Scrittore eclettico, apprezzato per uno stile originale che coniuga pulp e sensibilità, Niccolò Ammaniti è tra gli autori italiani più seguiti degli ultimi tempi. Romano, classe 1966, vanta tanti titoli di successo. Ripercorriamo il suo percorso letterario.

Nel 1994 pubblica il suo primo romanzo dal titolo Branchie: protagonista della storia è Marco Donati, un ragazzo che studia il comportamento dei pesci, malato terminale, con una madre ossessiva e una fidanzata. Ambientato nella capitale dei quartieri alti, questo libro si è da subito fatto notare per la scrittura innovativa che risente dell’influenza di film come Pulp Fiction di Quentin Tarantino e i romanzi horror di Stephen King.

«La ricerca dell’assoluto, di ciò che ci fa uomini, è un processo individuale, un percorso solitario. Questo non significa che non bisogna misurarsi con gli altri, ma è necessario farlo solo dopo aver raggiunto punti saldi, valori incrollabili».

Nel 1996 è tra i giovani scrittori dell’antologia di racconti Fango, che riporta storie di mostruosità vissute da adolescenti, e riesce a convincere per la sua grande creatività. Ma la consacrazione letteraria arriva nel 1999 con Ti prendo e ti porto via: Ammaniti racconta la provincia attraverso personaggi indimenticabili. Sullo sfondo di Ischiano Scalo si svolgono due storie d’amore. Da una parte quella di Pietro e Gloria. Lei è figlia di un direttore di banca, sveglia, bella e sicura di sé; lui è figlio di un pastore, introverso, e spesso vittima dei bulli del paese. Dall’altra il rapporto tra il chitarrista sciupafemmine Graziano Biglia e la professoressa Flora Palmieri, una donna sola e misteriosa. Tra i due, nonostante le grandi differenze, nasce un’attrazione. L’autore descrive il vortice di emozioni e i personaggi grotteschi che costellano queste vicende.

«Solo insieme saranno felici, come angeli con un’ala sola, dal loro abbraccio ci sarà il volo e il paradiso».

Tra i suoi titoli più importanti, impossibile non citare Io non ho paura, pubblicato nel 2001, un successo incredibile di pubblico e di critica al punto che tre anni dopo è diventato anche un film con la regia di Gabriele Salvatores. Niccolò Ammaniti narra una storia dal ritmo serrato, nella quale un bambino di nove anni deve fare i conti con un grande e terribile segreto, mentre Acqua Traverse (misera frazione dispersa tra i campi di grano) affronta un’oscura tragedie.

Nel 2007 arriva un importante traguardo: lo scrittore vince il Premio Strega con il romanzo Come Dio comanda, trasformato l’anno successivo in un film omonimo diretto da Gabriele Salvatores. Sinossi: in un immaginario paesino del nord-est Italia vivono Rino e Cristiano Zena, padre e figlio tredicenne, abbandonati dalla madre di Cristiano poco dopo la sua nascita. Il rapporto tra i due è forte, malgrado le debolezze e le divergenze: l’omicidio di una compagna di scuola del ragazzo da parte di un amico dei due, compromesso anche da problemi mentali, metterà a dura prova il loro legame.

«Non parlare di libertà. Tutti sono bravi a parlare di libertà. Libertà di qua, libertà di là. Ci si riempiono la bocca. Ma che diavolo te ne fai della libertà? Se non hai una lira, un lavoro, hai tutta la libertà del mondo ma non sai cosa fartene. Parti. E dove vai? E come ci vai? Sai chi sono gli unici ad averla? La gente coi soldi. Quelli sì…».

Ancora un altro suo libro trasferito al grande schermo: è Io e te (2010), da cui è stato tratto il film omonimo di Bernardo Bertolucci. In questo romanzo di formazione, ancora una volta mette al centro della narrazione un adolescente; Lorenzo si barrica in cantina per nascondere a suo modo la settimana bianca, lontano dai compagni di scuola e dalle insicurezze adolescenziali, ma in questo suo progetto irrompe Olivia, una figura femminile di forte impatto che metterà a repentaglio la tranquillità ambita dal ragazzo.

«Sembrava che avessero intorno una bolla invisibile nella quale nessuno poteva entrare a meno che non lo volessero loro».

Lo scrittore torna alla forma del racconto e pubblica addirittura una raccolta sotto il titolo Il momento è delicato, dove una dopo l’altra scorrono storie che cancellano ogni confine tra quotidiano e fantasia, normalità e follia.  Il suo ultimo grande successo è Anna, uscito nel 2015. Il nome femminile allude in realtà alla protagonista: una ragazzina di 13 anni ma già molto coraggiosa, che vive in un futuro ipotetico in Sicilia. Qui l’autore immagina un terribile virus che ha ucciso tutti gli adulti, mentre i bambini restano in vita. E sarà proprio Anna a fare i conti con il rapimento del fratello e un quaderno di istruzioni di sopravvivenza lasciato dalla madre.

«Alla fine non conta quanto dura la vita, ma come la vivi. Se la vivi bene, tutta intera, una vita corta vale quanto una lunga. Non credi?».

Ammaniti si distingue per uno stile diretto, spesso crudo, realistico: non stupisce allora che le sue pagine diventino pellicole, che le sue storie su carta diventino veritiere immagini per il cinema. Ha realizzato anche – nel ruolo di regista e di sceneggiatore – The Miracle, sua prima serie Tv.

Insomma, uno scrittore a 360 gradi, uno di quelli capaci di coinvolgere raccontando la realtà senza fronzoli, con personaggi di basse estrazione sociale e con problemi da affrontare. E ogni suo libro resta una garanzia di suspense e coinvolgimento da parte del lettore.

«Bisogna scrivere sotto la pelle. Bisogna che parole d’amore si fondano con i nervi, che frasi luminose ci illuminino l’encefalo come fuochi d’artificio, che storie d’avventura ci infettino il sistema nervoso e lo stomaco. In una università americana hanno insegnato a scrivere a un “macacus resusu”, con le sue mani tozze e maldestre ha vergato con fatica su un foglio una sola parola: banana. Io ogni giorno scrivo banana. Io scrivo poco, perché scrivendo tanto sbaglio».

Angelica Sicilia