Neuroscettici. Perché uscire dall’euro sarebbe una follia, Leonardo BecchettiProf. Leonardo Becchetti, Lei è autore del libro Neuroscettici. Perché uscire dall’euro sarebbe una follia edito da Rizzoli: da cosa nasce il fenomeno del “neuroscetticismo”?
Dal disagio profondo dei ceti medi e delle classi più deboli nel nostro paese a seguito dei fenomeni della globalizzazione e innovazione tecnologica. Che producono in tutti i paesi ad alto reddito, appartenenti e non all’eurozona, fenomeni di slittamento verso il basso di questi ceti sociali. Di qui la ricerca di una soluzione semplice e taumaturgica. E la ricerca di un nemico da sconfiggere per superare il problema. Nemico identificato nella moneta unica. Chi fa questo ragionamento dovrebbe innanzitutto porsi la domanda del perché tra tutti i paesi dell’Eurozona (se guardiamo alle previsioni di crescita del prossimo anno) noi siamo i peggiori. E capire pertanto che esistono tante vie d’uscita possibili anche dentro l’eurozona quanti sono i paesi membri della moneta unica senza il bisogno di uscire dall’euro. Si dovrebbe inoltre osservare che i ceti medio-bassi non si trovano certo in condizioni migliori nei paesi fuori dall’euro. La situazione nel Regno Unito e negli Stati Uniti negli ultimi decenni ed anni è diventata progressivamente esplosiva generando fenomeni come quelli della Brexit nel primo paese. Negli Stati Uniti i salari dei ceti medio bassi in termini reali non crescono dagli anni 70. C’è stato un aumento tumultuoso del fenomeno dell’obesità e del consumo di oppioidi che ha prodotto in un solo anno più morti di tutti quelli americani della guerra del Vietnam e dell’Iraq messe insieme.

Il disagio dunque esiste, è profondo e come insegnano i casi di Stati Uniti e Regno Unito il sovranismo monetario non aiuta a risolverlo.

Quali sono le argomentazioni della propaganda no euro?
Il punto di partenza ovviamente è che tutti o gran parte dei nostri mali dipendono dall’ingresso nella moneta unica (come ho spiegato sopra non è vero o meglio i mali sono comuni a paesi che non hanno l’euro). E che è impossibile risolverli restando nell’euro. Ergo l’uscita dall’euro è l’unica possibilità per la ripresa del paese. Argomentando così si costruisce una narrativa “irredentista” che spinge molti non addetti ai lavori a vedere come unica ratio e come misura urgente quella dell’uscita dall’euro.

Nello specifico poi le argomentazioni si articolano con una serie di proposizioni che ho esposto nel libro:

  1. Con l’euro l’unica via per essere competitivi è la deflazione salariale. L’euro è responsabile del calo del tenore di vita dei ceti medio-bassi in Italia
  2. Politiche espansive in un regime di cambi fissi (o di unione monetaria) non sono possibili perché ci portano nel tempo allo squilibrio della bilancia commerciale e delle partite correnti
  3. Con il ritorno alla lira le esportazioni italiane aumenteranno ed il PIL crescerà
  4. Una volta recuperata la sovranità monetaria sarà possibile stampare tutta la moneta di cui abbiamo bisogno per sostenere il deficit pubblico
  5. La recuperata sovranità monetaria ci ridarà l’autonomia e la libertà di manovra nelle scelte di politica monetaria e fiscale

Sono tutte proposizioni intuitivamente convincenti ma in realtà false. Non è vero che si può competere solo con la deflazione salariale, Non c’è deflazione salariale che tenga per competere con lavoratori di paesi poveri o emergenti. Il nostro fattore competitivo sono le competenze, l’innovazione e la capacità di valorizzare il nostro genius loci fatto di diversità naturale, di storia, cultura, bellezza e di innovazione manifatturiera.

La svalutazione del cambio non genera necessariamente un miglioramento della bilancia commerciale perché aumenta il prezzo dell’import e perché oggi non sempre le variazioni dei tassi di cambio si scaricano sui prezzi. Sull’ingenuità del pensare che più moneta si stampa e più si sta meglio le rispondo alla domanda diretta successiva che mi fa su questo punto.

Un altro aspetto interessante è che non è vero che un paese come l’Italia con la sovranità monetaria sarebbe più libero. Siamo entrati nell’euro perché prima eravamo legati ad ogni decisione sui tassi d’interesse di Germania e Stati Uniti che costringeva anche noi a muovere inevitabilmente in quella direzione. Almeno nell’euro, come disse allora Ciampi, abbiamo anche noi una mano nella stanza dei bottoni.

Quali conseguenze avrebbe un’uscita del nostro Paese dall’euro?
Ci si aspetta in tal caso che la nuova lira sarebbe significativamente svalutata rispetto all’euro. E questo di per sé produrrebbe svariati problemi. Solo il timore di una possibile uscita dall’euro in Grecia ha portato al blocco per giorni dei bancomat nel timore di fuga dei correntisti dai depositi per ottenere la conversione dei propri risparmi in valuta pregiata. Il nostro debito è denominato in euro e i possessori stranieri di Bot e Btp hanno grazie a speciali clausole la possibilità di vincere in giudizio e pretendere di essere rimborsati in euro. Questo aumenterebbe significativamente il rapporto debito/PIL denominato nella nuova lira. Gli stessi sostenitori dell’uscita dall’euro ammettono che questa comporterebbe di fatto il default del nostro paese e la necessità di rinegoziare poi condizioni con i creditori. Non possiamo infatti pensare in un mondo globalmente integrato come quello attuale di poter fare tutto da soli e scegliere la via autarchica. Viviamo al di sopra delle nostre possibilità anche perché la spesa del nostro stato è finanziata da risparmiatori nazionali ma anche esteri che chiedono in cambio una remunerazione del rischio. Così come lo stato tutte le banche e imprese con forte indebitamento in euro sarebbero a rischio.

È vero che chi ha una valuta nazionale sta meglio di noi?
Assolutamente no. Pensate quanto sarebbe facile se per risolvere i problemi bastasse stampare moneta. Per quale motivo dovrebbero esistere paesi ricchi e paesi poveri? In realtà la storia insegna che la ricchezza di un paese non è nel numero dei pezzi di carta che stampa ma nella corrispondenza tra quei pezzi di carta e una somma di sudori, competenze, innovazione ed operosità che fanno la vera ricchezza di un paese. E in tutti i momenti storici in cui la moneta stampata è diventata troppa e si è disallineata da quella capacità di creare valore economico concreto si è precipitati nella malattia dell’iperinflazione dove la moneta è diventata carta straccia passando di mano in mano per essere convertita in valuta forte.

In che modo è possibile difendersi dalle suggestioni sovraniste e populiste?
Ho scritto recentemente un contro manifesto populista che vi propongo e che si rifà al famoso “I have a dream” di Martin Luther King. È un sogno per l’Italia che si propone di curare la malattia profonda del nostro paese da cui scaturisce il movimento no euro. Quella di cercare alibi ai nostri limiti e problemi in responsabilità altrui.

Ve lo ripropongo.

Sogno un’Italia i cui cittadini non buttino dalla finestra 100 miliardi in gioco d’azzardo. Un Italia che capisca che la fortuna di una vita non è sperare di vincere al gioco ma costruire con pazienza, passione e fatica, giorno dopo giorno, le proprie competenze. Il piano Juncker con 47,5 miliardi freschi di garanzie ha attivato più di 600 miliardi di investimenti nell’UE. Quanto potrebbe fare per il nostro paese un fondo di garanzia costituito da quei 100 miliardi?

Sogno un’Italia dove non ci sia più della metà della popolazione o quasi che non va a votare usando il falso alibi che “tanto sono tutti uguali” per poi prendersela con la classe politica che non ha scelto.

Sogno un’Italia che non cerchi sempre un alibi alle proprie sconfitte dando la colpa al VAR, all’arbitro, alla Commissione Europea, ai Borboni, alla spedizione dei Mille. Che si domandi perché mai, nonostante le critiche al “maestro europeo” siamo gli ultimi della classe e tutti gli altri alunni con lo stesso maestro, Nord o Sud Europa, fanno meglio di noi.

Sogno un’Italia in cui non valga il motto di Kennedy alla rovescia. Kennedy diceva che gli americani non devono chiedersi cosa possono fare gli Stati Uniti per loro, ma cosa possono fare loro per gli Stati Uniti. In Italia troppe volte sembra che una quota non piccola di italiani si domandi cosa può fare per estrarre risorse dallo stato e dal paese. Non a caso viviamo un grande paradosso. Ad una delle più grandi ricchezze private aggregate (anche in rapporto al reddito) si contrappone uno dei maggiori rapporti debito pubblico/PIL. Paradosso a cui decenni di pratiche di evasione ed elusione fiscale hanno contribuito probabilmente in modo decisivo.

Sogno un’Italia dove la classe politica piuttosto che cedere al cicaleccio della cronaca aggredisca i mali strutturali del paese (burocrazia asfissiante, lentezza della giustizia civile, limiti delle infrastrutture fisiche e digitali, piaga della criminalità organizzata).

Sogno un’Italia dove fare politica non sia un martirio che ti precipita immediatamente in una centrifuga che assorbe e distrugge gran parte delle energie in polemiche spesso inutili che si consumano nel moderno mondo della comunicazione.

Sogno un’Italia dove gli Italiani superino la loro pigrizia e difetto atavico di passività politica fatta unicamente dalla ricerca di un leader, che poi si divertono sadicamente ad impallinare. Un’Italia a più alto capitale sociale che capisca che il successo sociale, economico e politico dei territori nasce solo dal contributo che cittadinanza attiva e imprese responsabili danno alla buona amministrazione favorendo il funzionamento virtuoso dei meccanismi di mercato.

Sogno un’Italia che da domani finalmente si svegli, si rimbocchi le maniche e capisca che è l’accumulo delle nostre leggerezze e responsabilità che ha prodotto i non felici dati economici e sociali di oggi. E che finalmente si metta al lavoro a testa bassa per migliorare l’Italia e gli italiani.

Quali soluzioni per i problemi dell’Italia e per un’Europa nuova, solidale e sostenibile?
Dobbiamo rimboccarci le maniche e domandarci perché siamo gli ultimi dei paesi membri dell’UE e dei paesi membri dell’eurozona. Evidentemente c’è qualcosa che non dipende dall’euro che rende così negativa la nostra performance a differenza di quella degli altri paesi con la moneta unica. Si tratta essenzialmente di tutti quei limiti del sistema paese che ben conosciamo (burocrazia soffocante, tempi della giustizia civile, criminalità organizzata, scarsa qualità delle infrastrutture fisiche e digitali). Il mondo dell’economia (che ha bisogno di certezze e tempi rapidi) e quello del diritto (che invece non sembra tener conto dei vincoli temporali nelle proprie decisioni) non si parlano. Nelle amministrazioni siamo alla paralisi decisionale per la paura di responsabilità civili e penali per le scelte che si prendono. Siamo arrivati al paradosso di un’amministrazione che, prima di firmare, chiede una sentenza del giudice invertendo ciò che normalmente dovrebbe accadere.

Come economia civile abbiamo poi un ideale ed un obiettivo, quello di costruire società al 100 percento generative, ovvero società con ricchezza di senso e soddisfazione di vita per tutti i cittadini. Questo accade quando ognuno, anche gli scartati e i più deboli, sono in condizioni di poter svolgere attività che incidono positivamente sulla vita altrui. Per far questo dobbiamo aiutare chi crea lavoro in modo sostenibile e diffondere le tante buone pratiche che già esistono. La politica può e deve aiutare con ecotasse sociali ed ambientali rimodulando le imposte sui consumi per favorire le filiere più sostenibili. Ed incidere sui meccanismi di creazione di valore economico remunerando con bonus i manager solo se assieme alla crescita della redditività sanno soddisfare e superare obiettivi di responsabilità sociale ed ambientale.