Prof. Giulio Moini, Lei è autore del libro Neoliberismo edito da Mondadori Università: innanzitutto, quale definizione è possibile dare del neoliberismo?
Neoliberismo, Giulio MoiniIl neoliberismo risulta difficilmente definibile per tre principali ragioni: il suo carattere teoricamente sfuggente; la sua elevata densità normativa; il suo essere storicamente mutevole.

Il neoliberismo si configura come una categoria analitica decisamente “viscida”, difficile da afferrare e quindi difficilmente cristallizzabile in definizioni certe e condivise. Il dibattito contemporaneo, che trova nella crisi del 2007-2008 il suo principale punto di partenza, ruota principalmente attorno ai limiti epistemologici di questa categoria e alla sua utilità euristica per comprendere le forme contemporanee di organizzazione sociale, politica ed economica del capitalismo contemporaneo. Il neoliberismo viene spesso considerato un significante privo di una convincente capacità analitica, una sorta di guscio vuoto, utile al massimo per fini descrittivi ma non interpretativi. Un altro limite che viene spesso evidenziato riguarda l’ampiezza e la tendenza a sottoporre a una sorta di progressivo “stiramento concettuale” in virtù del quale si tratta di una categoria che ricomprende molti fenomeni tra loro diversi e quindi diventa, inevitabilmente, incapace di distinguere e differenziare e, per questa ragione, appare inutile dal punto di vista esplicativo. Un’inutilità sottolineata anche da coloro che evidenziano la difficile operazionalizzazione di questo concetto. L’elusività del neoliberismo è considerata la ragione principale della sua debolezza come categoria analitica. Il neoliberismo è spesso considerato un concetto inaccurato, incapace di spiegare tanto i processi economici quanto quelli sociali, e dovrebbe perciò essere espunto dal quadro interpretativo delle scienze sociali ed economiche.

Queste analisi hanno avuto il merito di sottolineare le debolezze del concetto di neoliberismo, in particolare la sua bassa capacità esplicativa di fronte ai molti e diversi sviluppi delle società contemporanee. Questa debolezza è in parte il risultato di una relativa miopia di tali ricerche, che tendono a considerare il neoliberismo come parte della teorica esplicativa (explanans), piuttosto che come insieme di problemi da spiegare (explanandum). Un problema non nuovo che si era già manifestato negli studi sulla globalizzazione. In altre parole, il neoliberismo dovrebbe essere considerato tanto un fenomeno politico, economico e culturale quando un concetto esplicativo.

In questa prospettiva occorre essere in grado di guardare oltre la querelle terminologica sul suo uso, e rigettare non già la parola neoliberismo – poiché concetto esplicativo impreciso o vuoto – ma i tentativi di isolarne una definizione a-storica e ‘pura’. La categoria analitica del neoliberismo può quindi rivelarsi utile se riesce a rappresentare e rendere meglio comprensibili le diverse e cangianti declinazioni che questo insieme di valori, principi e pratiche di azione ha storicamente conosciuto.

In questa prospettiva il neoliberismo rappresenta quindi un variegato sistema di pensiero che individua nella libertà (economica) un principio di civilizzazione, ma che al contempo usa la gerarchia e il potere di coercizione dello Stato (o la forza dispotica della violenza nel caso cileno) per affermare questo principio.

Dove affondano le radici storiche e ideali del neoliberismo?
Le radici ideali del neoliberismo affondano nella lunga, articolata e affascinante tradizione del liberalismo. La ricchezza e la complessità della tradizione storica e teorica del pensiero liberale è tale da non poter essere sintetizzata in poche battute. Occorre tenere presente che a essa contribuirono i giganti della riflessione filosofico-politica dell’età moderna – T. Hobbes, B. Spinoza, J. Locke, D. Hume, A. Smith, I. Kant, solo per citare dei riferimenti ineludibili. Si posson solo qui a fornire alcune coordinate minime di riferimento di tipo storico e teorico, per meglio comprendere il neoliberismo contemporaneo. Il filosofo della politica J. Gray individua nell’illuminismo scozzese la tradizione intellettuale in cui con maggior chiarezza e sistematicità vengono espressi i principi e i fondamenti del liberalismo. Questi principi sono sviluppati, nella loro forma più compiuta, nella riflessione di A. Smith, il quale significativamente intuisce che la distinzione tra l’aspetto economico e quello politico della vita sociale è artificioso e arbitrario e3 che tra questi ambiti esiste un’interazione reciproca e costante..

Nel repertorio ideazionale liberale trova posto, a fianco della ‘mano invisibile’, la regolazione pubblica della – o l’intervento statale nella – vita economica. Questa traiettoria si svilupperà nell’Inghilterra del XIX secolo, di pari passo con la crescita e progressiva affermazione della democrazia contemporanea, e arriverà a pieno compimento nei primi decenni del secolo successivo.

Il periodo tra le due guerre mondiali, segnato dalla Great Depression seguita alla crisi del 1929, corrisponde a una fase di intensa messa in discussione dei principi del laissez faire . Una critica che troverà nelle riflessioni di J.M. Keynes e di W.H. Beveridge le sue più compiute espressioni. La risposta alla svolta Keynesiana– e fondamentale passaggio nell’evoluzione del pensiero liberale– è rappresentata dalla riflessione e dall’azione di divulgazione poste in essere da due importanti esponenti della cosiddetta Scuola austriaca di economia: L.H.E. von Mises e F.A. von Hayek.

La riflessione di Mises – per sintetizzare – è attraversata da una duplice tensione: creare teorie esplicative delle forme dell’organizzazione sociale e formulare i principi fondativi per l’elaborazione di pratiche e di politiche pubbliche capaci di incarnare queste teorie. la riflessione teorica di Mises è di grande rilevanza per la chiarezza con cui egli descrive il significato del termine ‘liberale’, e ancor di più per il suo poderoso tentativo di fondazione epistemologica del liberismo, che ha nell’individuo la sua componente ontologica basilare.

Nella Prefazione alla terza edizione de L’azione umana. Trattato di economia, Mises usa il termine liberale per indicare il grande movimento intellettuale e politico che ha sostituito i modi precapitalistici di produzione con la libera impresa e l’economia di mercato, l’assolutismo dei re e delle monarchie con il governo istituzionale, la schiavitù, la servitù e ogni vincolo similare con la libertà di ogni individuo. Si tratta di una definizione importante non solo perché sintetizza con rara efficacia i principi di fondo del pensiero liberale – con una forza denotativa e connotativa sostanzialmente ancora oggi immutata – attraverso una chiave definitoria di tipo storico. In questa prospettiva la ‘libera impresa e l’economia di mercato’ divengono due variabili fondamentali del moderno processo di civilizzazione. Rifiutare i principi del liberismo equivale, da questo punto di vista, a scivolare sia verso modi premoderni di produrre benessere e ricchezza, sia verso l’autoritarismo e l’annullamento della libertà personale. Con Mises il termine ‘liberale’ acquisisce dunque un enorme potere di significazione, in grado di costruire un vero e proprio sistema valoriale (positivo nella sua prospettiva) di riferimento per l’azione sociale.

Questo aspetto normativo diventa ancor più evidente nella riflessione di F.A. von Hayek. Particolarmente rilevante è, da questo punto di vista, l’Hayek politico che affida a La Via della schiavitù (The Road to Serfdom) il messaggio principale del liberalismo. Il libro, come è noto, è scritto durante la guerra, tra il 1940 e il 1943 ed è un lavoro che si colloca volutamente al di fuori della riflessione sui problemi di pura teoria economica. Si tratta di un testo che intende dimostrare, con una struttura argomentativa basata sulla continua reiterazione di contenuti simili, che la nascita del fascismo e nazismo non fu una reazione contro le tendenze socialiste del periodo precedente, quanto piuttosto un esito necessario di quelle tendenze.

La chiave di volta delle argomentazioni di questo ragionamento è rappresentata dal primato del valore della libertà che esige per Hayek la rimozione di tutti gli ostacoli che intralcino gli sforzi individuali, ma non la fornitura di particolari beni da parte della comunità e dello Stato. Si tratta di una libertà che può estrinsecarsi soltanto nel mercato, che diviene sia un principio ordinatore della società sia un vero e proprio elemento di civilizzazione. Hayek ritiene che sia stata la sottomissione alle forze impersonali del mercato ciò che in passato ha reso possibile la crescita della civiltà che altrimenti non sarebbe avvenuta.

Il punto centrale di questa riflessione di Hayek non è soltanto questo. Ciò che appare di grande rilevanza è che questo «ordine autogenerantesi» è rappresentato in termini storici come privo di alternative, nel senso che nel pensiero di Hayek non ci sono altre possibilità che queste: o un ordine governato dalla disciplina impersonale del mercato, o un ordine diretto dalla volontà di pochi individui.

Il complesso contributo teorico della Scuola austriaca, che aveva costituito un sistema di credenze autonomo rispetto ad altre riflessioni coeve sul liberalismo, non avrebbe potuto dispiegare pienamente i propri effetti se non avesse trovato dei ‘mediatori’ capaci di articolarlo e veicolarlo in diverse e molteplici direzioni. Uno dei mediatori principali del pensiero neoliberale è stato, a partire dal secondo dopoguerra, la Mont Pèlerin Society.

Dal primo al dieci di aprile del 1947, nell’Hotel du Parc della cittadina di Mont Pèlerin sul lago di Ginevra si riunirono, su iniziativa dello stesso Hayek, 39 intellettuali (economisti, storici, filosofi, pubblicisti) provenienti da dieci diversi paesi (17 dagli Stati Uniti), per discutere del destino del pensiero e delle politiche liberali. Sebbene tra i loro scopi non ci fosse né quello di realizzare azioni di propaganda, né quello di influenzare o formare un qualche partito politico ispirato alle loro idee, l’impatto che la fondazione della MPS ebbe nel consolidamento e, successivamente, nel primato del paradigma di azione neoliberista è difficilmente sopravvalutabile in prospettiva storica. La MPS avviò, su iniziativa di Hayek, una vera a propria ‘battaglia delle idee’ a favore dei valori liberali, non solo per mantenerli in vita ma per consolidarli e diffonderli globalmente. Il punto di forza dell’azione della MPS non è rappresentato primariamente dalla, pur rilevante, capacità di fondare principi comuni in grado di ispirare l’azione di una complessa rete di studiosi, think tanks ed esperti, che li veicoleranno globalmente e spesso li tradurranno in specifiche soluzioni di policy. In termini teorici questa forza risiede piuttsosto nell’abilità di permeare la società civile e l’opinione pubblica con questo corpo di valori.

La forza delle idee della MPS, e la capacità di articolarle e diffonderle attraverso una rete internazionale di gruppi e istituti di ricerca, hanno dunque avuto un ruolo fondamentale nella ripresa e sviluppo del nuovo liberismo. Questa forza non si sarebbe però potuta esercitare senza i ‘muscoli finanziari’ delle élite economiche del secondo dopoguerra, che contribuirono sia a rendere possibile il primo meeting della MPS, sia alla creazione di numerosi think tanks conservatori sui due lati dell’oceano Atlantico. L’esperienza della MPS rivela quindi alcuni aspetti fondamentali per comprendere lo sviluppo del neoliberismo: il legame storico tra il mondo degli interessi economico-finanziari e le idee del neoliberismo.

Dal punto di vista ideazionale un ruolo rilevante è stato inoltre svolto, come ampiamente noto, da Milton Friedman. Questo economista dà corpo a una vera propria una nuova offensiva liberale, attraverso cui si individuano chiavi argomentative e teoriche per favorire la maturazione di una vera e propria soggettività neoliberista. Una soggettività capace di esprimere consenso nei confronti di leader politici e delle politiche liberiste da questi promosse, che verranno formulate e implementate non appena si aprirà una finestra di opportunità favorevole al cambiamento. Una situazione che si verificherà intorno alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, quando il modello di accumulazione Fordista, e il ‘consenso Keynesiano’ che ne era la controparte teoretica nella scienza economica, smetterà di funzionare.

L’offensiva liberale, di cui Friedman diventerà il volto pubblico, era organizzata intorno a due temi fondamentali: il ruolo del capitalismo concorrenziale come sistema delle libertà economiche e condizione necessaria per la libertà politica e il ruolo che il governo dovrebbe avere in una società che si dedica alla libertà e che si basa sul mercato per organizzare l’attività economica.

Si può concludere dicendo che la campagna di persuasione neoliberista condotta da Mises, Hayek e Friedman si sviluppa lentamente. Muove dalla sua fondazione epistemologica (Mises e Hayek), passando per una traduzione in termini politico-economici molto ampi (MPS) per arrivare a implementare precisi programmi di policy alternativi alle politiche keynesiane (Friedman).

Quali sono le più rilevanti esperienze storiche di neoliberismo effettivamente realizzato?
Se consideriamo le esperienze storiche fondative del neoliberismo dobbiamo sicuramente fare riferimento a quella cilena, a quella degli Stati Uniti e a quella del Regno Unito. Ovviamente non è possibile sintetizzare in poche battute esperienze di così ampia complessità. Si possono solo fissare dei minimi riferimenti storici.

Il Cile rappresentò un vero e proprio laboratorio sperimentale delle soluzioni neoliberiste. Nel caso cileno ciò che appare centrale è la forza con cui le idee (e gli interessi di chi ha sostenuto Pinochet) sono state in grado di dar vita alla prima vera esperienza storica di neoliberismo effettivamente realizzato. Ricostruire questa storia delle idee divenute strategia di azione è importante per tracciare una rappresentazione efficace delle modalità di affermazione, diffusione e riproduzione del pensiero neoliberista, dei suoi mediatori e dei circuiti della sua circolazione. La letteratura ha da lungo tempo sottolineato il ruolo, nella costruzione di una ricetta politico-economica adeguata al nuovo regime, dei cosiddetti ‘Chicago Boys’, ossia a un nutrito gruppo di economisti cileni che ha avuto ruoli istituzionali importanti nei ministeri chiave del governo di Pinochet. Un gruppo che si era formato al Dipartimento di Economia dell’Università di Chicago, dove insegnavano M. Friedman, G.J. Stigler, A.C. Herbenger, G.S. Becker, R.H. Coase, per citare solo i più illustri esponenti della scuola. Gli economisti cileni formati negli Stati Uniti hanno avuto un peso rilevante poiché sono stati coloro che hanno tradotto, per la prima volta in forma compiuta, in concrete ricette di policy le teorie sviluppate dalla Scuola di Chicago. Ciò non significa, naturalmente, che Friedman e i suoi colleghi abbiano avuto un ruolo diretto nelle decisioni assunte dalla giunta militare. La loro influenza fu indiretta, esercitata principalmente attraverso la forza delle loro idee. L’impronta dei ‘Chicago Boys’ sulla storia del Cile sarebbe divenuta indelebile con il cambio di passo delle politiche monetarie ed economiche iniziato nel 1974-75 volute dal nuovo Ministro delle Finanze, Jorge Cauas che si era formato a Chicago.

Successivamente l’elezione di Reagan rappresenta – insieme a quella di Margaret Thatcher nel Regno Unito, che avviene due anni prima – un evento fondamentale nel processo di progressivo radicamento del neoliberismo e del suo primato egemonico. Dal punto di vista storico, dopo l’esperienza laboratoriale condotta in Cile, il Regno Unito e gli Stati Uniti e rappresentano i primi e più importanti casi di neoliberismo effettivamente realizzato, che mostra con grande chiarezza la sua forza, le sue potenziali contraddizioni e le sue conseguenze. Uno straordinario e fondamentale banco di prova storico. Ronald Reagan è stato in grado di raccogliere l’eredità delle tre maggiori correnti del conservatorismo statunitense del ventesimo secolo: il libertarianismo (o conservatorismo economico), l’anticomunismo, e il tradizionalismo (o conservatorismo sociale).

Reagan ha saputo miscelare sapientemente queste tre componenti nel suo programma politico: fervente anticomunista, creatore di una politica economica incardinata sulla libertà individuale d’impresa, proponente di una politica securitaria a difesa dei valori ‘semplici’ dello stile di vita americano. Il neo-Presidente si trovò a operare, all’inizio del suo primo mandato, in una situazione economica estremamente difficile. Il Paese era agli inizi degli anni Ottanta, di fronte a una dura fase recessiva, che andava a completare il decennio terribile per l’economia Statunitense (e mondiale), segnato dalla lunga crisi stagflazione dei Settanta.

Contro lo sfondo di astratti dibattiti tra economisti, decisioni conseguenti e rischiose di politica monetaria e grave crisi economica si stagliava, semplice e potente, il messaggio elettorale di Reagan nel 1980: la situazione dell’economia era da imputare all’assenza di coraggio dei precedenti Presidenti, che non aveva consentito loro di procedere verso un deciso e ampio taglio delle tasse. Oppure – altro argomento di disarmante quanto di incisiva semplicità – il settore privato funziona meglio quando il governo federale interviene meno. Per descrivere il compito della sua amministrazione, egli utilizzava spesso la metafora della «’squadra di pulizie’, che ripuliva il caos creato da quaranta anni di ‘sbornia ininterrotta’. La sbornia era ovviamente quella keynesiana.

Cosa ci dice l’esperienza storica di Ronald Reagan sulle forme effettivamente realizzate di neoliberismo? Ci dice che il paradigma neoliberista nella sua fase ascendente e politicamente fondativa ha bisogno, per costruire la sua egemonia, di differenti basi di legittimazione (autorità, richiamo al popolo, pensiero scientifico, creazione di un senso comune) e che nella combinazione di tali elementi assume un forte pragmatismo che lo porta a conciliare (con esiti diversi e con maggiore o minore efficacia) credenze, principi, teorie tra loro eterogenee.

Questi aspetti trovano ulteriori conferme nella considerazione della terza e ultima esperienza storica che fonda il neoliberismo: quella del Regno Unito di Margaret Thatcher. Su cosa poggia la forza della proposta politica ed economica della Iron Lady? Sulla intelligenza politica di offrire a un corpo sociale sempre più sfaldato e atomizzato, a una classe lavoratrice priva di fiducia dalle soluzioni moderniste proposte dai Laburisti alla fine degli anni Sessanta e sfiancata dalla crisi degli anni Settanta, a istituzioni sociali come la scuola o la famiglia sfidate dalle rivendicazioni del movimento studentesco, dalle provocazioni delle culture underground e dalle rivendicazioni del femminismo e delle minoranze culturali, una via di uscita semplice e diretta: assumersi direttamente la responsabilità del proprio benessere. Insomma in quella combinazione vincente, individuata da M. Jaques, tra una strategia economica di laissez-faire e un populismo reazionario e autoritario.

Perché si può definire il neoliberismo come «tessuto connettivo» del capitalismo contemporaneo?
Il neoliberismo agevola l’estensione della subordinazione degli elementi della società al capitale e rappresenta un elemento fondamentale della transizione al capitalismo finanziario contemporaneo. Se guardiamo al neoliberismo attraverso una lente metodologica di derivazione marxiana, possiamo vedere come esso sia il prodotto dell’evoluzione storica del capitalismo, mediata dalla crisi del regime di accumulazione fordista, ma come nello stesso tempo costituisca un elemento fondamentale del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

In questa prospettiva analitica a ogni nuova forma di produzione sono consustanziali nuove determinazione extra-economiche (giuridiche, istituzionali, regolative etc.) delle condizioni dell’accumulazione di capitali. In tal senso, il neoliberismo può essere considerato la modalità con cui si strutturano le connessioni ‘organiche’ interne alle società capitaliste contemporanee. Possiamo individuare nel neoliberismo una nuova matrice istituzionale che presiede a connessioni stabili tra un ampio insieme di aspetti della vita sociale.

È possibile definire, in prima approssimazione, da questo punto di vista il neoliberismo come il ‘tessuto connettivo’ delle moderne società capitaliste. In istologia, un tessuto connettivo è definito come un tessuto che offre un supporto metabolico ad altri tessuti. Esso mette in relazione diverse formazioni anatomiche e riempie gli spazi interstiziali tra varie strutture corporee. I tessuti connettivi formano un insieme ampio e differenziato al suo interno, ma dotato di caratteristiche funzionali sufficientemente simili per essere raggruppati. Essi costituiscono l’impalcatura e il supporto per gli altri tessuti e organi, permettendone la riproduzione e la crescita, dando loro forma e mettendoli in comunicazione con l’ambiente circostante. La capacità adattiva degli organi e delle altre componenti corporee si appoggia a questa funzione cruciale dei tessuti connettivi.

Questa metafora ci permette di guardare al neoliberismo come al variegato insieme di teorie, credenze, istituzioni, discorsi e pratiche che strutturano e supportano metabolicamente il capitalismo contemporaneo, e premettono la sua riproduzione storica. Esso fornisce una coerenza strutturale a processi che occorrono in diversi sotto-sistemi sociali

Che rapporto esiste tra politiche neoliberiste, disuguaglianze e populismo?
Si tratta di un rapporto complesso.

Iniziando dal tema delle disuguaglianze si può affermare che allo sviluppo del modello di accumulazione finanziaria – riprodotto e sostenuto dal paradigma di azione neoliberista – è da ricondurre la progressiva crescita delle disuguaglianze nel corso degli ultimi quattro decenni. Una crescita che l’attuale pandemia sta mostrando (ed esasperando) in modo drammatico.

  1. Thatcher, nella sua indiscussa capacità di esprimere in modo diretto e scevro da fraintendimenti le proprie idee, ha scolpito con chiarezza esemplare la prospettiva neoliberista sulle disuguaglianze: «i conservatori non sono egalitari» . Si tratta di un’affermazione perfettamente in linea con le riflessioni di F. Hayek e M. Friedman , che ha portato diversi studiosi a considerare il Partito Conservatore come segnato da un forte impegno a favore delle disuguaglianze o, anche, a individuare l’essenza del ruolo dei conservatori – sui due lati dell’Atlantico – nella formulazione di una cultura politica che mira non solo a conservare la gerarchia di ricchezza e potere, ma anche a spiegarla come dato coerente con il funzionamento di una società libera, e per tanto ragionevole e accettabile.

In questa prospettiva, le differenze di redditi e ricchezze non solo non sono deprecate o considerate come problematiche, ma sono al contrario viste come indicatori di un’economia di mercato in salute e di una società in grado di massimizzare la libertà individuale. L’accettazione della impossibilità di eliminare le disuguaglianze e la rivendicazione della loro ‘utilità’ sociale ed economica rappresentano quindi due tratti costitutivi teoricamente fondamentale del pensiero e delle pratiche del neoliberismo. Non è perciò sorprendente che, nel corso dei lunghi decenni del primato storico di tale paradigma di azione, le disuguaglianze siano cresciute in modo imperioso.

Si tratta, come ampiamente noto, di una questione al centro di una vasta e accesa discussione, in considerazione del fatto che la rilevazione dell’evoluzione delle disuguaglianze può essere, e viene, condotta con metodologie differenti, le quali possono portare a rappresentazioni diversificate e spesso divergenti del fenomeno.

Pur riconoscendo la ragionevolezza di tale dibattito, non sembra possibile ridurre a un problema metodologico – di costruzione di indicatori più o meno corretti – le tendenze alla polarizzazione della ricchezza, da tempo registrate e discusse. Un rapporto Oxfam del 2015 documenta come, all’interno dell’Unione Europea, 123 milioni di persone (circa un quarto della popolazione) siano a rischio povertà o esclusione sociale. Ciò che più colpisce non è solo la dimensione del fenomeno, ma anche e soprattutto la sperequazione nella distribuzione della ricchezza che – utilizzando una stima di Credit Suisse – implica che l’1% della popolazione più ricca disponga del 31% della ricchezza complessiva, mentre il 40% più povero possegga solo l’1% della ricchezza. Cento milioni di cittadini statunitensi, circa un terzo della popolazione totale, sono in condizioni di povertà o prossimi alla soglia di povertà. Si tratta di una situazione di povertà con ampie variazioni tra i diversi gruppi socio-economici e culturali: nel 2011 quasi il 28% della popolazione di colore e il 26% di quella di origine ispanica erano poveri, contro il circa 10% dei bianchi non ispanici e 12% della popolazione di provenienza asiatica. J. Stiglitz mostra, sempre con riferimento al caso degli Stati Uniti, che nel 2007 (quindi prima dell’avvio della crisi) il primo 0,1% delle famiglie americane aveva già un reddito pari a 220 volte la media dell’ultimo 90%. Emerge in breve con grande chiarezza come – usando le parole di Marco Revelli – «l’opzione disegualitaria» costituisca inequivocabilmente una delle strutture portanti del neoliberismo.

Il rapporto tra neoliberismo e populismi appare complesso. Per comprenderlo si può fare riferimento all’esperienza thatcheriana. Il popolo, nella prospettiva della Prima Ministra, è costituito dall’insieme di coloro che difendono i valori essenziali del ‘modo di vita britannico’: il lavoro, la patria, l’impegno, il sacrificio, la famiglia e il libero mercato» (Ivi, p. 173. Si contrappone a tutti coloro che non si riconoscono in tali valori e, cosa ancor più importante, annulla ogni possibile appartenenza di classe, perché l’identità di questo ‘popolo’ è costruita a partire dai valori ‘nazionali’, e non sulla base degli interessi materiali contrapposti delle classi. Ma se non ci sono interessi di classe, allora l’apparente ossimoro del ‘capitalismo ‘popolare’ voluto dalla Thatcher– che voglia, ad esempio, rendere tutti proprietari di un’abitazione – diviene perfettamente intellegibile, e anzi un potente strumento di promozione del processo di rinnovamento del regime di accumulazione su base finanziaria. Si è tutti dalla stessa parte, senza distinzioni. Con l’eccezione di chi chiede pari diritti o più uguaglianza.

È proprio in questi termini che il populismo di destra costituisce storicamente un tassello fondamentale dell’egemonia del discorso e delle pratiche neoliberiste. Un populismo che mette pericolosamente in discussione, come si sta rendendo ben evidente nell’attuale fase storica, tanto l’idea di uguaglianza quanto quella di democrazia. La questione centrale non è soltanto il connubio con varie forme di populismo che il neoliberismo ha saputo realizzare evidenziato, da Laura Pennacchi, ma anche la forza discorsiva che la sinergia di questi è in grado dispiegare per piegare i principi di uguaglianza e democrazia. Mentre la prima deve sottostare al primato della libertà individuale, che non può essere coartata da nessuna azione statuale. La seconda è messa in crisi dalla critica riguardo la su ‘governabilità’, minata – secondo questo l’argomento – dalla fase storica delle politiche redistributive, che avevano generato un eccesso di domande sociali o, nelle parole di S.P. Huntington, «un eccesso di democrazia» da curare con una grande «moderazione della democrazia». Da qui l’esigenza, tipica del populismo di destra, di porre dei limiti al funzionamento della democrazia.

Si evidenzia con chiarezza come il neoliberismo populista, incarnandosi nelle politiche di M. Thatcher e R. Reagan, riveli tratti decisamente autoritari. Appare più chiaro quindi quale sia il terreno in cui si collocano i contemporanei populismi di destra, che non rappresentano affatto una risposta ‘popolare’ alle politiche neoliberiste, e quindi un’alternativa a queste. Al contrario, essi portano a compimento storico tendenze inscritte nel codice genetico del neoliberismo contemporaneo, che hanno a che fare con il suo carattere fortemente autoritario e populista.

In conclusione l populismo di destra non nasce da un’insofferenza popolare nei confronti della crescente disuguaglianza causata dalle politiche neoliberiste, e non rappresenta nemmeno una prospettiva politica che si allea con lo stesso neoliberismo. Costituisce piuttosto un tratto consustanziale, dal punto di vista storico e teorico, del neoliberismo.

Giulio Moini insegna Sociologia politica, Sociologia dell’azione pubblica, Governance e partecipazione nei sistemi territoriali, presso il Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Sapienza di Roma. Si occupa delle trasformazioni dell’azione pubblica contemporanea con particolare riferimento ai temi del neoliberismo, delle nuove forme di partecipazione politica e delle questioni urbane. Tra le sue pubblicazioni: Neoliberismo (Mondadori Università 2020); Depoliticizzazione e politicizzazione: una chiave di lettura (in E. d’Albergo e G. Moini – a cura di – Politica e azione pubblica. Attori, pratiche e istituzioni, Sapienza Università Editrice 2019).)  Participation, Neoliberalism and Depoliticisation of Public Action (in SocietàMutamentoPolitica 2017); Neoliberism as the ‘connective tissue’ of contemporary capitalism (in Partecipazione e Conflitto 2016); Il Regime dell’Urbe. Politica, economia e potere a Roma (con E. d’Albergo); Interpretare l’azione pubblica. Teorie, metodi e strumenti (Carocci 2013); Teoria critica della partecipazione. Un approccio sociologico (Franco Angeli 2012).

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