Professor Barberis, Lei è autore del libro Non c’è sicurezza senza libertà. Il fallimento delle politiche antiterrorismo pubblicato dal Mulino: perché le politiche antiterrorismo adottate dalle principali potenze occidentali sono fallite?
Non c'è sicurezza senza libertà. Il fallimento delle politiche antiterrorismo Mauro BarberisDirei per tre ragioni, una relativa al concetto stesso di sicurezza, l’altra al tipo di terrorismo che abbiamo di fronte, l’altra ancora al tipo di politiche antiterrorismo che usiamo.
1) Il concetto stesso di sicurezza nazionale (esterna) o pubblica (interna) non è altro che un’astrazione statistica: è espresso quantitativamente, in percentuali del rischio di subire attentati, o peggio come insicurezza percepita, registrata da sondaggi. Ciò comporta – come dicono giustamente i governi, mettendo le mani avanti – che la sicurezza assoluta non esiste: qualsiasi provvedimento in materia può solo ridurre il rischio di attentati, non eliminarlo. Poi basta un solo attentato clamoroso per far schizzare il livello di insicurezza percepita.
2) Il nuovo terrorismo molecolare, gestito da individui o da gruppi operanti in franchising, ottenendo la sigla da gruppi maggiori, digitale, che si propaga sugli smartphone prima ancora  che sui computer, e mediatico, cioè sinergico fra social media e media tradizionali. A questo tipo di terrorismo basta un attentato clamoroso ogni tanto per produrre il terrore.
3) Le politiche antiterrorismo,  inconsapevolmente o meno, rischiano di alimentare il terrore anziché di circoscriverlo. Un esempio per tutti: i cecchini sui tetti di Roma, l’ultima notte di Capodanno, rassicurano i romani oppure li allarmano ancora di più? Provvedimenti come questi servono solo a dimostrare che si sta facendo qualcosa, o al massimo per esentarsi da responsabilità quando succede qualcosa. Sono serviti a qualcosa l’état d’urgence, rinnovato sino a oggi, e la decadenza dalla cittadinanza per i terroristi, poi ritirata, dopo gli attentati di Parigi dell’anno scorso? Per rimediare all’insicurezza percepita, sarebbe più efficace spargere ansiolotici negli acquedotti.

Libertà e sicurezza sono necessariamente in antitesi?
Nient’affatto. Una cosa è la sicurezza collettiva, nazionale o pubblica, altra cosa la sicurezza individuale. La sicurezza collettiva è solo un’astrazione, un moloch al quale si sacrificano vite, e libertà individuali, a meri scopi di rassicurazione, ottenendo spesso l’effetto contrario. La sicurezza individuale è quasi impermeabile all’aumento della sicurezza collettiva: la probabilità che ha ognuno di noi resta pressappoco la stessa, inferiore a quella di essere colpito da un fulmine. Ma soprattutto c’è una relazione interna fra sicurezza e libertà individuale: sono pressappoco lo stesso diritto, previsto dall’art. 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (1950) negli stessi termini «Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza. Nessuno può essere privato della libertà, se non nei casi seguenti e nei modi previsti dalla legge». Quando si attenta alla libertà individuale, allentando le garanzie dall’arresto ingiustificato, dall’ingiusta detenzione o dalla tortura, si minaccia anche la nostra sicurezza individuale, non solo, giustamente, quella dei terroristi.

Quali risposte politiche e giuridiche richiede l’attuale emergenza terrorismo?
Ecco, intanto non direi che esiste attualmente un’emergenza terrorismo: un’emergenza che dura dal 2001, dall’attentato alle Torri Gemelle non è un’emergenza, è ormai uno stato fisiologico del pianeta. Anche in Italia, per chi ha conosciuto gli anni di piombo, non c’è un’emergenza terrorismo: c’è un’emergenza immigrazione, che va tenuta accuratamente distinta dal terrorismo, e che rischia di diventare fisiologica anch’essa. Non vorrei che chi si accosta al mio libro pensasse che contiene ricette mirabolanti per combattere il terrorismo; c’è tutto un filone di security studies che si occupa di questo, ma le ricette sono sempre le stesse: tenere il profilo basso in politica estera, come l’Italia fa già, coordinare le intelligence, aggiornare la sicurezza informatica, e nel caso di un paese appartenente all’Unione europa anche ripredere il progetto di difesa europea, che permetterebbe di ridurre le spese militari frazionandole fra i partner, il contrario di quanto sta facendo Trump per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ma il mio libro sostiene una tesi molto più semplice: facciamo tutto ciò che serve davvero per combattere il terrorismo, ma non restringiamo le libertà individuali, e non solo perché rinnegheremmo tutta la nostra civiltà politica e giuridica, che diciamo di voler difendere, ma prima ancora perché non serve.

Quale paradigma possibile per la sicurezza?
Oggi si pensa a un concetto massimo, inclusivo di sicurezza, che si estenda indefinitamente, ricomprendendo la sicurezza sociale. Anche qui vado controcorrente e chiedo una sicurezza minima, leggera, mobile, efficace. Tutto quel che si può fare, ma niente di più: nessuna militarizzazione della società, nessuna mobilitazione totale, nervi saldi e sobrietà, interventi mirati, professionismo.

Nel Suo testo, Lei parla di “dominio della sragione”: cosa intende?
Se si legge il libro come un giallo, cercando l’assassino, alla fine un assassino c’è: il meccanismo del sacrificio, del capro espiatorio. Il terrorismo mette a nudo tutte le nostre insicurezze e noi reagiamo con meccanismi sacrificali: come la Chiesa ai tempi della caccia alle streghe, o la Germania di Weimar tra le due guerre. Non si spiegano altrimenti errori colossali come l’invasione dell’Iraq, che ha destabilizzato il Medio Oriente e partorito l’Isis, o l’apertura prima e la non chiusura poi di Guantanamo, altro provvedimento dal valore puramente simbolico. Le democrazia, le costituzioni, i diritti, non sono fini a se stessi ma servono a porre rimedio alla sragione, alle nostre pulsioni irrazionali: sono come le corde che impedirono a Ulisse di seguire il canto delle Sirene. Denunciando l’irrazionalità delle nostre reazioni al terrorismo faccio solo il mio piccolo dovere di intellettuale e di giurista.

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