Brunetto Latini è una figura al tempo stesso eccezionale e paradigmatica. È eccezionale per i risultati del suo impegno intellettuale. È il primo a tradurre Cicerone in volgare italiano (e lo volgarizza anche in francese), ma è anche il primo a tradurre Aristotele in volgare francese, dando la possibilità alla grande massa dei non conoscitori del latino di accedere a queste opere. Lo fa perché ritiene che il valore operativo, politico, di azione di queste opere vada reso disponibile come strumento di costruzione sociale e politica.Si cimenta inoltre con la poesia, scrivendo un poemetto che rimane incompiuto ma che è ricco di esperimenti linguistici e tematici e che dimostra la sua conoscenza delle tendenze poetiche italiane e francesi. Inoltre tenta di ridefinire i confini della filosofia, che per lui dev’essere accessibile anche ai non tecnici, ai non accademici. E poi assume un ruolo politico di grandissima rilevanza, contribuendo a traghettare Firenze nel futuro. Però Brunetto non è il solo, non è l’unico, non è isolato. È tutto un ceto di intellettuali laici, di notai, di poeti, di figure legate alla vita pubblica che alla metà del secolo XIII porta ad un avanzamento della società, a un cambiamento profondo. In questo Brunetto è paradigmatico, perché rappresenta tutto questo movimento, ne condivide gli sforzi, le energie e la creatività.
Brunetto Latini incarna appunto tutto un ceto, quello dei notai e del «Popolo»: in che modo egli porta a emersione alcuni fenomeni di trasformazione della cultura italiana del Duecento?
Brunetto è espressione di una cultura fatta di competenze tecniche – è appunto notaio -, che implicano la conoscenza del latino, dunque l’accesso ai testi della filosofia, della storiografia, oltre che del diritto, ma anche lo studio serrato della retorica, la capacità di dare ordine alle cose attraverso la scrittura, la sperimentazione poetica, che non è un esercizio solipsistico, ma una presa di posizione sul mondo e i suoi fenomeni. Tutto questo in Brunetto è orientato alla politica, alla parola pubblica, al realismo dei rapporti di forza che però vanno pensati, costruiti e si incardinano anche sulle necessità della comunità. Queste tendenze fortissime della cultura del Duecento, in Brunetto trovano una forma, una strada, un’espressione. È come se tutta un generazione si rendesse conto del valore di una cultura di questo tipo, cioè duttile, creativa, legata alla trasformazione anche delle istituzioni. Per le generazioni successive questo punto forse viene dato come per acquisito. Ma è la generazione di Brunetto, quella che io ho definito “la generazione Montaperti”, che fa emergere queste possibilità, che prima di allora rimanevano più implicite e meno chiare.
Pesa moltissimo su questo, e su Brunetto in particolare, proprio l’esperienza politica concreta e, nel caso di Firenze, la trasformazione del “popolo” in vero soggetto politico. Il popolo rappresenta l’antagonista sociale del ceto dei cavalieri, che è un ceto che si nutre del culto delle armi e dell’onore, che ama paragonarsi ai miti della cavalleria, che sente raccontare dei cavalieri della Tavola rotonda. Quella cavalleresca ha i tratti di una vera ideologia, che spesso nasconde una certa prepotenza, il ricorso alla violenza, la malcelata diffidenza nei confronti di regole e leggi comuni. Più che di un gruppo di tanti Lancillotto si tratta, a volte, di veri e propri Catilina, come si dirà nell’epoca di Dante di un certo cavaliere con una posizione di assoluta preminenza, che “assomigliava a Catilina, ma più crudele”.
Invece quello che al tempo chiamano il “popolo” raggruppa un po’ confusamente tutti coloro che non sono cavalieri. Questo ceto popolare, fatto di mercanti (anche molto ricchi) che possono avere reti locali e internazionali, di artigiani con proprie filiere, di notai, di prestatori di denaro anche in quantità ingenti, in una certa fase anche di piccoli commercianti, matura una certa insoddisfazione nei confronti dei continui scontri tra cavalieri, di conflitti cittadini a bassa o alta intensità, soprattutto del non avere una vera voce nel governo della città, che rimane a favore dei cavalieri. Eppure questo ceto “popolare” innova, prende decisioni, si organizza in corporazioni, in accordi di mutuo soccorso anche a livello territoriale, di quartiere.
A Firenze nel 1250, sfruttando una profonda crisi del governo ghibellino, il “Popolo” riesce a prendere il potere e a riorganizzare le istituzioni. Brunetto Latini diventa ben presto il notaio del Consiglio degli Anziani, l’assemblea più importante del nuovo assetto istituzionale. E lì gioca un ruolo politico fondamentale, fino alla catastrofe del 1260, quando Firenze, che nel frattempo da governo di Popolo è diventata a guida popolare e guelfa, quindi con una consistente collaborazione con i cavalieri di quel posizionamento politico, viene sconfitta a Montaperti da una lega che unisce i ghibellini toscani e il regno di Sicilia di re Manfredi. Per Brunetto è l’esilio, ma è proprio nei sei anni di lontananza da Firenze che elabora la sua visione della politica, che mette a frutto la sua esperienza politica in una visione nuova, con un grande lavoro di ripensamento, di pedagogia politica. È in quel momento, in Francia, che Brunetto scrive le sue opere più importanti e porta appunto ad emersione, a maggiore chiarezza, le tensioni e le tendenze di quell’epoca, a favore di una politica più pensata, più utile a tuti.
Brunetto Latini è presente nella memoria collettiva della cultura italiana per via del canto XV dell’Inferno: che influenza ha avuto su Dante?
Il riferimento più importante a Brunetto da parte di Dante è appunto quel canto della Commedia che abbiamo tutti letto a scuola. Dante rievoca la “cara e buona imagine paterna” di Brunetto, facendoci intuire un rapporto di discepolato importante e forse decisivo. In un’altra sua opera, il De vulgari eloquentia, invece lo critica per avere espresso una poesia di tipo municipale, legata linguisticamente al perimetro locale e anche per essersi rivolto al volgare francese. Dante inoltre fa riferimenti continui alla generazione di Brunetto, alla battaglia di Montaperti, compreso il famoso traditore fiorentino Bocca degli Abati, ma anche a re Manfredi, in parte riabilitato, e a tanti personaggi grandi e piccoli di quell’esperienza del governo di popolo e guelfo. Dante è spesso severo con costoro, sembra mandare all’inferno tutti gli esponenti di quello snodo così importante della vita politica e istituzionale di Firenze. Il suo rapporto con il passato recente di Firenze è davvero molto sfaccettato. Lo stesso Brunetto, pur così amato, è posto nell’inferno: Dante avrebbe benissimo potuto mandarlo almeno in Purgatorio. Sembra che ci sia proprio un nodo politico che Dante non riesce a sciogliere, a farsi mandar giù… E che ci sia anche un rapporto speciale con il maestro, un elemento di vicinanza, lo si capisce anche dal fatto che è proprio Brunetto a profetizzare a Dante il suo esilio. È Brunetto che gli rivela il suo destino politico. Proprio Brunetto, che aveva a sua volta vissuto in esilio in Francia per circa sei anni. Chissà quante volte Brunetto avrà raccontato a Dante, e non solo lui, di quella vita passata lontana – che peraltro rappresenta il periodo di maggior scrittura di Brunetto -, di quello scontare la sconfitta politica, che però per Brunetto è la preparazione intellettuale e politica del ritorno, della riscossa. Brunetto torna a Firenze da vincitore, dopo la sconfitta di Manfredi a Tagliacozzo, e da quel momento assumerà ancora incarichi importanti. Dante invece non tornerà mai.
Il mio libro comunque non parla dei rapporti tra Brunetto e Dante, al di là di alcuni accenni non cerca di capirne le influenze – che sono importantissime, basta leggere i testi brunettiani per rendersene conto. Si è evitato di schiacciare Brunetto su Dante. In fondo, quando Brunetto vive le sue esperienze politiche fondative, quando ha già vinto la sua battaglia, con le sue opere e con il suo agire, Dante non è nemmeno ancora nato. Eppure comprendere Brunetto in sé, nella sua parabola, ci aiuta a capire a quale patrimonio di idee ed esperienze il suo magistero doveva dare accesso.
Cosa ci rivela lo studio delle sue opere?
Lo studio delle sue opere ci fa entrare nella mente di un intellettuale medievale. Che cosa vuol dire? I testi brunettiani maggiori, il Tresor in francese e la Rettorica in italiano, hanno delle caratteristiche particolari, sono dei volgarizzamenti. I volgarizzamenti non sono traduzioni come le intenderemmo noi oggi, ma sono una sorta di adattamento dei testi al mondo contemporaneo. Faccio un esempio: oggi nessuno tradurrebbe l’espressione ciceroniana “respublica romana”, con “il comune di Roma” come fa Brunetto. Però la traduzione brunettiana è densissima di conseguenze. Ci fa capire che cosa lui scorge nella storia antica. In Roma non vede l’impero, una città che riempie tutto il mondo della sua forza, vede un “comune”, anzi il più glorioso comune della storia. Un comune come è Firenze, con le sue tensioni, le sue energie, i suoi problemi. Questo vuol dire mettere in comunicazione due mondi, due universi, creare un collegamento tra l’antichità e il presente, vuol dire mettere a disposizione dei suoi contemporanei, in particolare quelli che non conoscono il latino – o che non lo leggono volentieri -, che poi sono gli stessi che fanno politica nelle assemblee cittadine e che ogni giorno decidono sui propri affari, che discutono con gli altri sul da farsi nelle corporazioni, o anche che sono cavalieri e non si affidano solo alla forza perché ne riconoscono l’insufficienza, vuol dire mettere a loro disposizione una dimensione di conoscenza, di modelli, di riflessioni che servono alla loro crescita, che li aiutano a capire meglio i fenomeni della politica e i fatti della cultura e quindi ad agire.
Brunetto inoltre commenta, nella Rettorica, il testo di Cicerone, oltre a tradurlo, e quindi lo piega ulteriormente al presente, ne colma le lacune, come quando spiega come vanno scritte le lettere ufficiali del comune – operazione delicatissima perché con quelle lettere il comune esprime se stesso a livello internazionale, con quelle epistole costruisce la propria diplomazia -, attribuendo a Cicerone quelle regole, anche se l’illustre romano non si era mai sognato di farlo.
Nel Tresor, opera molto corposa, l’operazione è ancora più complessa perché Brunetto vuole scrivere una specie di enciclopedia della politica. Ma non lo fa scrivendo un trattato, come avrebbe fatto un filosofo o un teologo delle università, svolgendo un proprio ragionamento, bensì costruendo un collage di decine di traduzioni di testi dell’antichità o anche della sua contemporaneità. In questo modo Brunetto, che aggiusta, taglia, cuce, assembla i testi in un tutto che alla fine risulta armonico, ci fa capire a che cosa pensa un intellettuale del Duecento quando riflette sulla politica. Nel Tresor ci sono testi sugli animali, ci sono narrazioni storiche dall’inizio del mondo al suo oggi, ci sono compendi di testi aristotelici, istruzioni su come scegliere un podestà, esempi belli e pronti su come parlare in una corte politica. E l’eterogeneità dei testi ci obbliga a dipanare una matassa di concezioni, di pensieri, di visioni, di teorie grandi e piccole che davvero ci dà l’impressione di entrare in un immaginario politico e culturale che restituisce un frammento ricchissimo della mente di un italiano del Duecento.
Quale eredità lascia, alla generazioni successive, ser Brunetto Latini?
Ser Brunetto Latini fa molto di più che lasciare un’eredità alle generazioni successive. Potrei dire, mi si perdonerà l’enfasi, che Brunetto costruisce la generazione successiva, mentre dà forma alla propria.
Quando Brunetto decide di scrivere in volgare, di costruire una filosofia in volgare, una riflessione politica in italiano (e in francese) non si sta solo rivolgendo a un certo pubblico, ma sta contribuendo a crearlo. Lui sa quanto bisogno hanno i “laici”, cioè i non conoscitori del latino di accedere a una cultura, si rende conto di quanto meglio potrebbero fare se avessero gli strumenti per crescere culturalmente. E Brunetto ha un’idea della cultura intesa come un sapere che rende più ampia e più profonda la capacità di agire. Selezionando i testi, ma soprattutto orientando i suoi lettori alla comprensione del nesso tra cultura e politica, tra pensiero e azione, Brunetto contribuisce al decollo delle generazioni successive.
Noi siamo abituati spesso a studiare i fenomeni culturali del passato vedendoli come già compiuti, guardiamo i processi come già avvenuti. Brunetto, proprio perché vive nel momento in cui i processi si aprono e il loro destino non è necessariamente chiaro, ci sfida a pensare la storia come un qualcosa di aperto, ci aiuta a vedere qualcosa che di solito non vediamo perché siamo abbagliati dal poi, e cioè il dinamismo creativo di un giro di decenni, quello della metà del Duecento in Italia, proprio nel suo farsi, nel suo non essersi ancora compiuto. Brunetto rappresenta quella fase, quell’apertura, quella possibilità senza le quali è difficile pensare i successi delle generazioni successive. Non è un caso che due-tre generazioni dopo la sua morte, un uomo come Villani, che scrive la storia di Firenze, ricordando Brunetto dica di lui che fu il “cominciatore e maestro nel digrossare” (cioè dirozzare, raffinare) “i fiorentini”.
Gianluca Briguglia insegna Storia del pensiero politico e Filosofia medievale alla Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Ha insegnato è fatto ricerca alla LMU di Monaco, all’EHESS di Parigi, all’Università di Vienna, all’Accademia Austriaca delle scienze, all’Università Ca’ Foscari di Venezia e ha diretto la Facoltà di Filosofia dell’Università di Strasburgo. Ha pubblicato molti libri sul pensiero medievale e sul pensiero politico. È inoltre autore di un fortunato podcast, “Bestiario politico”, disponibile su tutte le piattaforme di ascolto.




