Nessuno è somaro. Storie di scolari, genitori e insegnanti, Giacomo Stella, Marina ZoppelloProfessor Stella, Lei è autore insieme a Marina Zoppello del libro Nessuno è somaro. Storie di scolari, genitori e insegnanti edito dal Mulino: quanto sono diffusi i disturbi di apprendimento?
I disturbi dell’apprendimento di cui si parla nel libro sono disturbi specifici (DSA) ed hanno un’incidenza stimata intorno al 5 % per cento della popolazione scolastica, perciò sono molto frequenti. Si tratta di disturbi che riguardano ambiti specifici dell’apprendimento quali la difficoltà nel leggere in maniera corretta e fluente (dislessia), difficoltà a scrivere in maniera ortograficamente o graficamente corretta (come nella disortografia e disgrafia), difficoltà nell’eseguire calcoli e/o nell’elaborare materiale numerico (discalculia). Si manifestano in bambini che presentano un’intelligenza assolutamente nella norma, se non superiore alla norma, e sono indipendenti dall’impegno e dalla motivazione personale in quanto trovano origine da piccole ma significative anomalie dello sviluppo neurologico (in questo caso non si parla di una patologia ma di una “neurodiversità”). La percezione diffusa nell’opinione pubblica è che oggi i DSA siano in aumento. Trattandosi di un disturbo su base neurobiologica non c’è motivo di pensare ad una loro maggior incidenza quanto piuttosto ad una crescente tendenza a richiedere consulenze specialistiche, da parte delle famiglie e della scuola, quando ci si trova di fronte a delle difficoltà di apprendimento. Se questa tendenza, da una parte, è espressione di maggior sensibilizzazione e conoscenza del problema, dall’altra mette in luce atteggiamenti di burocratizzazione da parte della scuola (richieste di certificazioni etc…) che paralizzano l’applicazione di una didattica “sana” e di buon senso. Assistiamo in molti casi ad un irrigidimento della scuola che, in modo del tutto arbitrario e contravvenendo al compito di offrire a tutti la possibilità di crescere e di apprendere, mostra invece di non tollerare deviazioni dagli standard stabiliti. Ecco quindi che se un bambino non scrive in corsivo, oppure non impara le tabelline entro la seconda primaria, piuttosto che concedergli più tempo chiama in causa gli specialisti.

In che modo si possono superare i pregiudizi sui disturbi di apprendimento?
Immaginando che non ci sono motivi per cui un bambino o un ragazzo non sia contento di apprendere! Bisogna rendersi conto che c’è sempre una causa alle difficoltà scolastiche. Questo è vero per i bambini con disturbo specifico di apprendimento, di cui si parla nel libro, ma anche per tutti gli altri bambini e ragazzi che mostrano fatica nell’imparare. È necessario comprendere il motivo di queste difficoltà e la scuola è il luogo dove questo obiettivo deve essere garantito. Il ricorso a tante etichette diagnostiche porta ad una continua stigmatizzazione e alla mancata valorizzazione delle caratteristiche individuali. La scuola sembra diventata il luogo della selezione invece che il luogo della promozione dei talenti. Tutti hanno delle capacità e la scuola dovrebbe essere l’ambiente in cui queste vengono fatte emergere e valorizzate, invece si dimostra molto spesso come il luogo dove si sottolineano le differenze. Fino a quando non si cambierà questo tipo di concezione rimarranno sempre delle riserve nei confronti di coloro che non si adeguano e questo è alla base del pregiudizio. Nel nostro libro riportiamo il caso paradigmatico, ma non unico, di un’insegnante che non se la sente di svelare le sue passate difficoltà scolastiche, proprio perché nella scuola attuale si ritiene che chi ha un DSA sia un individuo non all’altezza degli altri, uno che non può fare bene come gli altri.

Come vanno gestiti i disturbi di apprendimento?
Con comprensione, rispetto dei tempi e attenzione alle caratteristiche individuali. I bambini che non imparano come gli altri possono diventare una risorsa per tutta la classe e contribuire a creare un ambiente di apprendimento diversificato in cui tutti possono trovare il loro posto e portare il loro contributo. Non c’è bisogno che tutti scrivano in corsivo o a mano, se qualcuno usa il computer questo può diventare un elemento utile per tutti. Se qualche bambino utilizza i video per imparare, questo strumento può essere utilizzato anche da altri. Nella scuola italiana l’individualizzazione della didattica sembra essere presente solo nei programmi del MIUR. Spesso infatti ogni tentativo di introdurre il lavoro di gruppo o l’educazione fra pari naufraga e si infrange contro gli scogli della valutazione. Come faccio a dargli il voto?

Purtroppo molto spesso la scuola non mostra di possedere una vera cultura dell’apprendimento: si pensa che ci sia un unico modo di apprendere e tempi uguali per tutti. Fortunatamente ci sono dirigenti “illuminati” e insegnanti che, nonostante la precarietà della loro condizione lavorativa (che risulta molto spesso demotivante), mostrano una preparazione “all’altezza” di tutti gli alunni e la volontà di offrire ad ognuno una vera esperienza di apprendimento, nel libro si parla anche di loro.

Il Suo libro narra storie toccanti, vissute e raccontate da mamme, padri, nonni, oppure dagli stessi studenti diventati adulti: cosa accomuna queste storie?
Sono storie vere, testimonianze di chi troppo spesso, ancora, vive il malessere e il disagio per non sentirsi accolto, capito e accompagnato nel percorso scolastico. Però non ci sono solo alunni ad andare a scuola malvolentieri; abbiamo raccolto anche testimonianze di insegnanti che riportano il loro disagio nel gestire situazioni di bambini che non apprendono secondo gli standard attesi. La paura, la frustrazione e il senso di impotenza sono gli stati d’animo che maggiormente prevalgono nei ragazzi; la frustrazione di non riuscire a rispondere alle richieste, la paura di essere smascherati nella loro incapacità che non sembra mai ridursi, mai rientrare. Anzi, sembra accentuarsi con il procedere della scolarizzazione. Nel passato questi ragazzi abbandonavano la scuola, adesso vengono «diagnosticati». La legge 170 garantisce agli alunni con Dsa il diritto a una didattica personalizzata al fine di rimuovere gli ostacoli che un percorso scolastico «standard» solitamente impone loro. Ciononostante, ancora oggi si raccolgono testimonianze sul rifiuto all’attuazione di quanto previsto dalla normativa oppure si assiste a una sua applicazione sterile, senza personalizzazione e quindi…inefficace.

In questo libro però ci sono anche storie di successo, storie che raccontano una scuola in grado di offrire l’ambiente, il metodo e gli strumenti utili a garantire il diritto ad apprendere.

In che modo la scuola può contribuire al superamento dei disturbi di apprendimento?
Offrendo ad ognuno una vera esperienza di apprendimento e, come dice il titolo stesso, riconoscendo a tutti la possibilità di esprimere le proprie conoscenze, anche i propri errori. Gli studenti con DSA vogliono essere capiti, non etichettati. Quell’etichetta, per quanto aggiornata e scientifica, assomiglia troppo a quella vecchia di somaro, che li relega in una situazione dispregiativa di persona ottusa e incapace, provoca troppo dolore e conseguenze negative sulla costruzione della loro personalità. Manca la valorizzazione delle diversità e dell’individualità ma, cosa ben peggiore, si assiste ad un sistema che tende ad escludere coloro che non apprendono utilizzando il metodo tradizionale, quello basato sulla lettura, sulla memorizzazione delle tabelline, sulla comprensione del testo scritto etc… se uno studente è bravo ad usare il computer questo gli servirà fuori dalla scuola, ma in classe non viene accettato.

La scuola deve introdurre tutti gli strumenti di facilitazione che sono presenti nell’ambiente e con cui i bambini crescono. Questi strumenti aumentano l’accessibilità alle informazioni e la scuola non deve avere paura di questi strumenti, anche perché è cambiato l’obiettivo finale: non c’è più la stessa necessità di proporre tante nozioni, mentre è cresciuta la richiesta di flessibilità e quindi l’apprendimento deve realizzarsi in un ambiente in cui si promuove la capacità di problem solving e non vengono premiate solo le abilità.