“Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo” di Paolo Perulli

Prof. Paolo Perulli, Lei è autore del libro Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo edito dal Mulino: cosa rappresenta, dal punto di vista simbolico, la data del 2050?
Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo, Paolo PerulliIl 2050 è l’orizzonte, per molte agenzie internazionali, entro il quale si “verificherà” il futuro del mondo. Se il cambiamento climatico non sarà stato interrotto almeno rispettando gli accordi di Parigi, ma con l’obiettivo di contenere l’aumento del riscaldamento a +1,5 gradi, l’intero pianeta sarà investito da sconvolgimenti irreversibili. In realtà già il 2030, fissato dall’ONU per il raggiungimento dei 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile, è un turning point senza ritorno. La retorica delle organizzazioni internazionali però cela le enormi asimmetrie e differenze, gli squilibri che renderanno questi obiettivi praticamente impossibili da raggiungere. Infatti saranno necessari ben altri cambiamenti, in primis un diverso assetto delle relazioni tra Nord e Sud del mondo. Oggi le emissioni di CO2, per fare un esempio, sono pari a 16.1 tonnellate pro-capite negli Stati Uniti, 8 in Cina, 5.8 in Italia, 0.7 in Ghana. L’ingiustizia ambientale globale avanza, essa va interrotta prima che sia troppo tardi. Essa è correlata all’ingiustizia sociale, perchè mentre la povertà assoluta (peraltro calcolata sulla base della disponibilità di 1.9 dollari procapite al giorno, non certo sulla base della fornitura di igiene, istruzione, strade, energia elettrica, abitazioni decenti) in Cina è diminuita negli ultimi decenni passando da 976 a 24 milioni di poveri, nell’Africa sub-Sahariana essa è raddoppiata da 283 milioni a 433 milioni. Quindi la globalizzazione non ha affatto portato benessere a tutti, come suona la retorica neoliberale e anche il pensiero progressista. Occorre invertire questi processi attraverso una vera e propria “marcia indietro” delle diseguaglianze globali. Innescando catene regionali del valore anziché catene globali che penalizzano i paesi emergenti. Costruendo grandi stati continente e mercati interni continentali, con scambi ai confini con gli altri stati continente (Europa, Africa, Asia, Americhe). Nelle parole di Branko Milanovic, il principale studioso delle diseguaglianze globali, i guadagni della globalizzazione non saranno equamente distribuiti. I prossimi tre decenni dovranno invertire la tendenza all’allargamento delle diseguaglianze economiche, sociali e ambientali innescate nei trent’anni precedenti, pena una vera e propria causazione circolare e cumulativa di crisi sempre più gravi che si sono annunciate già nel 2000, 2007-8, 2020 a scala globale.

Quali responsabilità ha l’attuale classe dirigente?
Le classi dirigenti attuali, che comprendono la classe politica come Mosca la definiva e le élite economiche intrecciate in modo nuovo e indistinguibile, sono le dirette responsabili di questa enorme aggravamento dello stato del pianeta. Sarebbe meglio dire che esse sono state largamente ‘irresponsabili’, cioè non hanno saputo riflettere l’insieme dei cittadini nella presa di decisioni vincolanti per tutti. Questo vale per le élite nazionali e per quelle internazionali, anzi per queste seconde l’irresponsabilità è perfino maggiore a causa del diretto predominio da esse accordato ai mercati finanziari globali, alle banche internazionali, alle imprese multinazionali globali che hanno messo gli Stati in condizioni di subordinazione. Come ho sostenuto in un precedente libro, Il debito sovrano (La Nave di Teseo 2020), sono oggi i mercati e non gli Stati a detenere la sovranità, un tema profondo da ridiscutere (lo ha fatto meglio di tutti Carlo Galli in un testo sulla Sovranità).

A partire dalla crisi del 2007-8 si è creata una nuova costituzione non scritta, che ha sottratto molte decisioni ai circuiti democratico-rappresentativi e creato una sorta di permanente stato di eccezione, per usare i termini di Carl Schmitt. Chi decide nello stato di emergenza permanente è quindi oggi un’élite screditata, una classe dirigente opaca e priva di circolazione, incapace di fornire regole alla convivenza regionale e planetaria. Questa élite coltiva il proprio privilegio senza mettersi mai in discussione. Agisce per miopia motivazionale, che spinge a calcoli decisionali a breve termine dal momento che, è facile sostenere, nessuna razionalità globale è in vista. Il risultato è l’insicurezza crescente per tutti gli strati sociali protagonisti della società globale: per quelli negativamente privilegiati, che definisco la neoplebe, un aggregato sociale privo di riferimenti valoriali e di risorse materiali; e per quelli dotati di credenziali e di conoscenza che definisco la classe creativa, che pure è la vera creatrice di valore ma è stata svuotata del ruolo decisivo che il lavoro intellettuale ha svolto in passato, per tutto il XX secolo.

Quali modi per imporre una circolazione delle élite, per usare ancora il linguaggio delle scienze politiche classiche? Occorrerebbe smontare e rimontare l’intero circuito rappresentativo-deliberativo: orientarlo a una svolta verso un nuovo rapporto con le drammatiche urgenze della globalità della Terra e della Natura. Ma il pensiero liberale classico-cui dobbiamo l’assetto liberaldemocratico attuale- non è in grado si farlo: per esso la Natura è solo una risorsa come le altre da sfruttare. L’intera classe dirigente globale, occidentale e orientale, neoliberista e statalista, appare chiusa entro il medesimo circuito tecno-finanziario di dominio sulla Natura.

Nel libro Lei descrive la società contemporanea come l’articolazione di una neoplebe planetaria contrapposta a una classe creativa dotata di sapere ma priva di potere: quali dinamiche caratterizzano tale scenario?
La neoplebe è la maggioranza della popolazione: in Italia sommando i vari sub-strati di lavoro indipendente e dipendente che confluiscono in questo aggregato, che è peraltro, attenzione!, una galassia ma non una classe sociale, si arriva a sfiorare il 60%. Essa è in via di scivolamento, soprattutto negli strati un tempo di ceto medio e di lavoro autonomo, e nel grande aggregato del proletariato dei servizi: sono i proletaroidi di Weber e Geiger, che nella prima metà del Novecento avevano già intravisto le dinamiche iniziali che descrivo nel libro. La neoplebe perde posizioni e reagisce con la minaccia continua di “secessione” dal circuito democratico.

Occorrerebbe ‘educarla’, come in passato avveniva nella città antica, nelle dinamiche della città medievale, e nella città moderna: dando maggiore conoscenza e, quindi, potere a questi strati. Non facile nell’epoca attuale di crisi dei partiti, dei sindacati, delle associazioni di rappresentanza, e delle istituzioni locali, che sono state in passato le organizzazioni e le arene in cui questi strati sono stati appunto ‘educati’ e ricondotti al gioco democratico. Potrebbe farlo la classe creativa, questo ruolo educativo?

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La classe creativa è lo strato in cui si collocano l’innovatore (che risale al pensiero di Schumpeter), il professionista della conoscenza applicata (un’idea più recente che dobbiamo a Drucker), etc., ma da qui a diventare una classe che guida la società, il salto è grande. Come farlo, immaginando che la classe creativa sia in grado di divenire “classe generale”?

In primo luogo vi concorrono i fattori esogeni già ricordati sopra. La crisi climatica ambientale globale è il principale fattore, perché mette in evidenza che noi sapevamo (grazie alla scienza e alla tecnica) ma non abbiamo potuto evitare il processo di degradazione naturale in corso. Solo quindi autonomizzando la scienza e la tecnica, e dando ad esse il potere di affermare la propria riflessività pratica, si potranno scongiurare nel tempo che rimane, gli esiti catastrofici cui il l’economia sta spingendo il pianeta.

In secondo luogo operano fattori di tipo endogeno. Tecnologia, tolleranza, talento sono stati presentati da Florida i drivers funzionali della classe creativa, nel testo che ha dato origine a questa fortunata definizione. Ma, quale immagine hanno i creativi per Florida? Sono aperti, liberal, progressisti. Ma non hanno ancora acquisito una responsabilità che li ponga al centro della vita politica. Non si impegnano in azioni collettive. Mi sembra che sia esattamente la situazione attuale, come spiego ampiamente nel libro.

Quali caratteristiche potrebbe avere una futura società glocale intelligente?
Società glocale, va spiegato, è altra cosa rispetto all’attuale globalizzazione dominata da élite irresponsabili. È un sistema sociale aperto in cui gli attori locali e intermedi, i soggetti territoriali, i gruppi sociali hanno tutti un ruolo direttamente rilevante sui processi globali, unendo quindi locale e globale in modo virtuoso. Un esempio sono le università, che appartengono al locale e al globale: sono legati a contesti come la città, la regione, etc. ma appartengono nello stesso tempo a circuiti internazionali della conoscenza, a collegi invisibili globali in cui competono e collaborano tra di loro.

Se questo paradigma fosse applicato all’intera società, attraverso una riscoperta dei luoghi come sedi, ethos, per dire l’origine del termine etica, e insieme come anelli di catene più lunghe, regionali e continentali (l’Europa delle città è un altro esempio del mio ragionamento nel libro) allora la società glocale intelligente potrebbe finalmente rovesciare e sostituire l’attuale globalizzazione, che non è né etica né intelligente.

Quali principi potrebbero ispirare la società del domani?
Il mondo nuovo che presento nel libro, ispirandomi all’idea di Leibniz che immagina un dio umano che forgia il migliore dei mondi possibili, è ispirato a principi chiari: internalizzare quello che è stato esternalizzato, aumentando così le competenze e la produttività dei sistemi di impresa e di stato; localizzare quello che è stato globalizzato, accorciando le catene del valore e riportandole alla dimensione regionale e continentale; ridurre il rischio incalcolabile che sta funestando il nostro mondo attuale, attraverso la prevenzione dei rischi ambientali e il superamento della finanza globalizzata che porta a crisi ricorrenti; aprire i sistemi sociali che sono chiusi, come le burocrazie, le banche, le élite, etc. soprattutto alle donne e ai giovani che oggi ne sono penalizzati o esclusi; atterrare, trovando cioè il nostro modo di essere terrestri come un rapporto di rispetto verso la Natura e la Terra, che è altro da noi e per questo va rispettata e riconosciuta; infine rispendere, nel senso già detto sopra di responsabilità e spirito libero da parte delle classi creative, e di rappresentazione democratica da parte di élite politiche profondamente rinnovate.

Paolo Perulli è stato dal 2001 al 2020 professore ordinario di sociologia economica nell’Università del Piemonte Orientale, e docente nell’Accademia di Architettura di Mendrisio. È stato visiting scholar al MIT, visiting professor all’Université de Paris Sud, ha inoltre insegnato a Venezia-IUAV e nell’Università del Molise. È autore di Visioni di città (Einaudi 2009), Il dio Contratto (Einaudi 2012), Terra mobile (Einaudi 2014), The Urban Contract (Routledge 2017), Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo (La Nave di Teseo 2020), Nel 2050. Passaggio al nuovo mondo (Il Mulino 2021).

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