Prof. Mario Longo, Lei è autore del libro Nazione e nazionalismo. La parabola di un’idea tra Kant, Herder e Fitche edito da Aracne: quali mutamenti subisce l’idea di nazione tra illuminismo e romanticismo?
Nazione e nazionalismo. La parabola di un’idea tra Kant, Herder e Fitche, Mario LongoL’idea di nazione, come per lo più oggi viene intesa, quale coscienza dell’appartenenza ad una comunità umana coesa e fornita di doveri e di diritti reciprocamente riconosciuti, si forma nel corso del secolo diciottesimo, tra illuminismo e romanticismo, come è sottolineato nella prima parte del volume. Si è cercato in questo contesto di evidenziare i caratteri assunti allora dall’idea di nazionalità, utilizzando e mettendo a raffronto le riflessioni di Kant e di Herder, due filosofi che, pur esprimendo un diverso orientamento ideologico-culturale e pur tra molte polemiche e reciproche accuse, manifestarono interessanti punti di contatto e di possibili integrazioni proprio in relazione all’idea di nazione. Essi, in effetti, fornirono il binomio concettuale che caratterizzò l’dea del principio di nazionalità nello scorcio tra Settecento e Ottocento in Germania: da un lato la comune appartenenza degli uomini al medesimo genere degli esseri razionali, i quali costituiscono pertanto una sola famiglia, dall’altro lato la coscienza di una diversità radicale tra i popoli dipendente da una originaria diversità linguistica e culturale, oltre che politica e religiosa.

Kant privilegia e difende il punto di vista cosmopolitico, ma lo sottopone a ben precisi vincoli e limiti; in particolare, dopo l’evento storico della rivoluzione francese che ha concretamente mostrato la vitalità e la forza del principio nazionale facendo della Francia una repubblica (res publica), egli ricorre alla saggezza della natura che ha dotato i popoli di una loro lingua e di una loro religione per inibire la naturale tendenza degli stati a diventare sempre più grandi e potenti fino ad assumere la dimensione di una monarchia universale. Il cosmopolitismo kantiano trova, in tal modo, nell’idea di nazione (e del nazionalismo) insieme il suo limite e la condizione della sua concreta realizzazione, nel senso di facilitare e di promuovere una libera federazione fra gli stati, a garanzia del reciproco riconoscimento e del rispetto della loro autonomia, e come condizione per la pace perpetua.

Nella relazione tra i due punti di vista, quello dell’individualità dei popoli e quello della storia universale, l’elemento più debole appariva, invece, a Herder la comunità umana più ristretta, quella rappresentata dai popoli, ciascuno con la propria patria, la propria lingua, le proprie tradizioni, che egli vuole rispettate e riconosciute per quello che sono in sé, nella loro peculiare identità. L’idea herderiana di nazionalità non costituisce, tuttavia, il completo rovesciamento dell’ideale illuministico, in quanto, pur riferendosi all’individuale da difendere nella sua originalità, viene discussa sempre in connessione col punto di vista cosmopolitico, perché soltanto inserita nella totalità della storia umana la vita dei popoli acquista il suo significato, che è di rendere via via più concreta e ricca l’idea di umanità.

Come si giunge al nazionalismo?
Anzitutto è opportuno definire il concetto di nazionalismo. Noi lo intendiamo come una esasperazione del patriottismo, che va oltre la dichiarata ed appassionata partecipazione alla comunità di appartenenza, ma ne rivendica una identità etnico culturale, ed anche talvolta razziale-biologica, ben definita nei suoi limiti, esclusiva ed aggressiva verso l’esterno. Alla base del sorgere di un sentimento di questo tipo possono operare molteplici fattori di ordine storico, politico e ideologico. Non è un caso che il nazionalismo diventi all’inizio dell’Ottocento un fenomeno comune a molti paesi europei -e diffuso anche a livello popolare- come reazione all’espansionismo politico-militare della Francia napoleonica, che nell’arco di pochi anni finisce col conquistare e controllare l’intero continente. La reazione degli intellettuali, anche di quelli che si erano inizialmente schierati a favore della Francia e degli ideali della Rivoluzione, è il sintomo di un profondo cambiamento nell’opinione pubblica che esprime sentimenti sempre più diffusi di ostilità e di rifiuto verso la prepotenza dello straniero. Emblematico è il caso di Fichte, autore nel 1793 di un infuocato saggio in difesa della Rivoluzione francese e nel 1807/08, dopo la disfatta prussiana a Jena, dei Discorsi alla nazione tedesca, destinati ben presto a diventare il programma, anzi una sorta di vangelo, cui ispirarsi nella rivolta antifrancese dei Tedeschi che portò infine alla battaglia di Lipsia nell’ottobre del 1813.

Lasciando sullo sfondo queste motivazioni, in qualche modo oggettive, e seguendo l’itinerario percorso da Fichte, è possibile mostrare un certo parallelismo tra questo passaggio verso forme sempre più estreme di nazionalismo e l’evoluzione del pensiero filosofico in Germania che si muove in una direzione che è sicuramente quella dell’idealismo trascendentale di Kant, ma ben presto andando oltre Kant al fine di dare all’idealismo un fondamento unitario e incontrovertibile. Il contributo “speculativo” per questo tipo di evoluzione è fornito da Fichte, il quale attribuisce al soggetto (all’io) il grado massimo di libertà, nel suo sforzo di agire e conoscere. Si riconosce in tal modo un primato assoluto al soggetto, al quale viene affidata la missione di rendere razionale (libera, spirituale) l’intera realtà, a partire da quella umana. Chi è investito di un tale compito è il filosofo idealista, il quale crede nella libertà ed è effettivamente libero; chi invece non è libero, non può credere nella libertà ed è destinato a rimanere dogmatico ed empirista (o realista). Idealismo e realismo corrispondono a due diversi livelli di umanità, che nei Discorsi alla nazione tedesca sono ricondotti da Fichte ad una distinzione di natura tra i popoli, tra l’unico popolo vero, capace di essere libero, che è il popolo tedesco, e tutti gli altri popoli (a partire dai Francesi) incapaci di giungere sulla base delle proprie forze al livello della vita libera e spirituale. Viene in tal modo a cadere o a divenire molto problematica la distinzione tra cosmopolitismo e nazionalità che abbiamo visto caratterizzare sia la riflessione kantiana sia quella herderiana relativa alla definizione del principio di nazionalità. Esiste un solo popolo, ed è dal punto di vista di Fchte, quello tedesco, l’unico in grado di farsi guida e maestro dell’intera umanità, portandola a realizzare i suoi fini. È qui contenuta in nuce la teoria hegeliana del Weltgeist, dello spirito universale, che di volta in volta si realizza ed opera incarnandosi in uno specifico Volksgeist, nello spirito di un popolo, destinando questo ad una missione universalizzatrice e condannando tutti gli altri alla marginalità e alla subordinazione. Sia per Fichte sia per Hegel questa è la missione del popolo tedesco; con motivazioni e argomentazioni del tutto analoghe, è stato possibile – ed è ancora possibile- attribuire indifferentemente ad un popolo un primato e un ruolo di egemonia sugli altri.

Qual è il ruolo di Fichte nell’elaborazione dei miti nazionalistici?
I nazionalisti amano richiamare a loro sostegno la storia, soprattutto la storia antica in cui collocano l’origine della loro nazione. La nazione è, in effetti, come è stato più volte ricordato, una creazione moderna, ma viene “creata antica” in quanto cerca e trova la sua radice in un passato lontano, in gran parte addomesticato e talvolta del tutto inventato. Su questa linea si muove lo stesso Fichte, il quale accredita tutta un serie di miti relativi all’origine della nazione tedesca, a partire dalla storica vittoria ottenuta dagli antichi Germani guidati da Arminio contro i Romani nella Selva di Teutoburgo narrata da Tacito. Inoltre, dai testi tacitiani egli attinge tutta una serie di giudizi positivi sulla  natura del popolo tedesco, riconducendoli ad una idea-base destinata a segnare in profondità lo sviluppo del nazionalismo, e non solo di quello tedesco, nei due secoli seguenti: il convincimento che la lingua tedesca sia rimasta incontaminata nel corso dei secoli e si sia evoluta sempre in sintonia con l’esperienza vitale del popolo germanico- tedesco che avrebbe saputo conservarla e riconoscerla sempre come propria lingua materna. La fonte di un tale mito è indubbiamente ancora Tacito, il quale aveva avanzato, all’inizio del De Germania, l’ipotesi che i Germani fossero un’etnia pura dal punto di vista genetico per la prassi da loro seguita di non contrarre matrimoni con popolazioni estranee.  Da questa premessa Fichte non ricava conclusioni relative a purezze o primati di ordine biologico o razziale ma l’idea che si sia conservata pura la lingua parlata dai Tedeschi, fondando su di essa la differenza fondamentale rispetto a tutti gli altri popoli e segnando così “una frontiera interna”, come è stato efficacemente detto, che separa i Tedeschi come popolo vivo, vero e originale, dagli altri a nessuno dei quali può essere attribuito la definizione di popolo. Il primato culturale e storico dei Tedeschi è poi provato con una serie di tesi ed enunciati del tutto faziosi, retorici e strumentali che lasciano interdetti i lettori: sarebbero primi in tutti i campi della cultura, dalla letteratura alla scienza e alla tecnica, oltre che nell’arte politica e, ovviamente, nella filosofia, essendo gli unici a poter diventare filosofi idealisti.

Questo del tedesco come lingua pura, viva ed originale, è il “contributo” più rilevante che Fichte consegna al nazionalismo ottocentesco e novecentesco. Ma va sottolineato un altro passaggio importante verso forme sempre più esclusive e totalizzanti di nazionalismo, ed è la declinazione in senso religioso-teologico-escatologico dell’idea di nazione. Il tedesco è il solo e reale popolo della terra, l’autentica incarnazione di Dio nel mondo. Tutto ciò che è diverso dai Tedeschi, lo straniero, è altro da Dio, è qualcosa di contingente, di fittizio, insomma di non reale. La nazione è, in fondo, il dio visibile, “incarnazione” del divino nel mondo. Incarnazione, fede, speranza, eternità: espressioni e termini teologici che mistificano una realtà, quella della nazione, ponendola al di sopra di ogni controllo o dominio da parte dell’uomo; e questo appello all’amore di patria come dovere assoluto da anteporre alla stessa vita può essere usato, e lo è stato e lo è ancora, per alimentare e in qualche modo santificare ogni fanatismo di tipo etnico e nazionalistico.

Mario Longo è professore ordinario di Storia della filosofia presso l’Università degli Studi di Verona

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