Nati per raccontare. Dalla narrazione creativa alla biblioterapia, Dario Amadei, Elena SbaragliaDott.ri Dario Amadei ed Elena Sbaraglia, Voi siete autori del libro Nati per raccontare. Dalla narrazione creativa alla biblioterapia edito da Castelvecchi. Nel prologo al libro scrivete: «Quando tutto sembrerà impazzire e si perderà il senso dell’orientamento interiore, desidereremo solo fermarci a sfogliare un buon libro o a scrivere i nostri pensieri, perché così potremo riacquistare il valore del tempo e la dimensione del nostro esistere». Sembrerebbe esser stato scritto proprio per questi giorni…
Dario Amadei: Rileggendole, in effetti, le nostre sembrano parole profetiche che prescrivono la cura dell’anima ai tempi tristi e grigi del Coronavirus. In realtà descrivono semplicemente quello che secondo noi è l’immenso potere delle storie che in ogni situazione, soprattutto nei momenti di grande difficoltà come quello che stiamo vivendo, possono diventare una stanza segreta, un luogo sicuro dove andarsi a rifugiare quando la realtà diventa insopportabile. Noi ci crediamo molto in questo, perché lo abbiamo sperimentato, nella nostra attività decennale, durante gli incontri e i laboratori di Biblioterapia, Bibliolettura interattiva e Narrazione creativa. Le persone hanno un grande bisogno di raccontare, di raccontarsi e di ascoltare le storie degli altri, attivando un flusso di idee ed emozioni: questo spesso è molto difficile nel mondo moderno e il nostro scopo è proprio quello di creare le occasioni giuste per farlo.

Elena Sbaraglia: È vero, potrebbe sembrare scritto proprio per questo momento storico che stiamo vivendo ed invece il significato di queste parole va ricercato lungo tutto il percorso di collaborazione professionale tra Dario e me, perché entrambi siamo sempre stati consapevoli del fatto che un libro può insegnare i tempi giusti di un vivere sano che ogni persona dovrebbe imparare. Prendersi del tempo per se stessi in questa vita frenetica, per molti è un’utopia e alcuni provano addirittura un senso di colpa se si mettono in stand by e prendono in mano un libro per rilassarsi. Invece ce l’hanno detto Ray Bradbury in Fahrenheit 451, Laurence Cossé in La libreria del buon romanzo e anche Carlos Ruiz Zafon ne L’ombra del vento, solo per citarne alcuni: le storie saranno la nostra salvezza.

Ha senso scrivere un libro di narrazione creativa e bibliolettura interattiva in un’epoca come la nostra, fatta di iPad, iPhone e biblioteche digitali?
Dario Amadei: Scrivere un libro del genere è sicuramente molto importante, perché c’è necessità di fare grande chiarezza e bisogna imparare a distinguere ciò che è bene da ciò che è male in un’epoca come la nostra, caratterizzata da grandi cambiamenti e tanta confusione. La gente spesso è smarrita, disorientata e si corre il rischio di demonizzare situazioni che per essere comprese andrebbero viste con occhi diversi. Noi siamo fatti di storie che non dobbiamo trattenere, perché ci fa male e dobbiamo scambiarle con le storie degli altri. I libri ovviamente sono da secoli uno strumento di fondamentale importanza per diffondere le storie ed alcune di queste sono giunte sino a noi da secoli remotissimi, viaggiando nelle pagine di autori che altrimenti sarebbero stati dimenticati, con grave danno per l’umanità. Non dobbiamo però trascurare il ruolo che nella nostra epoca possono avere la tecnologia ed internet nella diffusione delle storie, purché quella digitale non diventi, come nel caso della magia, una Tecnologia Nera che ruba l’anima di noi poveri mortali, invece di nutrirla. Ecco è da questo che dobbiamo imparare a difenderci e dobbiamo difendere soprattutto i ragazzi che sono quelli più a rischio.

Elena Sbaraglia: Assolutamente sì. Anche se l’epoca che stiamo vivendo è the age of disruption ed è quindi legata a cambiamenti repentini, immateriali e volatili, c’è una certezza, a mio avviso, che persiste nonostante il predominio tecnologico ed è l’arte della scrittura e della lettura. Non ci sentiremo mai sazi di apprendere tecniche di scrittura creativa perché fanno parte del nostro essere. Gli iPad, gli iPhone, o altri dispositivi, le biblioteche digitali sono e resteranno solo degli strumenti, non riusciranno a soppiantare del tutto il piacere di scrivere o di leggere un libro e la stessa Amazon, che è l’azienda per eccellenza più disruptive che esista, ha aperto a New York librerie fisiche proprio accanto ad alcuni punti vendita storici come Strand Bookstore, anche se il criterio di esposizione è quello dei punteggi elevati ricevuti dai lettori online.

Di quale importanza è per l’uomo la narrazione?
Dario Amadei: Narrare è per l’uomo un’esigenza primaria e lo ha sempre fatto sin dalla notte dei tempi. Le persone si riunivano la sera attorno a un fuoco, si raccontavano delle storie e la tradizione orale ha contribuito nei secoli a creare un immaginario collettivo in cui anche popoli lontanissimi per lingua, usi e costumi possono ritrovare dei punti di contatto importanti. Nella moderna società occidentale i ritmi sono frenetici, viviamo con la testa dentro a un frullatore, non abbiamo mai il tempo di fermarci a pensare e in una situazione del genere purtroppo le storie avvizziscono, rimanendo sul fondo delle circonvoluzioni cerebrali e questo può creare uno stato di profondo disagio. Ci tengo molto quindi a sottolineare che i nostri laboratori di narrazione creativa non servono a formare degli scrittori di best seller, ma hanno lo scopo di far capire che la narrazione di storie è uno strumento utile nella vita di tutti i giorni perché genera benessere.

Elena Sbaraglia: Vitale. Il pensiero narrativo è primordiale nell’uomo, è grazie alle parole che riesce a dare forma ai propri pensieri, ad accettare le proprie paure, o debolezze, a dare un nome ai propri sentimenti, alle proprie emozioni. Le storie hanno un valore universale e grazie a loro possiamo costruire e trasformare il mondo che ci circonda: non esisterebbe il confronto, non si acquisirebbero nuove conoscenze e non ci sarebbe l’immaginazione senza la narrazione. Jerome Bruner, psicologo e padre del pensiero narrativo, ci dice che fin dalla primissima infanzia, i bambini interagiscono attraverso la narrazione, si nota in loro una sorta di precocità narrativa o scenica fin quasi dalla nascita. La nostra esperienza immediata, quello che ci è successo ieri, o l’altro ieri, la esprimiamo sotto forma di racconto. Le storie rendono tutto più accettabile.

In che modo è possibile educare attraverso le storie?
Dario Amadei: La Bibliolettura interattiva e la Narrazione creativa sono degli strumenti educativi potenti, che utilizziamo con successo da anni nella scuola, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado. I nostri laboratori vengono sempre costruiti ad hoc, tenendo conto di quelle che sono le esigenze dei partecipanti, si sviluppano in parallelo ai programmi scolastici ed hanno il fine di educare alla lettura e alla scrittura, di approfondire degli argomenti già svolti con gli insegnanti o di esplorare nuovi orizzonti. Proponiamo laboratori di semplice Bibliolettura interattiva, di semplice Narrazione creativa e PerCorsi misti, in cui i due strumenti educativi si fondono e, partendo da storie raccontate con la Bibliolettura interattiva, si arriva a storie scritte con la Narrazione Creativa. Il prodotto finale è sempre molto importante, perché i ragazzi devono percepire che il loro lavoro li ha portati a centrare un obiettivo tangibile, che può essere un videoracconto, un ebook o un libro pubblicato da un editore. Noi in tutti casi abbiamo un ruolo di facilitatori ed insegniamo ai ragazzi a leggere le storie che già esistono dentro di loro.

Elena Sbaraglia: Per rispondere cito nuovamente Bruner che disse “se la narrazione deve diventare uno strumento della mente, in grado di creare significati, chiede del lavoro da parte nostra: leggerla, farla, analizzarla, capirne il mestiere, sentirne l’utilità, discuterla.” La capacità narrativa va coltivata, sviluppata e soprattutto non va data per scontata. Abituare fin da subito alle storie, ai miti, alle fiabe renderà i bambini adulti consapevoli delle proprie capacità discorsive, critiche e analitiche, perché abituati fin da piccoli a inventare, escogitare, negoziare storie che vanno bene per ogni occasione. Educare alle storie significa anche aprire la mente, far cadere stereotipi e pregiudizi: leggendo o ascoltando ci si accorge che esistono infinite possibilità, infiniti scenari, infinite caratteristiche e anche il mondo reale, in questo modo, diventa più accettabile.

In cosa consiste la tecnica di narrazione creativa Step by step?
Dario Amadei: Nel 2004 è stato pubblicato il mio primo libro che ho presentato nelle scuole e questa è stata un’esperienza di fondamentale importanza per me. Durante gli incontri, infatti, i bambini e i ragazzi mi ascoltavano con grande attenzione, però mi rendevo conto che avevano tanto da dire e che il racconto della mia storia stimolava in loro la voglia di raccontare delle storie. Così è nata in me l’idea di organizzare dei laboratori di narrazione creativa nelle scuole e non posso negare di essermi scontrato all’inizio con delle resistenze da parte di insegnanti che ritenevano i loro alunni troppo piccoli. Fortunatamente però ho incontrato un preside illuminato, il professor Alessandro Michelon che è stato subito entusiasta e mi ha permesso di attivare un laboratorio nella sua scuola primaria. La sperimentazione ha avuto un grande successo, la voce si è sparsa e nel corso degli anni ho raccolto tantissime storie lavorando con migliaia di ragazzi e bambini di tutte le età. Dopo l’incontro con la psicologa Elena Sbaraglia, con cui collaboro da più di dieci anni, ho codificato i principi della mia tecnica di Narrazione creativa per renderla facilmente utilizzabile da tutti e l’ho chiamata Step by step, passo dopo passo, perché raccontare una storia è come scendere lungo una scala molto ripida, senza correre e senza saltare nessun gradino per evitare di farsi male. Ci sono delle rampe da percorrere in sequenza e sarà il conduttore a guidare il narratore nella discesa verso il finale, indicandogli di volta in volta dove mettere i piedi. Voglio sottolineare che la tecnica Step by step, nata nelle scuole, è stata poi da noi utilizzata in laboratori narrativi con adulti e nel tempo è diventato uno strumento di supporto alla Biblioterapia molto efficace.

Elena Sbaraglia: A questa domanda lascio ampio spazio di risposta a Dario, che ha ideato la tecnica narrativa Step by step e l’ha messa in pratica con tantissimi bambini e ragazzi prima di iniziare la collaborazione con me. Noi lavoriamo insieme da più di dieci anni e devo dire che all’inizio, quando ho cominciato a partecipare ai laboratori di Dario, mi sentivo un po’ spaesata e frastornata, perché non riuscivo a gestire il caos creativo che la tecnica genera nei racconti collettivi. Poi ho capito come pormi e da quel momento è stato solo puro arricchimento. Sulla tecnica Step by step posso dire che non è un contenitore preformato dove inserire, volta per volta, gli elementi di una storia, ma è un percorso che l’immaginazione intraprende per andare a scovare tutte le idee che albergano nella nostra mente e alla fine, proprio passo dopo passo, la storia prende forma e vive al di fuori di noi.

Quale potere ha la lettura?
Dario Amadei: La lettura ha un potere immenso ed una grandissima importanza soprattutto in un’epoca frenetica come la nostra. Le persone si muovono come delle schegge impazzite nel loro tempo che, spesso, purtroppo, sprecano in gran parte, perché volendo fare troppo finiscono per fare male tutto. In una situazione del genere, il libro diventa un porto sicuro dove ci si può rifugiare quando la realtà di tutti i giorni diventa insopportabile e dove ci si può fermare a riflettere per ritrovare se stessi. Nei libri si scoprono le risposte che si cercano e si può trovare conforto e comprensione nei momenti difficili. Qualche anno fa, nel 2008 ho dovuto affrontare una prova molto impegnativa per un grave problema di salute ed è stato proprio un libro, capitato nelle mie mani apparentemente per caso, che mi ha fatto intravedere la luce in fondo al tunnel. Il protagonista affrontava la sua la vita in maniera molto positiva ed io, pagina dopo pagina, ho cominciato a guardare avanti con i suoi occhi uscendo dallo stato di depressione che mi attanagliava. E così poi è stato per tante persone che hanno partecipato ai nostri incontri e si sono lasciate cullare dolcemente dall’immenso potere della lettura. Nei ragazzi e nei bambini poi la lettura è uno strumento di crescita importante che li accompagna guidandoli lungo la strada giusta da seguire.

Elena Sbaraglia: Il potere della lettura è infinito. La lettura è confortante, è salvifica, è una compagna, è un’evasione, è ribellione. Leggere apre la mente, migliora il linguaggio, arricchisce il proprio bagaglio culturale e lessicale. La lettura è un’oasi felice dove rigenerarsi, ma è anche un’agorà dove condividere quanto letto per un arricchimento comune. Matilde di Roald Dahl nutriva la sua giovane mente con le voci di tutti quegli autori che aveva letto fin da piccolissima e che le avevano inviato messaggi di conforto e di speranza per farla sentire meno sola e Beatrix ne L’ombra del vento di Zafon dice: “ignoravo il piacere che può dare la parola scritta, il piacere di penetrare nei segreti dell’anima, di abbandonarsi all’immaginazione, alla bellezza e al mistero dell’invenzione letteraria”, lei che fino a quel momento aveva vissuto la lettura come un obbligo. Il potere della lettura arriva anche ad essere un’alternativa, un’emancipazione per tanti che subiscono una mancanza di diritti, come le donne in alcuni luoghi del mondo e di esempi in questo senso in letteratura ce ne sono veramente tanti: quelli a cui sono più grata sono sicuramente Leggere Lolita a Teheran della Nafisi e Mio amato Frank di Nancy Horan, due libri molto distanti tra loro, ma con un valore liberatorio potentissimo.

Cosa rivelano le neuroscienze riguardo alla lettura?
Dario Amadei: I moderni studi neuroscientifici stanno aprendo dei nuovi orizzonti e sottolineano sempre di più l’importanza fondamentale della lettura. Bisogna tener presente che il nostro sistema nervoso centrale non ha una struttura rigida, sempre uguale a se stessa, ma plastica, in grado cioè di modificarsi se sottoposta agli stimoli giusti. In particolare la lettura, già in età precocissima, ha una valenza estremamente positiva nei processi di plasticità cerebrale e si ritiene importantissima per sviluppare quella che Goleman chiama intelligenza emotiva. I lettori hanno la possibilità di rispecchiarsi nel modo di essere dei personaggi dei libri e in questo processo si attivano dei neuroni che si definiscono proprio “specchio” e che rendono capaci di comprendere meglio se stessi e gli altri. Chi legge molto sviluppa una grande empatia che permette di relazionarsi nel modo migliore a livello sociale, cioè con la consapevolezza e il controllo delle proprie emozioni e il riconoscimento e la comprensione degli stati d’animo degli altri. Leggere molto e bene sin da piccoli permette quindi di acquisire delle competenze che purtroppo nei non lettori rimarranno inespresse per tutta la vita.

Elena Sbaraglia: Quando negli anni novanta si è finalmente aperta la strada alle neuroscienze in ambito educativo, si è potuto accertare qualcosa che è sempre avvenuto nella mente di chi legge: la lettura attiva meccanismi e sistemi neuronali, in particolare le aree cerebrali coinvolte con la gratificazione e il piacere, producendo sostanze benefiche per il nostro organismo. La lettura ha una funzione curativa, produce serenità, distende i muscoli, provoca momenti di sollievo, inoltre è un potente stimolo cerebrale, perché attiva quelle famose connessioni neurali, i neuroni specchio di cui ha parlato Dario, coinvolgendo vari processi cognitivi, affettivi ed estetici. Leggere insegna la lentezza, il riposo, che sono utili a contrastare gli esuberi energetici che la routine frenetica della nostra epoca scatena e soprattutto insegna l’empatia, essenziale per far parte di una comunità attiva e responsabile, come dovrebbe essere la nostra. Infine, se vogliamo sperimentare tutti e cinque i sensi insieme, apriamo un libro e respiriamo la storia che le parole ci raccontano, potrebbe essere un’esperienza unica e, per fortuna, ripetibile.

La voglia di leggere e di scrivere si può diffondere?
Dario Amadei: La voglia di leggere e quella di scrivere si possono sicuramente diffondere e sono senz’altro collegate tra loro. Ci vogliono semplicemente il libro giusto e l’occasione propizia, che per alcuni si presentano presto, per altri tardi, per altri ancora purtroppo mai. Io ho avuto la fortuna di essere contagiato nell’estate del 1966, a otto anni, tutto sommato abbastanza precocemente, in un’epoca in cui la letteratura per l’infanzia era in Italia piuttosto noiosa, tranne ovviamente rare eccezioni. Mi trovavo in vacanza al mare a Ostia, vicino Roma e per una serie di circostanze assolutamente casuali, mia madre ospitò la figlia di una sua amica. Era una dolcissima ragazza delle medie che, oltre alla sua simpatia, portò con sé un libro, Storia delle Storie del mondo di Laura Orvieto che fu per me una vera e propria rivelazione, direi quasi un’epifania. Mi ammalai gravemente di lettura, proprio io che consumavo solo qualche fumetto e da allora non feci altro che peggiorare, perché fortunatamente chi contrae il germe della lettura non guarisce più. Crescendo sono diventato un cacciatore di storie e adesso che sono grande, insieme ad Elena, vado in giro a diffondere nelle giovani menti la lettura e di conseguenza la scrittura perché, inevitabilmente, chi ama leggere comincia a desiderare di raccontare delle sue storie. E quando, come quest’anno, entro in contatto con circa cinquecento bambini e ragazzi, lasciatemelo dire, mi sento proprio felice.

Elena Sbaraglia: Assolutamente sì. E non lo dico solo da operatrice culturale che lavora con e per i libri. È un contagio che ho vissuto sulla mia pelle, crescendo in una famiglia di lettori accaniti che hanno sempre dato peso alle parole. Ricordo con tanto amore mio nonno che mi raccontava le storie prima di addormentarmi e ogni compleanno e Natale ricevevo in dono uno o più libri che leggevo poi voracemente. Li conservo ancora, non tutti, perché un anno decisi di donarne una parte ad una biblioteca per un concorso letterario e se ci penso non nego che mi piange un po’ il cuore, ma l’ho fatto molto volentieri. Mio padre, invece, ci ha sempre letto libri storici e ho un ricordo indelebile di un’estate in cui ci leggeva Le mie prigioni di Silvio Pellico. Uno dei tanti ricordi che ho sulla lettura con mia madre, invece, ricade sulle nostre giornate trascorse in biblioteca e in particolare sul libro Il nome della Rosa di Umberto Eco che leggemmo insieme quando ero ancora adolescente. Anche durante il periodo universitario, dove la lettura e la scrittura per puro piacere viene un po’ meno, ho avuto molti momenti di condivisione e diffusione letteraria, forse perché tra anime lettrici ci si riconosce. Anche la conoscenza e la collaborazione con Dario è nata grazie ad un’esperienza di scrittura collettiva condivisa che Dario aveva lanciato su Facebook nel lontano 2009, questo a dimostrazione del fatto che i social e i dispositivi tecnologici in genere, possono essere utili strumenti di diffusione per la lettura e la scrittura. In questi dieci anni di attività migliaia di libri e di racconti si sono liberati nell’aria scontrandosi tra loro e generando nuove storie tra tutte le persone che ci seguono e condividono la nostra visione.

Quando e come nasce la biblioterapia?
Dario Amadei: È stato William Menninger, uno psichiatra americano, a parlare per primo di biblioterapia alla fine degli anni trenta del secolo scorso e a codificarne i principi. Credeva fermamente nell’efficacia della sua metodologia e, insieme al fratello e collega Karl, ha dedicato la sua vita a darle una base scientifica, combattendo lo scetticismo dal quale all’inizio erano circondati i suoi studi, come sempre capita a chi propone qualcosa di estremamente innovativo. Nel tempo, le teorie di Menninger si sono diffuse, dapprima negli Stati Uniti, poi in Europa e sono approdate anche in Italia, forse un po’ in ritardo rispetto agli altri paesi. In Biblioterapia sotto la guida di un terapeuta-facilitatore, un lettore-paziente cerca nelle storie il male che lo affligge e nel momento in cui riesce a riconoscerlo può finalmente combatterlo. Ovviamente è di fondamentale importanza la fase di scambio, successiva alla lettura, tra il lettore e il facilitatore, che deve avere una profonda conoscenza della narrativa e le competenze necessarie a proporre il libro giusto al momento giusto. Negli ultimi tempi, l’interesse per la biblioterapia sta crescendo, ma non bisogna commettere l’errore di pensare che sia una disciplina in cui ci si possa improvvisare, perché il terapeuta deve essere veramente preparato ed esperto se si vogliono evitare problemi, anche seri, ai pazienti.

Elena Sbaraglia: A quello che ha detto Dario, aggiungo che un’esperienza veramente degna di nota sulla biblioterapia ce la fornisce la School of life di Londra, fondata nel 2008 dal filosofo Alain de Botton insieme a Sophie Howarth. È un’impresa che offre una serie di programmi e iniziative per vivere bene, tra cui appunto la biblioterapia. Chi ci lavora si definisce an “apothecary for the mind”, un farmacista per la mente, che inevitabilmente rimanda all’Ospedale dell’anima, l’iscrizione che Plotina aveva fatto apporre sulla soglia della biblioteca istituita a sua cura in pieno Foro Traiano, come leggiamo ne Le memorie di Adriano della Yourcenar. I libri curano e si prendono cura di noi, permettiamoglielo.

In cosa consiste la bibliolettura interattiva?
Dario Amadei: Nel 2010, ispirandoci alla biblioterapia, Elena Sbaraglia ed io abbiamo codificato i principi della bibliolettura interattiva. È una nuova disciplina che si basa sul desiderio che prova chi ha letto un libro, di condividere con gli altri le idee e le emozioni che la lettura gli ha suscitato. Nella nostra epoca, così frenetica, mancano le occasioni per uno scambio del genere ed è proprio la bibliolettura interattiva a crearle, fornendo tutti gli strumenti necessari. Elena ed io fondiamo dei Circoli di Bibliolettura interattiva e durante degli incontri periodici, dal titolo “Che libro sei, sei stato o vorresti essere?”, si crea tra i partecipanti un flusso di idee ed emozioni veramente benefico, che permette di conoscere meglio se stessi e gli altri e di esorcizzare, verbalizzandole, le difficoltà della vita di tutti i giorni. Ognuno porta un suo libro e ne parla e il conduttore ha solo il ruolo di favorire l’interazione che cresce in maniera benefica con il passare degli incontri. Proponiamo la Bibliolettura interattiva anche nelle scuole, dove diventa uno strumento utilissimo per contagiare la lettura. Quest’anno in una scuola primaria, i bambini di un laboratorio di narrazione creativa ci hanno chiesto se potevano condividere, con i bambini del laboratorio di bibliolettura interattiva, le storie che avevano scritto. Ed è stato molto bello per noi, perché ci siamo resi conto di aver seminato idee che stanno crescendo.

Elena Sbaraglia: Quando si legge un libro si ha anche l’esigenza di parlarne, di condividere le idee e le emozioni con gli altri. Ma questo non sempre è possibile, proprio per come è impostata la società che non crea momenti di interazione. Dario ed io ci siamo resi conto che effettivamente il libro, se usato correttamente, crea in un gruppo questo scambio di energia e può diventare uno strumento di comunicazione potentissimo. È così che nasce la bibliolettura interattiva, è così che nascono i gruppi di bibliolettura interattiva. Il libro è il mezzo per sviluppare l’intelligenza emotiva di ognuno di noi. Grazie alla letteratura, intesa come un’“isola del tesoro”, sarà possibile arricchirsi l’anima e scoprire nuovi e inesplorati orizzonti che fanno parte della nostra quotidianità, ma che tendono a rimanere invisibili. Il conduttore dell’incontro di bibliolettura interattiva, accompagnerà i partecipanti lungo una discussione guidata, che fa cadere ogni resistenza e sostiene i cambiamenti desiderati. Si instaura così un processo interattivo di educazione al benessere e al sano sviluppo della persona.

Quale importanza riveste l’interpretazione del testo nella bibliolettura interattiva?
Dario Amadei: L’interpretazione del testo è la chiave della bibliolettura interattiva e il libro diventa la sorgente da cui sgorgano come ruscelli di acqua fresca e pura gli argomenti che defluiranno tutti insieme verso il mare dell’interazione, superando gli ostacoli e i freni inibitori. Non bisogna mai dimenticare però, che uno dei principi fondamentali della bibliolettura interattiva è che nei libri non c’è mai quello che ci scrive l’autore, ma ciò che ci legge il lettore e questo rende molto personale l’interpretazione del testo e permette ad ognuno di distillare dalle parole le emozioni e le idee che durante l’interazione saranno condivise con gli altri. Spesso le persone arrivano agli incontri stressate da anni di scuola in cui sono state costrette a studiare e a ripetere le interpretazioni critiche dei testi, con grave limitazione della loro libertà di lettori. Molti arrivano inibiti, attanagliati dalla paura di sbagliare e rimangono in silenzio durante il primo incontro, ma poi capiscono che in bibliolettura interattiva si è sempre nel giusto e l’importante è scambiare con gli altri l’energia trasmessa dai libri. Con i bambini e i ragazzi e molto più facile far cadere le barriere inibitorie, loro hanno il cassetto della fantasia ben aperto e fanno diventare gli incontri di bibliolettura interattiva delle esperienze veramente indimenticabili.

Elena Sbaraglia: L’interpretazione del testo è la leva che apre all’interazione durante la bibliolettura. Quando si racconta un libro, non è importante la trama, ma quello che la lettura ha suscitato in noi, in positivo o in negativo ed è estremamente importante non cercare il consenso del gruppo, perché ci si aspetta una valutazione soggettiva che gli altri partecipanti ascoltano senza giudicare. Ogni persona quando legge si immedesima, avviene sempre un’interpretazione di quello che le proprie conoscenze, i propri vissuti riversano nella lettura, di conseguenza un libro letto da persone diverse aprirà sempre a interpretazioni diverse, la cosa importante è avere uno spazio ideale per condividere le diverse rappresentazioni, i diversi sentimenti che quel libro ha suscitato.

In che modo è possibile far appassionare bambini e giovani alla lettura?
Dario Amadei: È un argomento importante, una grande sfida che lanciamo ogni giorno da tanti anni e dobbiamo ammettere che stiamo ottenendo degli ottimi risultati. Per prima cosa bisogna tenere ben presente che, come abbiamo detto, la lettura è una passione che deve essere contagiata ed ovviamente chi vuole trasmetterla deve esserne affetto, altrimenti è destinato a fallire miseramente. Ad esempio cercare di avvicinare i giovani e i ragazzi alla lettura per fini esclusivamente commerciali, come purtroppo spesso accade, è un’impresa destinata a fallire in partenza, perché stiamo parlando di lettori molto esigenti e per conquistarli bisogna metterci l’anima. La passione però da sola non basta quando si lavora sui grandi numeri, ci vogliono degli strumenti efficaci e noi da molti anni utilizziamo con grande successo la Bibliolettura interattiva in tutte le sue molteplici forme, perché i progetti vanno costruiti sulle esigenze dei partecipanti dopo un’attenta osservazione. I nostri Incontri, Laboratori e PerCorsi di Bibliolettura interattiva hanno coinvolto negli anni migliaia di bambini e ragazzi, appassionandoli alla lettura e, grazie anche a degli insegnanti che abbiamo avuto la possibilità di formare, il nostro metodo si sta diffondendo con successo sempre di più.

Elena Sbaraglia: Attraverso l’esempio e la libera scelta. Quando i bambini sono piccoli è importante che l’adulto di riferimento (familiare o insegnante) inizi a far prendere dimestichezza con i libri e con le storie, attraverso l’oggetto e le narrazioni orali, creando proprio degli angoli in casa (quindi non solo nei nidi e nelle scuole dell’infanzia) dedicati alla lettura, in cui i bambini abbiano a portata di mano i libri per muoversi anche in autonomia. Quando iniziano ad essere più grandi, ma non intendo necessariamente di età quanto di consapevolezza, è importante accompagnarli in libreria o in biblioteca e lasciare che siano loro a scegliersi il libro, sempre con un occhio attento, ma senza prevalere sulla scelta. Nelle scuole, invece, auspichiamo che ci siano delle biblioteche di classe o di istituto dove far circolare libri, attenzione però che non siano letture solitarie, ma sempre condivise in momenti appositi dedicati alla bibliolettura interattiva. Inoltre, non trattiamo i bambini da esseri non pensanti, proponendogli storie tutte uguali tra loro perché l’importante è leggere: no, le storie anche per i bambini devono essere stimolanti. In un incontro di bibliolettura interattiva in una scuola media, un ragazzino di undici anni ci ha raccontato la sua lettura, Novecento di Alessandro Baricco. Non crediate che sia un alieno, è semplicemente un ragazzo che ha fatto amicizia con i libri fin da bambino. Riempiamo le case e le scuole di libri, ne usciremo tutti più consapevoli ed emotivamente intelligenti.

Dario Amadei è medico, divulgatore scientifico e autore di narrativa per ragazzi. Elena Sbaraglia è psicologa, operatrice culturale e scrittrice. Da oltre dieci anni, organizzano e promuovono eventi, PerCorsi e Incontri di bibliolettura interattiva, Corsi di scrittura creativa e indagine narrativa basati sulla tecnica Step by step di Dario Amadei, ispirandosi alla biblioterapia anglosassone. Insieme hanno curato diverse pubblicazioni nate durante i laboratori di narrazione creativa nelle scuole. Nati per raccontare, pubblicato da Castelvecchi Editore, è il loro nuovo libro.

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link