Negoziati politici. I partiti italiani tra strategia e argomentazione, Lino CodaraProf. Lino Codara, Lei è autore del libro Negoziati politici. I partiti italiani tra strategia e argomentazione edito da FrancoAngeli: su quali importanti momenti negoziali si concentra la Sua analisi?
La mia analisi si focalizza, nell’ambito della legislatura appena conclusa, su due importanti occasioni di confronto tra i partiti italiani. La prima riguarda la formazione del governo, all’indomani delle elezioni politiche del febbraio 2013 che, come è noto, sanciscono la nascita di un nuovo sistema tripolare. Tale occasione comprende il duplice negoziato condotto dal gruppo dirigente del Partito Democratico (Pd), da una parte col Movimento 5 Stelle (M5s) e, dall’altra (soprattutto dopo la netta chiusura di Grillo) con i partiti del centro-destra. Un doppio confronto dagli esiti deludenti; in entrambi i giochi negoziali in cui è impegnato, il Pd non riesce a modificare lo sfavorevole rapporto di forza che lo penalizza: entrambi gli interlocutori dispongono, infatti, di alternative migliori all’accordo proposto, ovvero il sostegno al governo di minoranza guidato da Bersani. Il Segretario dei Democratici, del resto, non riesce neppure ad adottare azioni argomentative efficaci, in grado cioè di convincere il M5s o il Popolo della libertà (Pdl) ad accettare la soluzione avanzata, utile forse al Paese, ma certamente sfavorevole ad entrambe queste forze politiche.

La nascita del nuovo esecutivo verrà dunque assicurata solo dall’energica iniziativa del Presidente della Repubblica in scadenza. Giorgio Napolitano, infatti, attraverso “l’irrituale” costituzione di due Commissioni di Saggi (e il conseguente congelamento del pre-incarico a Bersani), determina l’inversione delle scadenze in agenda: la soluzione della “questione Quirinale” viene anteposta a quella del governo. In questo modo il Capo dello Stato, abbandonando il suo ruolo di semplice mediatore, produce una trasformazione della struttura originale del negoziato; egli crea, infatti, un collegamento stretto tra le due poste in gioco (l’elezione dell’inquilino del Colle e la composizione della maggioranza di governo) ridefinendo, per questa via, anche i rapporti di forza esistenti (visto il gran numero di grandi elettori della coalizione Italia Bene Comune).

Come finirà quella vicenda è a tutti noto. La ripetuta bocciatura dei candidati Democratici -prima di Franco Marini, nome concordato tra Bersani e Berlusconi, e poi di Romano Prodi, figura proposta unilateralmente dal Segretario Pd- porterà entrambi gli schieramenti, per scongiurare il collasso del sistema politico italiano in un contesto economico-internazionale già deteriorato, alla riconferma del Presidente delle Repubblica uscente. Quegli eventi fanno altresì emergere le profonde divisioni interne alla Coalizione Italia Bene Comune e al suo maggior partito; rimaste a lungo celate, tali fratture contribuiscono a spiegare la debolezza del Segretario Democratico nei confronti dei suoi interlocutori. La situazione di profonda crisi in cui si dibattono i partiti (incapaci di assicurare un inquilino al Colle e, tantomeno, di garantire un governo al paese) finisce per incrementare ulteriormente il potere negoziale del Capo dello Stato. Sfruttando la nuova condizione, egli sarà in grado di imporre la sua soluzione (senza possibilità di rifiuto) alle parti contendenti, una prerogativa –questa- tipica del ruolo dell’arbitro negli ordinamenti che prevedono espressamente tale figura. Così si spiega la nascita del governo di larghe intese, guidato dal Premier Enrico Letta (ex Vice-Segretario Pd) e dal Vice-Presidente del Consiglio Angelino Alfano (Segretario del Pdl), non a caso da molti considerato, al di là della sua formale connotazione politica, un vero e proprio “governo del Presidente”.

La seconda occasione di confronto tra i partiti è, invece, rappresentata dall’avvio della stagione delle riforme, con la riscrittura della legge elettorale e di parte della Costituzione (superamento del bicameralismo perfetto, soppressione degli enti inutili, ridefinizione dei rapporti tra Stato e Regioni). Qui il novero dei protagonisti delle trattative si allarga, rispetto alla fase precedente, per effetto del ricambio del gruppo dirigente del Pd (la maggioranza del partito è ora saldamente nelle mani di un nuovo leader, Matteo Renzi) e della frattura interna al Popolo della Libertà che porta alla nascita del Nuovo Centro Destra (Ncd), guidato dall’ex-Segretario Pdl Angelino Alfano.

La spregiudicata strategia negoziale adottata dell’ex Sindaco di Firenze in questa nuova partita lo porterà ben presto in rotta di collisione col Premier del suo stesso partito. Renzi, infatti, intende gestire la partita delle riforme in prima persona, proponendo negoziati diretti ai Segretari di tutti gli altri partiti e privilegiando il dialogo con la rinata Forza Italia (Fi) di Silvio Berlusconi. Letta, al contrario, vorrebbe mantenere la regia di una questione così delicata a Palazzo Chigi e, soprattutto, raggiungere un accordo preventivo con i partiti della maggioranza di governo. La scelta di negoziare su tavoli paralleli consente, però, a Renzi di incrementare considerevolmente il suo potere negoziale nei confronti degli interlocutori. Il Segretario del Pd -che ha bisogno sia di Fi per garantirsi una solida maggioranza riformatrice in Senato, sia del Ncd per continuare a governare- riesce ad ottenere da entrambi il consenso al suo progetto di riforme (una legge elettorale decisamente maggioritaria e il superamento del bicameralismo perfetto senza elezione diretta dei senatori) facendo leva sulle rispettive debolezze (la ricerca disperata di una riabilitazione politica da parte di Berlusconi dopo la sua condanna penale -da una parte, l’estrema fragilità del nuovo partito di Alfano presente in Parlamento, ma senza alcun radicamento sul territorio, dall’altra), ammiccando peraltro, a più riprese, al terzo polo, quello Grillino.

Da questo punto di vista, il Patto del Nazareno è un capolavoro strategico; siglato da Renzi e Berlusconi, l’accordo riceve, infatti, anche la “benedizione” di Alfano, coinvolto dal Segretario Pd –in posizione più defilata- nella definizione dei contenuti dell’intesa (si veda, a tal proposito, l’abbandono del modello elettorale ultra-maggioritario “simil-spagnolo”, inizialmente preferito da Fi, a favore del sistema a doppio turno che caratterizza l’Italicum). L’accordo Pd-Fi, comunque, si dissolverà appena compiuto l’anno di vita, nel momento in cui il Cavaliere vede sfumare l’attesa ricompensa al decisivo sostegno offerto dal suo partito all’approvazione, in Senato, dell’Italicum 2.0 (una nuova versione della legge elettorale ancor più sfavorevole per Fi); invece della sospirata scelta congiunta del nuovo inquilino del Colle (dopo le dimissioni di Napolitano), Berlusconi assiste all’imposizione unilaterale di Sergio Mattarella da parte di Matteo Renzi. Forte della consistente quota di grandi elettori della coalizione Italia Bene Comune, l’ex Sindaco di Firenze riesce, attraverso quell’azione incondizionata, in un colpo solo, a ricompattare il centro-sinistra e, contemporaneamente, a disarticolare il nascente fronte di centro-destra. Alfano e i suoi ministri, infatti, messi di fronte alle inevitabili conseguenze di un voto contrario a colui che sarebbe diventato il nuovo inquilino del Colle –ovvero l’abbandono delle responsabilità di governo- preferiranno venir meno agli impegni precedentemente assunti, con Unione di Centro e Fi, di sostenere un candidato comune.

L’indubitabile successo ottenuto dal Segretario Pd, per come è maturato, proietta però ombre scure sull’iter futuro delle riforme. Anche se alle Camere il cammino della legge elettorale e di quella di aggiornamento costituzionale è ben avviato, con la rottura del Patto del Nazareno deputati e senatori azzurri vanno ora ad infoltire la già consistente schiera degli oppositori, incrementando il loro potere di interdizione. Ciò determina un riallineamento dei rapporti di forza interni al Pd, a tutto vantaggio della minoranza: il sostegno di quest’area (insieme, naturalmente, a quello del Ncd) diventa, infatti, determinante per raggiungere la maggioranza in Aula. Un contributo essenziale a ridimensionare tale potere viene, però, da un gruppo di parlamentari, staccatasi da Fi e confluiti nel gruppo di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie (Ala), pronti a sostenere in Aula le riforme di Renzi.

La sinistra interna del Pd, persa la “golden share” in Senato a favore dei Verdiniani di Ala, cerca allora di sfruttare a proprio vantaggio la nuova occasione di confronto costituita dal Referendum confermativo. Collegando questa nuova partita alla precedente, le minoranze cercano di approfittare della loro collocazione strategica di “cerniera” con ambienti esterni ma contigui al partito (quali la CGIL, l’associazionismo di sinistra, il mondo del volontariato) -il cui appoggio appare essenziale ai fini della vittoria referendaria- per spingere il gruppo dirigente del Pd a fare concessioni sull’Italicum (in particolare sulla questione delle liste bloccate). Il conseguente duro braccio di ferro che ne scaturirà, pur con qualche timida apertura del Segretario in prossimità del voto, concorrerà a determinare la sconfitta Renziana del 4 dicembre.

Nel Suo lavoro, Lei ha adottato un approccio non politologico, ma prettamente organizzativo: quello della negotiation theory. Quali modelli di analisi dei processi negoziali ha applicato?
Bisogna partire innanzitutto da un chiarimento terminologico: spesso contrattazione e negoziazione vengono considerati sinonimi e si applica anche ai negoziati politici, sindacali o internazionali i tipici modelli di analisi della contrattazione di impronta economica, fondamentalmente deterministici. Così facendo si disconosce la natura particolare delle interazioni negoziali, decisamente più complesse e imprevedibili. Negoziare è qualcosa di più che fissare congiuntamente i termini dello scambio di risorse e/o prestazioni tra soggetti, come nella compravendita. Significa, invece, definire gli impegni reciproci, ovvero le regole che stabilizzano nel tempo le forme della collaborazione, anche se di natura conflittuale, tra attori legati da un rapporto di interdipendenza stabile. Sono di tale natura le relazioni tra i partiti, quelle tra le organizzazioni di rappresentanza degli interessi funzionali, quelle tra gli Stati, ecc. Tutte queste realtà sono accomunate dal fatto che i negoziatori operano all’interno di sistemi normativi, come quello politico, delle relazioni industriali o internazionali, frutto della cristallizzazione nel tempo delle loro stesse norme di reciprocità. Tali sistemi normativi pongono vincoli e, contemporaneamente, offrono opportunità alle azioni negoziali delle parti. Detto in altri termini: le mosse di cui si avvalgono i negoziatori per spingere i relativi interlocutori ad accettare le proprie richieste nascono dall’utilizzo strategico e/o argomentativo di queste norme.

Mi spiego meglio: nel corso dei negoziati gli attori minacciano non solo e non tanto di interrompere la trattativa (come accade nella contrattazione tra un acquirente ed un venditore quando intendano fare pressione sull’altro), quanto di adottare un comportamento non conforme alle aspettative del partner, non assicurandogli i benefici previsti da una o più delle norme di reciprocità vigenti, qualora quest’ultimo non accetti di ridefinire aspetti specifici della loro relazione e le regole che la governano. Questo è ciò che accade, ad esempio, quando i lavoratori minacciano di scioperare (ovvero di interrompere le proprie prestazioni lavorative) se il datore non accetta di ridefinire i livelli retributivi, oppure quando uno Stato minaccia di applicare un embargo commerciale ad un altro Paese (cioè di sospendere gli scambi), qualora quest’ultimo non si impegni ad ottemperare alle richieste ricevute.

Le minacce sono tanto più efficaci quanto più rimettono in discussione regole di reciprocità che investono aspetti fondamentali del rapporto tra le parti, prefigurando costi sempre più consistenti per il partner; così facendo, però, si rischia di innescare un’escalation conflittuale che può condurre, attraverso la progressiva rottura di norme sempre più essenziali, alla fine del rapporto di collaborazione. Questo, ad esempio, è quanto accadeva ai tempi della prima rivoluzione industriale, con il sabotaggio dei macchinari ad opera dei “luddisti”. Ecco perché la minaccia, in un negoziato, è una mossa potenzialmente vincente, ma assai rischiosa e gravosa anche per chi la mette in atto. Analoga considerazione vale per le altre forme di azione strategica, cioè la promessa e la mossa incondizionata; il discorso diventerebbe, però, troppo lungo e dunque rimando al volume per il relativo approfondimento.

Parlare di un uso argomentativo delle norme di reciprocità significa, invece, che un attore si appella, per la soluzione del negoziato, a principi e valori condivisi che presiedono alla sua relazione col partner o, più in generale, al rapporto tra l’interlocutore ed altri attori del sistema. Argomentare significa, dunque, giustificare la soluzione che si intende proporre riconducendola all’applicazione di criteri di portata generale, potenzialmente “imparziali”, ancorché ciò produca una distribuzione asimmetrica dei vantaggi (si pensi, ad esempio, nell’assemblea degli Stati di una Confederazione, al richiamo, da parte del delegato di un piccolo Paese, al principio dell’eguale peso politico dei rappresentanti o, al contrario, l’appello, da parte di un delegato di un grande Paese, al principio della proporzionalità del peso politico dei rappresentanti in funzione della dimensione dello Stato; le diverse ricadute dell’applicazione del primo o del secondo principio, per i Paesi interessati, sono evidenti).

In sintesi, le mosse strategiche, agendo dal basso, rimettono in discussione le connessioni più specifiche e periferiche del reticolo normativo che lega tra loro gli attori, mentre le argomentazioni, agendo dall’alto, cercano di far leva sulle connessioni più generali e centrali di quel reticolo, al fine –entrambe- di ridefinire i termini della loro collaborazione, cioè di modificare proprio quelle regole che fissano gli impegni reciproci delle parti. Se è vero che difficilmente, in un negoziato, si può evitare di avvalersi delle mosse strategiche (azioni coercitive), è altrettanto vero che la soluzione non può prescindere dal ricorso alle argomentazioni: queste ultime, infatti, attenuano l’impatto potenzialmente destabilizzante di minacce e mosse incondizionate e facilitano il raggiungimento di un accordo più equo e stabile. Va ricordato, in tale prospettiva, che la soluzione di un negoziato (a differenza di una semplice compravendita) è sempre una soluzione “sociale”, che ridefinisce un ordine normativo accettabile per le parti, tale da ristabilire un sufficiente grado di certezza circa le reciproche prestazioni.

Quali evidenze ha tratto nella Sua indagine con riferimento all’equilibrio tra azioni strategiche e argomentative?
Dalle righe precedenti potrebbe sembrare che le mosse strategiche e quelle argomentative costituiscano due forme completamente alternative di azione: in realtà, il confine tra le due è meno netto di quanto possa apparire; nella negoziazione, infatti, entrambe subiscono un’inevitabile processo di “ibridazione”, tanto che si può parlare sia di un “uso strategico” delle argomentazioni (quando i principi evocati producono una distribuzione asimmetrica dei vantaggi), sia di un “uso comunicativo” delle mosse strategiche (quando minacce e promesse spingono ad adottare soluzioni cooperative). Se questo è vero, allora possiamo collocare le forme di interazione negoziale all’interno di un continuum i cui poli estremi sono rappresentati dalle situazioni “ideali” di pura coercizione e di pura persuasione. Le azioni negoziali, al di là dell’avvicinarsi all’uno o all’altro estremo, sono tutte percorse dall’identica insopprimibile tensione tra il perseguimento del proprio interesse di parte e la necessità di definire stabili regole di reciprocità che governino le relazioni tra gli attori. La possibilità di giungere a un soddisfacente accordo dipende, in larga misura, proprio dalla capacità delle parti di gestire questo delicato trade-off. Nelle vicende analizzate nel libro abbiamo riscontrato almeno un paio di occasioni in cui tale equilibrio pare essere andato smarrito, sia nel caso di ricorso ad azioni strategiche che di utilizzo di quelle argomentative. Mi riferisco, da una parte, al momento in cui Renzi decide di imporre, unilateralmente, il candidato per il Colle, convinto che a Berlusconi, alla fine convenga cedere. La mossa incondizionata del Segretario Pd -che nasce dalla volontà di siglare una tregua con la minoranza interna e di bloccare il tentativo del centro-destra di creare un asse con D’Alema per portare Giuliano Amato al Quirinale- viene invece considerata dal Cavaliere una vera e propria sconfessione dello spirito, se non dei contenuti, del Patto del Nazareno. L’imposizione unilaterale, al di là del nome del candidato proposto, viene infatti ritenuta dal Presidente di Fi una violazione di regole di reciprocità essenziali (che provoca un’inaccettabile umiliazione politica e personale), tale da impedire il proseguimento del rapporto. Da qui la rottura del Patto. Una più attenta valutazione delle modalità prescelte per insediare Sergio Mattarella al Quirinale avrebbe forse evitato un esito così traumatico del rapporto con Fi. Anche nei confronti più aspri, infatti, il ricorso alle mosse strategiche non può giungere a violare le norme di reciprocità di carattere più generale che consentono il ristabilimento delle relazioni di lungo periodo tra gli attori, e che costituiscono le regole del gioco negoziale.

D’altro canto, anche il ricorso alle azioni che rientrano nella forma dell’ “argomentazione” deve rispettare alcune condizioni fondamentali: il tentativo di legittimare le proprie soluzioni deve poggiare, infatti, su principi condivisibili dal partner e riconducibili alle regole di reciprocità vigenti tra loro o, comunque, tra gli attori del sistema. Questo aspetto è ben esemplificato dall’insuccesso del tentativo di Bersani di convincere il M5s a consentire la nascita del suo governo di minoranza; il richiamo al principio della responsabilità verso gli elettori e verso il Paese rivolto dal Segretario Pd ai Penta-stellati (e immortalato nel famoso streaming del confronto tra il leader Democratico e il duo Lombardi/Crimi) non ha funzionato perché il M5s, allora, era una forza appena entrata a far parte a pieno titolo del sistema politico italiano e, in quanto tale, ancora poco “sensibile” ai principi e alle “regole del gioco” proprie di quel sistema. Questo non significa che non ci fossero chance per trovare un accordo, ma che per modificare le preferenze del M5s occorreva forse puntare su mosse strategiche più efficaci (minacce più credibili e, soprattutto, promesse più appetibili) e/o rivolgersi direttamente alla parte di elettori e neo-eletti del M5s più sensibili al genere di appelli evocati, ovvero a quelli provenienti dalle fila del centro-sinistra.

L’indicazione forse più rilevante che si può trarre dall’analisi condotta riguarda la necessità, per i partiti ed i loro gruppi dirigenti, di prendere coscienza delle implicazioni delle loro interazioni: negoziare –differentemente dal contrattare- significa usare strategicamente e argomentativamente le regole di reciprocità che governano le relazioni tra i partner, al fine di ridefinire nuove norme, non solo più favorevoli, ma anche più stabili e socialmente più efficaci. In altri termini, negoziare significa perseguire accordi soddisfacenti per le varie componenti interne dei partiti e per le relative constituency (così da assicurare la stabilità dell’intesa), ma soprattutto definire regole del gioco che rafforzino la cooperazione tra le parti e favoriscano un miglior funzionamento del sistema in cui gli attori operano.