“Nelle mani del popolo. Le fragili fondamenta della politica moderna” di Raffaele Romanelli

Prof. Raffaele Romanelli, Lei è autore del libro Nelle mani del popolo. Le fragili fondamenta della politica moderna edito da Donzelli: quale reale significato assunsero i tre principî di libertà, eguaglianza e fraternità posti a fondamento dello Stato rivoluzionario francese?
Nelle mani del popolo. Le fragili fondamenta della politica moderna, Raffaele RomanelliI tre princìpi vanno intesi come una trinità, e come nella sacra trinità ciascuno di essi ha significato proprio, ma rimanda agli altri, ed è in questa connessione il loro valore. Sono posti a fondamento della rivoluzione francese, è vero, ma da allora hanno significato universale. La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 indica infatti l’orizzonte della modernità, anche se il punto di inizio della vicenda dei diritti e della democrazia liberale è nella dichiarazione americana del 1776, che del resto è strettamente collegata alla francese: tra le due sponde dell’Atlantico vi fu uno scambio continuo, di idee e di uomini. Cercandone il “significato reale” si registrano innanzi tutto le interne tensioni: la libertà dialoga con il bisogno di ordine ed entra in conflitto con l’uguaglianza, la quale genera tirannia giacobina, ma alimenta anche le forme della democrazia. A sua volta, la fraternità, variamente declinata come solidarietà o cooperazione, plasma i socialismi, ma già nella Rivoluzione e poi sempre in seguito la fraternità appare anche come coesione nazionale, è germe di guerre infinite, alimenta pulsioni nazionalistiche (noi contro gli altri), virulenza populistica, xenofoba, perfino razzista. Una volta divenuto universale, il suffragio genera cesarismi e populismi che scuotono le fragili fondamenta delle democrazie.

Come prese corpo e si manifestò il germe totalitario?
Il concetto di totalitarismo è in sé assai problematico: nasce da una frase di un antifascista, Giovanni Amendola, e fu fatto subito proprio da Mussolini, che manifestò la “volontà totalitaria” del fascismo, la volontà di occupare, rappresentare, dettare le regole a tutti gli aspetti della vita associata e individuale. Solo negli anni Cinquanta del Novecento il concetto di totalitarismo si diffuse per indicare elementi comuni al comunismo sovietico e al nazionalsocialismo tedesco, e perciò non fu accettato da tutti senza riserve, appunto perché equiparava comunismo e nazismo. Eppure, nonostante questa cronologia e questi suoi limiti, non è inesatto interrogarsi sul “germe totalitario” già parlando della rivoluzione francese. Nel Terrore giacobino infatti si manifestarono idee, pratiche, indirizzi che è poi dato ritrovare nei totalitarismi del Novecento, in Unione Sovietica, in Germania, e poi in Cina, o in Cambogia e altrove. Il germe dunque “prese corpo e si manifestò” nella volontà giacobina di sradicare ogni privilegio, ogni diseguaglianza, ogni dissenso, in una assoluta eguaglianza, e di mobilitare materialmente e spiritualmente tutte le energie del popolo francese – uomini donne bambini – contro il nemico esterno (nella guerra che per un quindicennio la Francia rivoluzionaria mosse al mondo, o che il mondo mosse alla Francia), ma quindi anche contro il nemico interno, laddove chiunque era sospettato di tradimento se solo non aderisse con convinzione e entusiasmo alla causa della rivoluzione come indicata e rappresentata dai capi, anzi dal capo, in quel caso Robespierre – come fu poi per Stalin, Hitler, Pol Pot ed altri. Con questa penetrante opera ci ha reso familiare la grande letteratura, da Orwell e Solzhenitsyn (testi nei quali finzione letteraria, storia e cronaca si fondono).

In che modo si diffusero le istanze costituzionaliste e liberali?
La domanda segue coerentemente la precedente perché il “totalitarismo” unisce comunismo e nazismo solo nella comune contrapposizione alle ideologie costituzionali e liberali. Queste sono dunque un prodotto del 1789, è vero, ma solo di una lettura dell’89 che si affermò dopo il Terrore e contro il Terrore, a volte contro l’89, in particolare nella prima metà dell’Ottocento, e alla quale contribuirono in maniera decisiva la cultura e le istituzioni da un lato americane, dall’altro inglesi, che avevano caratteri diversi e precedevano l’89 (nel caso inglese, di secoli). La Gran Bretagna, d’altra parte, aveva combattuto una guerra senza tregua alla Rivoluzione francese, ma non così gli Stati Uniti, alleati dei francesi. In che modo si diffuse il costituzionalismo liberale? Per mano francese, sulla punta delle baionette in mezza Europa (ciò che oggi si chiama “esportazione della democrazia”) e, come effetto della rivoluzione nell’area latino-americana, dove peraltro assunse caratteri diversi e “autoctoni”. Più tardi vennero altri paesi, per breve tempo la Russia zarista, nonché il Giappone, mentre l’intero Commonwealth britannico sviluppava semmai costituzionalismo e liberalismo di matrice inglese. In altri paesi, tipicamente l’India della seconda metà del Novecento, costituzionalismo e liberalismo mescolarono tratti inglesi e americani.

Come si impose l’universalismo egualitario?
Si impose a fatica, gradualmente, attraverso le varie rivoluzioni nazionali e poi, fuori d’Europa, seguendo la decolonizzazione, che via via vide “esportare la democrazia”, come comunemente si dice. Ma fu un processo complesso e tormentato. Dopo le catastrofi totalitarie della prima metà del Novecento, le Dichiarazioni dei diritti recuperano i principî dell’Ottantanove e la democrazia parve affermarsi come paradigma universale della politica. La Dichiarazione dei diritti ONU del 1948, ricalcata alla lettera su quella dell’89, fu elaborata e votata da un numero limitato di stati che allora componevano il nucleo fondativo delle Nazioni unite, e da subito fu accettata con molte riserve. Una ulteriore svolta fu rappresentata dalla fine del comunismo, che formalmente aderiva all’”universalismo egualitario” di cui mi domandate, anzi ne fu espressione, ma con molte riserve. Forse più che di universalismo egualitario bisognerebbe parlare di una eguaglianza non scissa dagli altri termini della trinità, perché i regimi totalitari sono pure espressione di egualitarismo, sono cioè in questo senso figli dell’89.

Quali caratteri assunse il nuovo universalismo che prese le mosse all’indomani del secondo conflitto mondiale?
Sono d’accordo nel chiamarlo “nuovo universalismo”. Infatti la Dichiarazione dell’ONU del 1948 riguardava un mondo per metà controllato dai comunisti, e in buona parte ancora sotto regime coloniale. Solo quando la Dichiarazione dei diritti si estese al mondo, in particolare con la decolonizzazione, molti ne rifiutarono le basi individualistiche a favore di valori comunitari. Ad esempio alcune culture, tipicamente quelle islamiche, non accettano la parità dei generi, i diritti delle donne o degli omosessuali. Si tentò allora di articolare la Dichiarazione “universale” in dichiarazioni “regionali” (Asia, Africa, America latina). I paesi asiatici e africani concordarono nel contrapporre al fondamento individualistico dei diritti il valore delle comunità e della famiglia, aggiungendovi un “diritto allo sviluppo” che evidentemente reclamava l’aiuto economico internazionale. Sempre di più si identificarono i diritti fondamentali individuali con la cultura che li aveva prodotti, quella euroatlantica, verso la quale cresceva l’antagonismo. Intanto sia in sede ONU, sia in Europa, gli originali diritti umani si sono evolutivi generando nuove “generazioni” di diritti, sociali e collettivi (sin pensi ai diritti alla salute e all’ambiente).

Qual è l’approdo dei diritti dell’uomo in questa vicenda?
L’approdo odierno dei diritti è assai problematico, e conosce una sorta di divaricazione. Abbiamo appena detto che grandi aree culturali che non hanno mai accettato l’universalità dei diritti, o almeno hanno dato loro interpretazioni particolari, e hanno inteso i diritti originari di matrice euroatlantica come propri soltanto di un’area – in questo senso è stato detto che la storia ha “provincializzato” l’Europa. Ora, entro quell’area originaria numerose altre dichiarazioni dell’ONU e poi dell’Unione europea (diritti delle donne, dell’infanzia, dei popoli primitivi, etc.) hanno dilatato la sfera dei diritti e li hanno anche “parcellizzati” coinvolgendo in modo crescente gruppi particolari, prima assai vasti – oltre alle donne, la cui eguaglianza faticosamente conquistata sfocia nell’affermare il valore della differenza, o ai gruppi di colore (black lives matter) – ma poi a sempre più ristretti, come gruppi etnici specifici, gruppi religiosi, persone con handicap, persone lgbt, etc. L’ultimo capitolo del mio libro si intitola “La dissoluzione del soggetto”, per indicare che multiculturalismo e politiche identitarie intestate a gruppi e categorie sembrano dissolvere il soggetto dell’Ottantanove, unico, eguale e universale. Si aggiunga che anche la convenzione democratica rivela le sue antinomie originarie generando le odierne “democrazie illiberali” che minacciano l’universalismo egualitario e liberale. Torniamo così all’inizio: i tre elementi della trinità, libertà, eguaglianza, fraternità, se scissi possono assumere valenze opposte. Di questa vicenda tratta il mio libro.

Raffaele Romanelli, laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma, è stato borsista presso l’ “Istituto per gli studi storici” (“B.Croce”) di Napoli, e Associate member del St.Antony’s College, Oxford, dove nel 1996 è stato Sir Isaiah Berlin Visiting Scholar. Ha insegnato Storia contemporanea in diverse università italiane e all’Istituto Universitario Europeo. È stato per più di vent’anni nella redazione di “Quaderni storici”. Socio fondatore della Società per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCo), ne è stato presidente dal 1999 al 2003. Dal 2010 ha diretto il Dizionario Biografico degli Italiani dell’Enciclopedia Italiana. Tra le sue pubblicazioni recenti: Duplo movimento. Ensaios de História, Lisboa, Livros Horizonte, 2008; Importare la democrazia. Sulla costituzione liberale italiana, Rubbettino 2009; Gli imperi nell’età degli stati, in Impero, imperi. Una conversazione, a c. di, L’ancora del Mediterraneo, 2010; Ottocento. Lezioni storia contemporanea, Il Mulino 2011; Novecento. Lezioni di storia contemporanea, Il Mulino 2014.

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