Professoressa Sabba, Lei ha curato l’edizione del libro Noetica versus Informatica. Le nuove strutture della comunicazione scientifica pubblicato per i tipi di Olschki: quali sfide pone l’informatica alla gnoseologia?
Noetica versus Informatica. Le nuove strutture della comunicazione scientifica Fiammetta SabbaGià soltanto concentrando la risposta sulla gnoseologia si comprende quanto possa essere complesso inquadrare la realtà fisica e ideale, figuriamoci prospettare quella stessa complessità al di fuori di sé tramite la tecnologia. Si tratta infatti della sfida che, semplificando, il computer pone alle funzioni superiori del cervello, e che si è fatta platealmente minacciosa a partire da quando gli elaboratori elettronici si sono mostrati in grado non solo di superare e di vincere le gare di scacchi con i campioni di quell’antico gioco, ma di vincere oltre che nella rapidità di calcolo, anche nella scoperta  e nella dimostrazione di teoremi matematici pare. Sembra infatti che certe particolari strutture elettroniche abbiano ormai raggiunto la capacità di eguagliare anche le facoltà più alte della mente umana, realizzando così quello che era stato il modello immaginato nel XVIII secolo da Lamettrie con il suo “Homme machine”.
La filosofia più speculativa ha però reagito a tali utopie contemporaneamente alla comparsa e diffusione dei computer, e già nel 1958 Martin Heidegger aveva rilevato con acume come l’ingresso del computer avesse modificato il linguaggio rendendolo soltanto uno strumento per la comunicazione e per l’informazione. Proprio poiché il linguaggio caratterizza e esplicita l’essenza umana, la conseguenza più inquietante di tutto ciò è che il computer può dominare ed asservire la natura più specifica e più profonda dell’uomo, ossia quella percettiva, emotiva e comunicativa, eliminando alcune delle sue più profonde fonti di ispirazione.
Se pertanto il linguaggio comunicazionale delle macchine è povero e piatto, e ignora tutti quei rapporti che Goethe chiamava i più profondi – cioè quelli che non solo vengono espressi perché ci sono un canale e un codice stabiliti, ma che acquistano il loro pieno significato attraverso le funzioni linguistiche ben descritte poi da Roman Jakobson nel 1960, ossia quelle poetica ed emotiva, ma anche quelle referenziale e conativa – attraverso il computer l’uomo non esprimerà più la sua realtà integrale, che ha anche manifestazione nello spirito.
Ciò però solleva soltanto un angolo del coperchio, perché le differenze tra le facoltà della mente umana e le capacità dei prodotti più avanzati della tecnica stanno anche in altre facoltà cerebrali, e soprattutto in quelle connesse con le condizioni biologiche dell’essere umano in quanto struttura originata e destinata essenzialmente per lo sviluppo e la sopravvivenza sul pianeta Terra.
Anche se è vero che il computer può venir progettato ed istruito pure per imitare e per modellare i comportamenti emotivi, ad esempio quelli legati agli istinti e alle preferenze, non può avvertire autonomamente tutto questo (pensiamo a sentimenti di amore, nostalgia, diletto estetico che sia musicale, artistico, poetico), e quindi non può aspirare a far parte della verità e della conoscenza integrale della realtà umana.
Il volume Noetica versus informatica non ha proposto quindi soluzioni a questo dilemma, ma piuttosto ha presentato, attraverso quelli che sono stati gli interventi del convegno da cui esso ha avuto origine, l’approccio variegato nell’indagarlo; linguisti, biblioteconomi, bibliografi, filosofi della scienza, neurologi, si sono interrogati su questioni più specifiche e su altre generali, su realtà applicative e tecniche e su problemi astratti. Il problema della conoscenza va ben oltre i congegni, i rimedi e le soluzioni tecnologiche, e la tecnologia se interviene sulla rapidità di ciò che attraverso l’informatica può venir fatto, al tempo stesso fa emergere tutta la sua limitatezza nel tentare di imbrigliare e rappresentare e riprodurre la realtà conoscitiva. Risulta più evidente ciò che manca, ciò che è irraggiungibile, ciò su cui ancora bisogna indagare prima di applicarvi qualsiasi ‘enfasi tecnologica’.
In un certo senso questo confronto è stato molto stimolante perché ha ricondotto alle varie discipline e ai vari campi di azione scientifica le loro sfide precipue, e ha restituito loro la necessarietà del rispettivo status disciplinare. La dialettica è stata produttiva perché ha stabilito un territorio tematico comune e ha aperto i confini disciplinari, ma d’altro canto la stessa scienza dell’informazione essendo scienza delle comunicazioni registrate si pone come una sorta di umbrella science.

Come le nuove tecnologie influenzano e modificano i paradigmi classici di organizzazione dell’informazione?
La domanda pertinente sarebbe come le attuali tecnologie potrebbero modificare le attuali procedure di organizzazione della informazione; infatti il cambiamento, purtroppo, non si è ancora realizzato, e siamo in una fase ibrida nella quale non si può in realtà parlare di cambiamento epocale dei paradigmi di organizzazione dell’informazione.
Le nuove tecnologie hanno sicuramente messo in crisi tutti i precedenti sistemi di registrazione e diffusione delle informazioni, incrementandole in termini di rapidità o di tecniche combinatorie e di conseguenza di reperimento informazionale, ma, almeno nel campo della Biblioteconomia e della Bibliografia, e in particolare per l’ambito attinente alla Catalogazione, esse non hanno stimolato una effettiva revisione delle precedenti impostazioni categoriali, per migliorarle. Al momento quelle restano quindi di fatto ancora le più affidabili e meglio fruibili, specie da una comunità ampia, e non selezionata.
Non vedo così una decisa e definitiva sostituzione di modalità di organizzazione di notizie e documenti, ma una convivenza di vecchie e nuove pratiche; al di là di procedure facilitate di organizzazione, e di reperimento più comodo da remoto, gli schemi restano quelli perché nati come sintesi delle esigenze logiche e culturali umane, che sono invece sempre ovviamente le stesse.
Così l’attività di ricerca e poi quella di studio pur venendo ora sostanzialmente facilitate, restano però invariate nelle procedure di base, poiché hanno necessità che venga garantita la loro contestualizzazione, evitando di restare meri slanci ossia attività che non producano o solletichino ulteriori passaggi gnoseologici.
La tecnologia pertanto si palesa come uno strumento che può catalizzare e incentivare attività umane euristiche, ma solo qualora l’uomo abbia predisposto il quadro di partenza e guidi il percorso verso la ricerca non di informazioni, ma di conoscenze. In questo senso gli interessi umanistici sono quelli che mostrano più resistenza e solidità, e le discipline ad essi correlate restano quelle maggiormente autonome e in grado di continuare a scavare dentro se stesse senza divenire tecniche, ma servendosi della tecnica.

Come la consultazione di testi in Rete influenza e modifica le modalità di lettura?
L’impiego della Rete ai fini della consultazione dei testi ha certamente introdotto un decisivo elemento di novità nella fruizione e nella trasmissione della letteratura scritta, oltre che delle immagini e della musica. Se si tende nella ricerca e nella consultazione attraverso il medium digitale ad una acquisizione parcellizzata e granulare di informazioni, nel caso invece della lettura pare che la tecnologia, nonostante il fatto di essere governata da interessi e da speculazioni economiche e commerciali, non ne invada più di tanto l’attività, che resta così una pratica “protetta”. Chi legge non legge di più o di meno se con un tablet, uno smartphone o un libro, legge perché soddisfa un bisogno cognitivo e di apprendimento, che non ha a che fare con un gusto materiale. Ci può essere preferenza del mezzo e dello strumento, ma non vi è da parte loro invasività nella comprensione di un testo e nel piacere di leggerlo.
Diverso il discorso di consultazione e lettura per studio e per ricerca che, laddove richiedano anche dei confronti, rischiano di trovarsi disorientate; l’accesso ai dati, generato con la semplice pressione di un tasto, ha mutilato infatti da un lato il processo di scavo e di reperimento, e dall’altro ha appiattito il valore della molteplicità delle fonti, e quindi del confronto valutativo e critico. L’uso “erudito” del computer, più che essere un impulso alla autonomia conoscitiva, si sta trasformando in una sorta di tecnica automatica della quale l’utente è parte più passiva che attiva.

In una società tecnologica, quale può essere un rinnovato ruolo per le biblioteche nella trasmissione della conoscenza?
Le Biblioteche, soprattutto quelle ricche anche di fondi antichi, potrebbero avere un ruolo decisivo nell’opporsi all’appiattimento suddetto indotto dalla tecnologia informatica, ma potranno farlo solamente nel caso in cui verranno sostenute da un lato dal recupero di una coscienza storica, e dall’altro da una effettiva rinascita del sistema di apprendimento e istruzione, a partire dai licei, fino agli studi universitari, basi per una rinascita della cultura in generale.
Senza prospettarci solo una realtà ideale, la tecnologia può effettivamente aiutare le biblioteche a diffondere i propri servizi e le risorse contenutevi, dando luogo ad una sorta di ‘invadenza’ di esse nella ‘vita sociale del cibernauta’, tuttavia questo avrà un senso solo se si sarà perseguito un solido obiettivo culturale, insieme a quelli che sono gli attori sociali fondamentali del sostegno alla civiltà e alla cultura, ossia le scuole.

Google domina l’accesso moderno alla conoscenza: con quali rischi e quali opportunità?
Google è uno degli artefici, e dei protagonisti, della diffusione delle nuove forme di acculturazione. Il mago illusionista potremmo chiamarlo, perché nel suo cilindro c’è tanto ma non tutto, e quel tanto è conoscibile agli utenti grazie ad algoritmi quasi estrattivi, e non a schemi organizzativi espliciti e quindi realmente vantaggiosi. Il merito  di Google è stato quello di aver scoperto e offerto ad un pubblico vastissimo le potenzialità della tecnologia informatica, e di averle poi applicate per trarne profitto, come è naturale accada per un’industria privata. Il risultato ed i rischi però li abbiamo in buona parte già sottolineati.
Ma a Google va riconosciuto anche il merito di aver tentato, seppur senza riuscirci, di affrontare dal punto di visto pure semantico il trattamento organizzativo ed informatico del linguaggio, dei dati e dei documenti, riportando sotto gli occhi del pubblico scientifico, e non solo, quello che in questo senso è il limite del computer. Google ha rimesso in discussione le pratiche e i sistemi informativi, ma non è stato in grado di offrire strumenti efficaci in sostituzione a quelli preesistenti.

Si può supporre che nel futuro una completa digitalizzazione del patrimonio librario eliminerà la necessità di accessi fisici alle biblioteche e ne decreterà la loro trasformazione in biblioteche digitali?
Come più volte ho sottolineato, anche di recente in un editoriale della rivista che dirigo, «bibliothecae.it», per fruire appieno dei depositi librari delle biblioteche e quindi per raggiungere una completa digitalizzazione, o anche solo una completa catalogazione, occorrere prima conoscerli a fondo.
Si tratta di avere a disposizione o di allestire una mappatura bibliografica universale di quei fondi e di conseguenza di tutti i documenti comprensivi, cosa che al momento non esiste; e questo ci dimostra come la sola coscienza storica di cui ho detto prima può farci davvero aspirare a raggiungere ed effettuare risultati pienamente utili. Va detto subito che se ciò è difficile sul piano biografico e letterario, è addirittura del tutto impossibile sul piano semantico, come sa chi si applica allo studio della Bibliografia per quanto riguarda in particolare le logiche organizzative relative al patrimonio registrato, e quindi anche l’evoluzione e la storia di quelle logiche che sono specchi della cultura e specchio delle culture.
Ma come si fa altrimenti a cercare ciò che non si conosce? La conoscenza è alla base della comunicazione!

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