Nomen. Il nome proprio nella cultura romana, Mario LentanoProf. Mario Lentano, Lei è autore del libro Nomen. Il nome proprio nella cultura romana edito dal Mulino. Nomen omen recitava un antico adagio latino: qual era l’importanza del nome proprio nella cultura romana?
Un’importanza molto grande, che si lega a quella più generalmente riconosciuta alla parola nella cultura romana. Al nome si attribuisce infatti la capacità di incidere sulla realtà, il potere cioè di provocare effetti nel momento e nel contesto in cui viene proferito. Di questa convinzione dei Romani abbiamo numerose testimonianze. Ad esempio, sappiamo che quando si doveva arruolare un esercito, cosa che nel mondo antico accadeva piuttosto frequentemente, si aveva cura di iniziare la chiamata da soldati che avessero un nome di buon augurio, ad esempio “Valerio” o “Salvio”: il primo evocava infatti l’idea dello stare bene, dell’essere forte e vigoroso, espressa in latino dal verbo valere, il secondo quella dell’essere sani e salvi, e dunque del fare ritorno incolumi dalla guerra. E se per caso nessuno dei cittadini che avevano risposto alla leva portava quel nome, il magistrato preposto alle operazioni militari chiamava ugualmente un Valerio o un Salvio, per assicurare il buon esito della campagna. Allo stesso modo, si sceglievano nomi beneauguranti per quelli che dovevano condurre le vittime animali al sacrificio e in una serie di altre circostanze nelle quali era importante evocare nozioni come quelle di forza, salute, prosperità. Come vedremo, la stessa convinzione presiedeva anche alla scelta dei nomi da destinare alle città di nuova fondazione. Quanto all’adagio cui lei faceva riferimento, nomen omen, esso si legge in un verso del commediografo latino Plauto nel quale un personaggio è invitato ad acquistare una schiava chiamata Lucride: un nome parlante, perché all’orecchio dei Romani esso richiamava irresistibilmente la parola lucrum, cioè “guadagno”. Insomma, quel nome poteva apparire come un omen, un presagio: da una schiava chiamata in quel modo, così suggerisce il venditore, il padrone avrebbe sicuramente ricavato grandi vantaggi.

Quali erano i nomi più diffusi tra i Romani e perché?
Il sistema onomastico dei Romani è piuttosto diverso dal nostro, e non solo perché, almeno in una certa fase della sua storia, prevedeva l’utilizzo di tre nomi al posto dei due che noi consideriamo canonici. I nomi propri – Publio, Gaio, Marco, Lucio e così via – erano molto pochi, appena una ventina; c’erano famiglie che avevano nomi propri che appartenevano specificamente alla loro tradizione, come Appio per i Claudi o Mamerco per gli Emili, ma insomma il mondo romano è lontanissimo dalla varietà onomastica che si riscontra nelle nostre società attuali. Questo dimostra che agli occhi dei Romani erano molto più importanti gli altri nomi, quello che legava l’individuo alla sua famiglia – grosso modo l’equivalente del nostro cognome – e più ancora quello che dichiarava la sua appartenenza alla gens, un insieme di famiglie imparentate fra loro e che si riconoscevano come discendenti di un antenato comune, spesso mitico o leggendario. Quanto alle ragioni che spingevano a scegliere un nome piuttosto che un altro, siamo in realtà assai poco informati; secondo alcune fonti, che sono però molto tarde, i nomi potevano richiamare il momento in cui si era venuti al mondo – ad esempio, Manius per chi fosse nato di mattina, mane in latino – oppure essere di buon augurio – ad esempio Publio sarebbe connesso a “pube” e quindi conterrebbe un auspicio di vigore sessuale. Ma è probabile che fossero soprattutto le tradizioni onomastiche familiari a orientare la scelta verso l’uno o l’altro nome proprio.

I provvedimenti di damnatio memoriae colpivano anche il nome proprio?
Sì, e in un modo piuttosto interessante. Non ci si limitava infatti a colpire la persona che era oggetto della damnatio, ma si stabiliva che nessuno dei suoi discendenti potesse portarne il medesimo nome. Così, ad esempio, quando un certo Marco Manlio Capitolino, nella prima metà del IV secolo a.C., venne condannato perché sospettato di aspirare al potere personale, la gens dei Manli stabilì che nessuno dei suoi membri potesse più portare il nome “Marco”. E non si tratta solo di informazioni leggendarie: le liste dei consoli, i supremi magistrati romani, eletti in coppia ogni anno, ci consentono di verificare che in effetti da un certo momento in avanti la combinazione Marco Manlio scompare dall’onomastica di quella gens. Ancora più interessante è il caso di Gneo Cornelio Pisone, condannato a morte all’epoca dell’imperatore Tiberio, nella prima metà del I secolo d.C., perché sospettato di aver insidiato la vita di uno stretto congiunto del principe e assoggettato a damnatio memoriae: Cornelio aveva infatti un figlio che si chiamava come lui, Gneo, e al quale il provvedimento punitivo impose di rinunciare al suo nome. Quindi la condanna poteva riguardare persino una persona vivente. Il giovane Gneo peraltro si uniformò disciplinatamente al volere dell’imperatore: quando ricompare sulla scena politica, il suo nome è diventato Lucio. Quello che si vuole dunque non è solo eliminare il ricordo di qualcuno, ma impedire che quel ricordo venga evocato da un discendente che si chiami allo stesso modo del condannato: ancora una volta il nome è una parola potente, e dunque occorre cancellarlo quando rischia di far affiorare alla memoria l’immagine di un nemico della città.

Quali caratteristiche dovevano avere i toponimi?
Tutti i manuali scolastici ricordano il caso della città sannita di Maleventum, che fu ribattezzata Beneventum perché il suo nome originario era considerato di malaugurio dai Romani, in quanto legato alla locuzione malus eventus, “esito sfavorevole”. Ma non si tratta dell’unico caso: per citare un solo altro esempio, la città di Epidamno, sulla costa orientale dell’Adriatico, venne rinominata Dirrachio, l’odierna Durazzo, perché richiamava la parola damnum, “perdita economica”: un nome decisamente sfavorevole per una città mercantile… Allo stesso modo, del resto, i Romani procedevano quando dovevano scegliere un nome per una città di nuova fondazione: la città di Potenza ricorda ancora oggi il suo nome latino, ovvio auspicio di solidità e durata nel tempo, mentre Firenze discende da Florentia, un nome che rimanda all’idea di fioritura, e dunque di freschezza e abbondanza. E anche in questo campo gli esempi potrebbero continuare. Quanto al nome stesso di Roma, era diffusa convinzione che esso derivasse dal greco rhome, che significa “forza”: un bell’augurio per la città destinata a costruire uno degli imperi più vasti della storia.

Qual era il nome segreto di Roma?
Questo è un altro capitolo affascinante della riflessione romana sul nome. Notizie purtroppo scarne e talora contraddittorie affermano infatti che accanto al nome con il quale era conosciuta da tutti, Roma avesse anche un nome segreto, che a nessuno era lecito pronunciare e che era noto forse solo ai supremi sacerdoti, i pontefici, perché chi lo avesse conosciuto avrebbe potuto impiegarlo in pratiche magiche a danno della città. Solo una fonte molto tarda identifica quel nome nella parola Amor, un termine piuttosto interessante perché si tratta del palindromo di Roma e perché richiamerebbe la leggenda che vuole i Romani discendenti da Enea figlio di Venere, e dunque di una dea che ha proprio nel desiderio amoroso il suo peculiare dominio. Ma si tratta, con ogni probabilità, di una speculazione erudita: il nome occulto di Roma ha conservato il suo segreto, e forse dobbiamo rallegrarcene, perché questo segreto è il pegno di eternità della città.

Qual era l’origine del nome degli dei?
Quando si parla di dei romani, a tutti vengono in mente le grandi divinità, Giove, Minerva, Diana, Apollo, Marte, che vennero presto messe in rapporto con altrettante figure del pantheon greco creando una fitta rete di equivalenze e consentendo una sorta di “transfert” per cui Giove eredita, per così dire, le storie che il mito greco raccontava a proposito di Zeus. Ma accanto a questi dei maggiori esisteva una pletora di divinità, definite dai Romani “piccoli dei” o anche “dei certi”, perché ognuno di loro era associato in maniera molto precisa ad uno specifico ambito dell’esistenza. Prendiamo ad esempio un evento chiave in ogni cultura, la nascita di un bambino: a occuparsene c’erano tra le altre la dea Rumina, da ruma, “mammella”, che si occupava del suo allattamento, la dea Cunina, da cuna, “culla”, che proteggeva il suo lettino, il dio Vaticanus, che presiedeva ai primi vagiti del nuovo nato e così via. Ora, una delle caratteristiche più interessanti di queste divinità sono proprio i loro nomi: nomi che, come si vede anche dai pochi casi che abbiamo citato, sono strettamente connessi con la loro funzione, o meglio ancora con la minuscola porzione di realtà sulla quale ciascuna di esse esercita il proprio controllo o estende la propria protezione. È come se il nome, nella sua trasparenza semantica, fosse chiamato a compensare la carenza di personalità di questi dei, di cui non si raccontavano miti e non si conoscevano discendenze o parentele. Al tempo stesso, una misteriosa notizia erudita ci fa sapere che solo i pontefici, gli stessi che custodivano gelosamente la denominazione segreta di Roma, conoscevano i veri nomi degli dei, che non coincidevano con quelli usati abitualmente nelle cerimonie: il timore, ancora una volta, era quello che un nemico potesse usarli per una pratica chiamata evocatio e consistente nel “chiamare fuori” da una città gli dei che la proteggono, con la convinzione che questo ne avrebbe consentito la conquista. Insomma, nella cultura romana i nomi propri, che riguardino individui, luoghi o divinità, sono oggetto di una molteplicità di pratiche e sono al centro di riflessioni che coinvolgono grammatici e filosofi, teologi e politici; studiare il mondo romano da questo punto di vista offre dunque un accesso inconsueto ma affascinante sul nostro passato.