinformazione e io in questo libro provo a elaborare una sorta di manifesto che rivolgo alla mia generazione ma anche a quella più giovane, e quella più grande per carità, se volesse aderirvi. È necessario scardinare le regole che hanno mosso fino ad oggi la nostra categoria.

La disinformazione è acque torbide per confondere le persone, per insinuare loro il dubbio, per manovrarle come marionette. Io la chiamo “la matematica della manipolazione”: nulla è casuale, tutto è funzionale al controllo delle masse. Cosa può fare ogni singolo giornalista per arginare questo fenomeno? Dichiarare fedeltà alla verità, chiedere scusa se sbaglia, separare le opinioni dai fatti – però non rinunciando ad esprimere le opinioni perché saperle esprimere separando i fatti comunque manifesta e dimostra obiettività. È sufficiente tutto questo? No, non è sufficiente perché è come se si fosse rotto qualcosa nel rapporto con il pubblico, con i lettori. È come se l’ondata di populismo che ha investito istituzioni, partiti e politici adesso riguardasse in un certo senso anche noi e quindi noi ci dobbiamo far carico di queste critiche che ci vengono mosse, le dobbiamo riconoscere perché solo facendocene carico e riconoscendole potremo elaborare il cambiamento. Non basta più difendersi dalla critica dicendo “Io scrivo l’articolo, il titolo lo fanno in redazione” e nemmeno alzare le mani davanti ai tagli di budget che, inevitabilmente, si abbattono sulla qualità del prodotto finale. Il segreto del nostro lavoro è nel metodo, verifica delle fonti, approfondimento, e la qualità costa, ha un costo. Quindi, finché informazione e pubblicità, per esempio, saranno connessi assisteremo costantemente ad un impoverimento dei contenuti. E c’è poi – e qui non ci dobbiamo nascondere – la centralità della politica nell’offerta giornalistica. Anche questo è un tema che noi giornalisti dobbiamo affrontare. Non possiamo fare una rivoluzione totale ma possiamo sicuramente, singolarmente, togliere il velo dell’ipocrisia nei nostri interventi. A me poi, personalmente, fa più paura il mercato. Tantissimi spettatori mi hanno chiesto se avessi mai ricevuto pressioni da un ministro, da un parlamentare prima di andare in onda. Io ho lavorato anche in Rai e la verità – lo dico anche nel libro – mai, direttamente, perché comunque non funziona così. Le pressioni si esercitano in tanti modi, alcuni di questi sono impercettibili. Spesso il sistema si autoregola prima di pestare i piedi.

Noi dobbiamo renderci conto che è per questo motivo che tante persone si informano ormai sui social. Dobbiamo assolutamente accettare le critiche che ci vengono mosse perché dobbiamo considerarle fonte di rinascita. Poi, ovviamente, ci sono critiche e critiche. Alcune sono solo pretestuose, altre servono soltanto a colpire l’informazione libera. Io, per esempio, ho molti amici ricercatori, insegnanti, architetti, che si sono distaccati dal sistema dell’informazione perché lo considerano un passo indietro rispetto a quella che è la loro oggettiva esigenza di notizie e questo è un dato allarmante perché vuol dire che stiamo sbagliando noi qualcosa, non sono loro che hanno sbagliato qualcosa. Io in questo libro parto dall’accettare che abbiano ragione loro e che abbia torto io e mi guardo dentro.

Nel libro Lei affronta anche il tema dell’ordinamento della professione giornalistica: quali riforme sarebbero a Suo avviso necessarie?
Sull’ordinamento della professione giornalistica dico solo una cosa: non è possibile questa profonda differenza che c’è ormai tra un professionista con un contratto giornalistico e una partita Iva. Non è possibile continuare a far finta che questa enorme differenza non esista. Non è possibile continuare a non guardare negli occhi le difficoltà enormi che ha un giornalista freelance o a partita Iva nello svolgere il suo lavoro, per esempio sulle questioni legali da affrontare. Io entro nel dettaglio delle querele che può ricevere un professionista a partita Iva o freelance e delle non tutele che gli vengono automaticamente riconosciute. Affronto questo tema in particolare perché quella delle querele è un’arma del potere per zittire i giornalisti. E quindi, se un giornalista non ha le spalle coperte, non è tutelato in questo senso, è un giornalista che non potrà mai completamente esercitare la sua deontologia, la sua professione al pieno.

Io ritengo che la responsabilità di questo cambiamento sia negli organi di rappresentanza e che quindi siano gli Ordini stessi che debbano guardare in faccia questa realtà. E se continuano a non guardarla, ecco questa potrebbe essere considerata una responsabilità colpevole. Ormai le produzioni televisive, per esempio, nei programmi di approfondimento giornalistico, producono il contenuto e lo vendono ai canali che poi li trasmettono. In questi passaggi di mano i giornalisti non hanno contratti giornalistici. Alcune volte non hanno sin dall’inizio la tutela legale, devono battersi per averla e quando ce l’hanno comunque è una manleva condizionata o limitata ad alcune cose. Insomma, se volessimo aprire il vaso di Pandora c’è tanto da scoprire. Io provo a farlo e spero che sia solo l’inizio.

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