“Nel nome della bellezza. Vita e miracoli di J. J. Winckelmann” di Luigi Caiafa

Luigi Caiafa, Lei è l’autore del libro Nel nome della bellezza. Vita e miracoli di J. J. Winckelmann, edito da Historica: che importanza riveste, per la storia dell’arte mondiale, la figura di Johann Joachim Winckelmann?
Nel nome della bellezza. Vita e miracoli di J. J. Winckelmann, Luigi CaiafaWinckelmann è considerato il padre della storia dell’arte moderna e il suo contributo alla cultura occidentale può essere paragonato a quello di Dante per la letteratura o Galileo per la scienza. È senza dubbio uno dei principali protagonisti della vita artistica e culturale del Settecento europeo. Eppure, quando pensiamo al Settecento, la nostra memoria scolastica ci rimanda a personalità come Voltaire e Rousseau, i philosophes, o a Diderot e d’Alembert, i curatori della celeberrima Encyclopédie, il bestseller per eccellenza del cosiddetto “Secolo dei Lumi”. Se si escludono archeologi e storici dell’arte, oggi pochi conoscono il nome di Winckelmann e soltanto una ristretta cerchia di specialisti legge ancora le sue opere, nonostante esse abbiano segnato un’epoca cruciale per il pensiero moderno e la loro eredità arrivi fino ai nostri tempi. La Storia dell’arte nell’antichità, il suo capolavoro, è infatti uno dei capisaldi negli studi sull’arte antica e possiamo definirlo come il primo vero libro di storia dell’arte. A differenza di molti altri storici, antiquari e intellettuali precedenti, Winckelmann è davvero il primo a concepire una storia dell’arte basata non sulla vita degli artisti, ma sulle loro opere. Ed è tra i primi a studiare e interpretare l’arte antica da un punto di vista scientifico, ovverosia ponendola nel proprio contesto e analizzandola secondo i differenti stili. Ma Winckelmann non guardava esclusivamente al passato delle arti, mirava soprattutto al loro futuro. Per farsi un’idea della portata storica delle opere di Winckelmann è sufficiente pensare che fino agli inizi del Novecento, in tutti gli istituti europei di belle arti, la sua Storia dell’arte nell’antichità era uno dei testi essenziali per la formazione di un artista, a pari merito con il Trattato della pittura di Leonardo da Vinci. Winckelmann in effetti non era né un pittore né uno scultore, era un teorico. Malgrado questo, le sue idee saranno rivoluzionarie e diventeranno il fulcro di quel movimento artistico noto come Neoclassicismo, che abbraccerà un intero secolo. Pittori e scultori verranno fortemente influenzati dalle opere di Winckelmann, così come numerosi poeti e romanzieri. Goethe, ad esempio, fu un suo appassionato lettore e compì il suo Viaggio in Italia – dal quale nascerà in seguito uno dei suoi libri più emozionanti –, proprio recando con sé in mano la Storia dell’arte nell’antichità di Winckelmann.

Di che utilità è il suo monumentale carteggio per la ricostruzione della sua biografia?
Nell’arco di un’intera esistenza votata alla contemplazione dell’arte e alla ricerca della bellezza, Winckelmann scrisse centinaia di lettere. Molte di queste sono giunte fino ai nostri giorni e pochi anni fa sono state in gran parte tradotte in italiano, in una monumentale edizione in tre volumi curata da Maria Fancelli e Joselita Raspi Serra per l’Istituto Italiano di Studi Germanici. Per ricostruire le varie fasi della sua vita, quella dell’uomo, e soprattutto quella dello studioso, queste lettere rappresentano una fonte imprescindibile. Di notevole interesse sono, per esempio, le cosiddette “lettere antiquarie”, che Winckelmann inviava costantemente ai suoi protettori a Dresda per informarli sulle scoperte che allora stavano avvenendo nella prima grande stagione di scavi a Pompei ed Ercolano. In queste lettere, o come le chiameremmo oggi “rapporti di scavo”, emerge lo studioso, che analizza e interpreta i reperti quasi come un archeologo dei tempi moderni. In altre lettere, invece, soprattutto quelle spedite ai suoi amici più intimi, traspare l’uomo. In questo caso, ovviamente, quando ci si approccia al carteggio di un uomo vissuto in un’epoca a un tempo vicina e lontana dalla nostra, bisogna tenere in considerazione due fattori. Il primo risiede nel fatto che molto spesso i termini utilizzati possono trarre in inganno, specie nell’analisi dei rapporti interpersonali. Il secondo aspetto riguarda, invece, l’autocensura: Winckelmann, come tutti, tende a occultare molti aspetti della sua vita e racconta quella che è la “sua” verità, ossia il suo punto di vista, che è sempre personale e idealizzato.

Qual era la sua personalità?
Come già accennato, il suo immenso carteggio ci offre l’opportunità di conoscere sia lo studioso Winckelmann sia l’uomo Johann Joachim. In merito a quest’ultimo, balza subito all’occhio la sua permalosità. Non ammette critiche, se non quelle estremamente circostanziate e legittime, e non nasconde toni aspri e brutali quando lo trattano con sufficienza o rivangano aspetti del suo passato con intenti denigratori. Ma crede fortemente nel valore dell’amicizia, che in alcuni casi eleva a uno status “eroico” sulla scorta del modello greco. Proprio ai suoi più cari amici confida anche le sue insicurezze, i suoi timori, le sue preoccupazioni sull’avvenire. È qui che emerge maggiormente la sua umanità. In alcune lettere mostra irrequietezza, in altre compassione. Il suo umore è altalenante: passa dalla tristezza nostalgica e melanconica alla felicità più autentica. È schietto e intransigente, ma il bene supremo rimane per lui la libertà, che è sempre intesa come il motore che favorisce il fiorire delle arti, delle scienze e del suo lavoro di studioso.

Come si articolò la sua luminosa carriera?
Winckelmann è un chiaro esempio di quanto istruzione, forza di volontà ed esperienze di vita siano di fondamentale importanza per la formazione di un individuo. Nacque a Stendal, nell’allora Prussia, in una famiglia molto povera. Suo padre era un calzolaio di umili origini, mentre sua madre badava alle faccende domestiche. Il suo destino sembrava segnato, non disponendo di risorse per poter ambire agli studi superiori. Ma grazie al proprio talento e all’impegno costante, riuscì a emergere fin dalla giovinezza e a procurarsi un lasciapassare per l’immortalità. Appassionato di letteratura e mitologia greca, studiò prima teologia all’Università di Halle, al tempo cuore pulsante dell’Illuminismo tedesco, poi medicina a quella di Jena, che in seguito sarebbe divenuta la culla del Romanticismo. Intanto, frequentava biblioteche e collezioni d’arte, le sue vere passioni. Dopo gli studi, cominciò a lavorare come insegnante (pedagogo, si diceva all’epoca), per poi ottenere l’incarico di bibliotecario nella tenuta di un conte, amante delle belle lettere e della storia. Entrò quindi nel circolo dei protetti della corte di Dresda, una città al culmine del suo sviluppo e poco distante dalla biblioteca dove lavorava. Qui compose il suo esordio letterario, i Pensieri sull’imitazione dell’arte greca. Infine, arrivò a Roma, dove scrisse i suoi capolavori divenendo in breve tempo uno dei più influenti intellettuali del Settecento. A una lettura superficiale, questi potrebbero sembrare passaggi senza senso, slegati tra loro, ma ogni singolo evento della sua vita contribuì enormemente sul suo pensiero e su ciò che avrebbe prodotto dopo.

Quali incontri segnarono maggiormente la sua vita?
Occorre qui operare una distinzione, fra incontri letterari e incontri personali. Entrambi hanno avuto la stessa importanza per il percorso umano e professionale di Winckelmann. Da sottolineare è innanzitutto l’incontro con i classici. Senza Omero, Platone, Strabone, Pausania e Plinio il Vecchio, per citarne solo alcuni, non ci sarebbe stata nessuna svolta nella sua vita. Poi ovviamente c’è il confronto con i suoi contemporanei, dagli antiquari, soprattutto francesi e inglesi, ai neoplatonici settecenteschi. Se pensiamo però alla sua vita, al vissuto di Winckelmann, le personalità che contribuirono alla sua scalata furono molte: professori, mecenati, artisti, da tutti apprese qualcosa. Ponendo come filo conduttore quello della parabola biologica (a lui così tanto cara), che va dalla giovinezza alla maturità, furono essenzialmente tre i suoi principali benefattori. Senza di loro, probabilmente, avremmo assistito a un’altra storia. Uno di questi è Esaias Wilhem Tappert, rettore del liceo di Stendal, che fu il primo a credere in lui. Il secondo è il cardinale Alberico Archinto, nunzio apostolico a Dresda, che gli spianò la strada verso Roma, dove il suo genio giungerà a compimento. Il terzo, infine, è il cardinale Alessandro Albani, uno degli uomini più potenti dello Stato Pontificio e tra i maggiori collezionisti d’arte e antichità del Settecento.

A distanza di oltre tre secoli dalla sua nascita, qual è l’eredità di Johann Joachim Winckelmann?
Goethe una volta scrisse: «leggendo Winckelmann non impariamo nulla, ma diventiamo qualcosa». Già allora si riteneva che le teorie di Winckelmann sarebbero state superate, ma, al tempo stesso, le ricadute del suo pensiero sarebbero durate a lungo. Le sue opere ce lo dimostrano, in quanto parte integrante della modernità, ed è possibile citare almeno quattro esempi che risentono del suo lascito. Il primo, quello più evidente, è il Neoclassicismo di pittori come Mengs e David o scultori come Canova e Thorvaldsen, che elaborarono il loro stile artistico imbevuti delle idee di Winckelmann. Il secondo è di natura metodologica: Winckelmann sarà il primo a legare assieme scienza e poesia, dando vita a ciò che noi oggi intendiamo per “storia dell’arte”. Il terzo risiede nell’immagine di una Grecia classica che varcherà i confini del reale situandosi a metà fra il mito e la storia. L’ultimo lascito deriva, infine, dalle sue parole: «nobile semplicità e quieta grandezza»; parole che influenzano tuttora il nostro modo di intendere l’arte quale strumento educativo indispensabile e ci offrono l’opportunità di ricavarne una bellezza che, come dirà Dostoevskij un secolo dopo di lui, può davvero salvare il mondo.

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