Nascita di una capitale. Roma dal mito alla realtà (1870-1915), Cecilia Dau NovelliProf.ssa Cecilia Dau Novelli, Lei è autrice del libro Nascita di una capitale. Roma dal mito alla realtà (1870-1915) edito da Castelvecchi: in che modo il mito di Roma ha alimentato la narrazione risorgimentale e sabauda sulla nuova capitale del regno?
Siamo arrivati al Centocinquantesimo di Roma capitale in uno scenario dove tutto è stato messo in discussione: crollate le grandi ideologie del Novecento, finita la politica e i partiti che avevano ricostruito l’Italia, minate le fondamenta stesse dello Stato nazionale con spinte centrifughe e separatiste, non sembra essere rimasto molto su cui festeggiare.

Ma certamente non era stato sempre così: Roma era stata per tutti un obiettivo imprescindibile del nuovo Regno. La politica sia di Destra sia di Sinistra era sempre stata convinta della necessità di Roma Capitale. Cavour, Minghetti e Crispi, si pronunciarono in diverse occasioni a favore dello spostamento della capitale a Roma. Cavour nei famosi discorsi su Roma nel 1861 aveva detto che senza Roma non si poteva costruire uno stato italiano unito. Minghetti lo aveva ripetuto nel 1864, all’atto del trasferimento a Firenze, negando con ciò che si trattasse della rinuncia a Roma e affermando che senza la città eterna sarebbe stata una nazione incompiuta. Da sinistra anche Crispi aveva esortato a non considerare Firenze come definitiva perché in qualsiasi momento gli italiani sarebbero potuti insorgere per rivendicare il loro diritto naturale su Roma. Certamente, c’era stato anche qualcuno contrario, come il piemontese D’Azeglio preoccupato dell’eccessiva meridionalizzazione e della corruzione che sarebbero derivate da Roma, ma si trattava di voci isolate poiché anche i Savoia, erano convinti che solo la città eterna li avrebbe resi nazionali e veramente universali.

Il mito era connaturato alla città, Roma era il mito, il mito era Roma. Ovviamente, quella che si affermò nel Risorgimento fu l’immagine della “Terza Roma”. Dopo l’antica Roma e la Roma dei Papi, la Terza sarebbe stata quella del popolo e avrebbe segnato l’affermazione italiana. Come si sa il cantore del mito fu Mazzini coadiuvato dal braccio combattente di Garibaldi. Oltre che tre epoche storiche, Roma aveva avuto anche due Repubbliche, che ne avevano consolidato il mito di città rivoluzionaria: la prima proclamata il 15 febbraio 1798 in seguito all’ingresso dei francesi e alla fuga del Papa; la seconda il 9 febbraio 1849 dovuta ai moti rivoluzionari e alla cacciata di Pio IX. Due Repubbliche e due Costituzioni che, seppure brevissime, avevano segnato l’immaginario collettivo della prima metà dell’Ottocento. Del resto, nella rivoluzione francese la commistione di simboli tra la nuova libertà dei diritti e quelli di cittadinanza dell’antica Roma era fortissima dal berretto frigio al fascio littorio, i simboli presenti erano molti. Nessuna città italiana poteva vantare un tale curriculum politico istituzionale. Quindi, non era solo il lontano passato ad alimentare la leggenda di Roma, anche quello recente ne faceva una città insostituibile nella costruzione del nuovo Stato. Una città dove si elaborava la nuova politica, non solo l’espressione dell’antico regime. Se per i grandi letterati del Sette-Ottocento, da Goethe a Stendhal, aveva rappresentato un’icona del passato dove non si costruiva più il futuro. Per i rivoluzionari politici italiani come Mazzini e Garibaldi, al contrario, segnò l’inizio di una nuova storia: quella dello stato italiano.

In che modo i Savoia e i politici del Risorgimento intuirono la forza vitale del mito di Roma e se appropriarono?
È per questo che i Savoia, e i politici del Risorgimento, si innamorarono del mito di Roma. Non perché guardassero alla città repubblicana, ma perché ne percepirono inconsapevolmente il ruolo di centro, anche politico, della nazione. Del resto, nell’Europa del Settanta, Roma non era più repubblicana da qualche tempo mentre la Francia era diventata imperiale e difendeva il papato. I Savoia si impossessarono dell’immagine della “Terza Roma”, elaborata da Mazzini, senza timore che potesse sembrare repubblicana. Poterono portare avanti il progetto di Roma capitale solo perché questa era diventata la “Terza Roma” ossia il simbolo della nuova Italia e, addirittura, della nuova Europa. Solo il mito di Roma aveva un destino nel futuro, oltre che essere un’icona del passato.

Non sarebbe stato possibile difendere Roma capitale se questa avesse evocato solo la Roma dei Cesari e quella dei Papi, perché erano entrambi ricordi della storia che rimandavano a qualcosa di finito: a un’esperienza politica conclusa. Solo la Roma del popolo, evocata da Mazzini, poteva essere politicamente spendibile per il futuro di una nazione appena nata. Solo il dinamismo politico e sociale di una Roma rivoluzionaria e repubblicana poteva assicurare alla monarchia quel consenso di massa che, se ancora poco praticato, sarebbe stato indispensabile nel futuro della nazione. Ovviamente, non ci fu mai alcun esplicito riconoscimento del pensiero repubblicano mazziniano, ma il fatto stesso di utilizzare il termine di “Terza Roma” rappresentava un implicito tributo.

Certamente avevano bisogno dell’internazionalità della città eterna. I Savoia erano poco più di una dinastia di territorio, passata di recente da uno stato regionale a uno nazionale e solo Roma poteva concedere loro l’universalità. Com’era altrettanto necessaria una capitale, sopra le altre cento città italiane che si sentivano tutte capitali. Si trattava ad ogni modo di elementi secondari rispetto alla prospettiva di avere un ideale politico per il futuro della nazione. Il progetto fu realizzato nella costruzione della città nazionale. Trasferendosi da Torino a Roma i Savoia persero il collegamento locale e l’identificazione con il Piemonte per divenire una casa regnante nazionale. Umberto I Re d’Italia, che avrebbe dovuto essere il IV, intese rappresentare questa discontinuità anche con il suo numero dinastico. Era molto legato alla città, non solo aprì la corte ai romani ma partecipò alla vita mondana e alle caccie con gli aristocratici e i borghesi. Allo stesso tempo, Roma si trasformò, dalla città umbertina di fine Ottocento che era stata l’embrione del concetto di nazionalità e aveva positivamente contribuito alla costruzione dell’unità – sogno a lungo coltivato da tutti i padri del Risorgimento – si passò all’idea novecentesca del nazionalismo, dove l’affermazione della potenza era strumentale all’espressione della forza. La città fu protagonista del cambiamento, ospitando associazioni, comizi, manifestazioni, giornali e diventando il centro del nascente nazionalismo.

Dopo l’Antica Roma e la Roma dei Papi, quali attese si riversarono sulla “Terza Roma”?
Il programma del Risorgimento, del quale Roma faceva parte integrante, aveva una sua lucidità solo in apparenza chimerica, che si dimostrò, alla prova dei fatti, molto concreta. Composta di alcuni elementi, apparentemente inconciliabili, e al contrario realizzati nel giro di pochi anni. In primo luogo un sentimento di identità nazionale fondato sull’unità etnica e linguistica che affondava le sue radici fin dal lontano medioevo e che attingeva dall’Antica Roma la forza delle sue origini e la capacità di unificare i popoli italici. La consapevolezza di essere italiani era stata da sempre un sentimento comune insieme con quello che Roma fosse la capitale. Non a caso gli italiani si erano chiamati così per una diretta derivazione dai romani e non “italiesi” come i francesi o gli inglesi.

Il sentimento si rifece prepotentemente sentire all’inizio dell’Ottocento allorché la rivoluzione francese e l’esercito napoleonico, risvegliarono gli ideali di indipendenza e unificazione. Manzoni, Verdi e poi Carducci furono solo alcuni dei cantori del sentimento nazionale quando era ancora un ideale. Manzoni non venne mai nella città eterna, ma, come senatore nel 1864 votò a favore del trasferimento della capitale da Torino a Firenze in attesa della liberazione di Roma. Verdi venne varie volte in occasione delle sue rappresentazioni fin dal 1844. Carducci, che agli inizi si firmava con lo pseudonimo di Enotrio Romano, a testimoniare della sua romanità, scrisse nel 1862 O Roma o morte, che era stato il solenne giuramento proclamato da Garibaldi a Marsala nonché il motto dell’Associazione emancipatrice italiana per la liberazione di Roma nel luglio ’62.

In secondo luogo Roma aveva gli spazi per diventare una grande capitale. Diciamo che aveva il physique du role: l’aspetto architettonico e urbanistico per prestarsi ad essere una grande capitale internazionale. Una delle anime della costruzione nazionalitaria fu la corte dei Savoia che si trasferì ufficialmente nel luglio 1871. Da questo momento cominciò quello che Roma non aveva mai vissuto: una vera vita di corte con balli, ricevimenti, incontri che animarono la mondanità cittadina. Battesimi, matrimoni e funerali dei sovrani furono occasioni di aggregazione e di enucleazione per la nuova élite che si stava formando. I reali inoltre partecipavano intensamente alla vita della città prendendo parte ai ricevimenti della nobiltà, ai concerti e agli incontri sportivi dalla caccia alle corse. Anche il nuovo ceto dei funzionari pubblici, se pure non era ricevuto a corte, si impossessava della capitale diventando esso stesso nazionale.

All’inizio del Novecento, Roma diventò la città nazionale, nel senso che non solo aveva assolto all’inedito ruolo di capitale, ma era diventata espressione dello stato il palcoscenico sul quale andava in onda lo scenario della nazione. Le istituzioni dello Stato, la corte dei Savoia, l’edilizia pubblica e monumentale, l’arte visiva e musicale, le scuole pubbliche, l’università e la scienza, le manifestazioni collettive e pubbliche, i giornali e i romanzi, lo sviluppo delle libere professioni, ne avevano fatto il centro pulsante del nuovo stato. Chi voleva emergere nella politica, nella scienza, nel lavoro professionale, veniva a Roma perché qui si svolgeva la vita della nazione. Nel bene e nel male era diventata il centro della vita pubblica e, considerando che nel Settanta era poco più di una cittadina, chiusa entro mura claustrofobiche, asfissiata da un sistema economico premoderno, ancorata a un potere temporale finito, la trasformazione era stata notevole.

Come cambiò la Città Eterna all’indomani dello spostamento della Capitale?
In pochi anni la città cambiò volto andando a riempire gli ampi spazi vuoti all’interno delle Mura Aureliane e cominciando a occuparne anche altri al di fuori. Nuovi quartieri residenziali, ma anche gli uffici dello Stato: la Camera dei deputati e il Senato, i Ministeri, gli ospedali, il Palazzo di giustizia, furono i primi interventi che segnarono la città. Poi fu sistemato il Tevere che aveva così duramente ferito la città e furono costruiti numerosi ponti per collegarla meglio. L’impianto fu completato con la Stazione e il cimitero.

Già da subito Roma assunse la sua caratteristica fondamentale di città policentrica, per gli ovvi motivi di avere una doppia corte e una doppia entità statale. Il nuovo Stato italiano occupò tutta l’altura che si trovava alle spalle del palazzo del Quirinale, la vecchia strada Pia tracciata da Sisto V diventò via Venti Settembre, arrivando fino a Porta Pia, mentre via de Merode divenne via Nazionale che scendeva da piazza Esedra fino alla futura piazza Venezia, conservando, dunque, l’impianto di espansione urbana elaborato negli ultimi anni prima della conquista. Sulla sua direttrice si collocarono tutti i ministeri, fino ad arrivare fuori le mura secondo un’impostazione guidata da Sella. Anche se poi, una volta concluso il periodo del potente ministro delle Finanze, con l’avvento della Sinistra nel 1876 non ci fu più alcun piano e i ministeri successivi come la Pubblica istruzione e Grazia e giustizia, sorsero senza alcun ordine a Trastevere e in via Arenula.

Nei primissimi anni dell’Unità i ministeri erano stati collocati in centro, in vari edifici che in breve tempo divennero inadeguati. Si trattava soprattutto di ex-conventi: quello dei Domenicani a Santa Maria sopra Minerva per la Pubblica istruzione e il convento attiguo a San Silvestro per il Ministero di Grazia e Giustizia a piazza Firenze. Anche la Corte dei Conti, istituita nel 1862, fu all’inizio installata in centro, poi fu trasferita nei locali del ministero delle Finanze in via Venti Settembre. Si passò poi alla progettazione e alla costruzione di un vero e proprio centro direzionale. Il Ministero delle Finanze, inaugurato da Sella nel 1877 e realizzato su via Venti Settembre, fu il primo insieme al Tesoro, alla Guerra e all’Agricoltura. Il ministero degli Interni fu invece insediato nel palazzo del Viminale, costruito da Manfredo Manfredi tra il 1911 e il ‘19. Il palazzo del Ministero delle Finanze fu il primo della Roma ministeriale ed anche il più imponente costruito in stile neorinascimentale, ospitò nei primi tempi anche le riunioni del Governo. Durante i lavori furono rinvenuti parecchi reperti archeologici fra questi un pavimento, il mosaico nilotico, che fu ricomposto nella sala d’aspetto.

Sempre in centro fu realizzato nel 1886 corso Vittorio Emanuele II che collegava piazza Venezia al Tevere e che comportò lo sventramento di chiese e palazzi; terminava con l’omonimo ponte – inaugurato nel 1911 – che andava verso il Vaticano. A Umberto I, dopo la sua uccisione, fu dedicato il lungo corso che da piazza del Popolo finiva a piazza Venezia e che avrebbe avuto come quinta scenica l’Altare della patria. Lungo un chilometro e mezzo, si chiamava via del Corso – dal Quattrocento – perché durante il carnevale ci correvano i cavalli. Tornò a essere via del Corso nel ’46.

Quali interventi urbanistici subì la nuova capitale?
Qualcosa si è già detto degli interventi urbanistici che furono molti e radicali. Moltissimi furono anche i nuovi palazzi per la funzione pubblica.

Il nuovo quartiere Esquilino si sviluppò attorno alla via delle Basiliche – che andava da Santa Maria Maggiore a San Giovanni – verso porta Maggiore e porta San Giovanni. Nell’area rimasta libera furono sistemate alcune infrastrutture: i binari ferroviari e la stazione Termini, le zone militari a Castro Pretorio; e, appena fuori dalle Mura, i servizi ospedalieri nel complesso del Policlinico e quelli cimiteriali al Campo Verano. Dopo il Settanta, il cimitero fu molto ingrandito, anche perché fu proibito il seppellimento nelle Chiese e furono annesse zone per i non cattolici. Molti artisti costruirono i monumenti funerari per gli uomini più illustri nella zona del Pincetto. Il monumentale ingresso fu poi realizzato nell’80.

Per la verità, i lavori di sistemazione della zona, con i binari ferroviari, la stazione e le caserme, erano stati già avviati nel 1860 da monsignor Francesco Saverio de Merode – ministro delle armi di Pio IX – e furono poi solo completati dal governo italiano. Gran parte di questi terreni già apparteneva allo stesso de Merode che li aveva acquistati nei vent’anni “di attesa” degli italiani. Anche la stazione Termini era già cominciata e fu poi finita nel ‘74, mentre tutta la zona fu lottizzata, facendo sparire le vigne, nella costruzione del rione Esquilino. Il cuore del nuovo quartiere era piazza Vittorio Emanuele II una grande estensione rettangolare – realizzata nell’87 la più grande di Roma – porticata e costruita sul modello delle piazze torinesi. A Roma non esistevano portici e la piazza fu sentita all’inizio come “piemontese”.

Il complesso ospedaliero del Policlinico Umberto I costruito tra il 1886 e il 1902 su progetto di Giulio Podesti, secondo i canoni della più moderna scienza ospedaliera e l’Ospedale Militare del Celio, realizzato fra il 1885 e il ‘91 su progetto del colonnello, poi senatore ingegnere Luigi Durand de La Penne in piazza Celimontana, costituivano la nuova offerta medica dello Stato italiano. Molto meno funzionale il carcere di Regina Coeli, edificato tra il 1881 e l’85 su via della Lungara, nell’area dell’omonimo monastero che era andato distrutto.

La Camera dei Deputati fu sistemata nel palazzo di Montecitorio, dove fu coperto il cortile per inserire l’aula parlamentare. I lavori furono completati a tempo di record e la prima seduta si tenne il 27 novembre 1871. Fu poi ristrutturato all’inizio del Novecento, su progetto dell’architetto palermitano Ernesto Basile. Anche l’aula senatoria fu ricavata nel cortile di Palazzo Madama e il Senato del Regno cominciò a riunirsi nello stesso anno. Probabilmente, il palazzo più evocativo della “Terza Roma” fu il palazzo di Giustizia costruito su progetto di Guglielmo Calderini tra il 1889 e il 1911 sul Lungotevere per celebrare la giustizia e la legge. Insieme al palazzo delle Esposizioni, costruito in via Nazionale da Pio Piacentini tra il 1880 e l’82, che celebrava la gloria delle arti e aveva anch’esso un forte segno architettonico, costituivano il vanto della Roma umbertina. A ridosso della fine dell’Ottocento fu costruito il traforo intitolato a Umberto I e inaugurato nel 1903.

Quale sviluppo conobbe il tessuto sociale, culturale ed economico della Capitale?
La popolazione di Roma vide in questi anni un repentino aumento dovuto ai tanti immigrati che arrivarono nella capitale. Attratti dal miraggio del lavoro, ma anche da una città mitica che non avevano mai visto. Erano in prevalenza giovani e quindi diminuì la mortalità e aumentarono i matrimoni. Venivano dal Nord del paese, l’immigrazione da Sud cominciò solo dopo la Grande guerra. Operai, commessi, professionisti tutti arrivarono attratti dalle opportunità che offriva la nuova capitale.

Con 244.484 abitanti suddivisi in 14 rioni, Roma era nel 1871 la seconda città italiana. Sotto il controllo del Luogotenente del Re, Alfonso La Marmora, all’interno delle mura iniziò una crescita vertiginosa. Nel 1911 gli abitanti erano saliti a 542.123, i rioni erano diventati 15 e si erano aggiunti altrettanti quartieri. Per tutto questo periodo la maggior parte della popolazione continuò ad abitare nei rioni, anche se si registrò un lieve travaso verso i più moderni quartieri.

Oltre che essere in aumento, la popolazione ringiovanì notevolmente: infatti, aumentò il numero dei matrimoni. Del resto, anche la mortalità era notevolmente diminuita, non solo – ovviamente – per il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, che portarono a un complessivo abbassamento su tutto il territorio nazionale, ma anche per la giovinezza degli immigrati. Se nel ‘71 si registrava un tasso di mortalità più elevato di quello italiano: nel 1911 il confronto si era invertito.

Quanto al volume degli immigrati era direttamente percepibile dal movimento della popolazione con il saldo tra iscritti e cancellati nel periodo 1871-1915. In questo senso sono interessanti i due dati iniziali e finali, che indicavano il triplicarsi degli iscritti da 6,6 a 18,5 per mille, e poi, l’indicazione degli anni tra il 1885 e l’87 nei quali il saldo migratorio arrivò a superare il quaranta per mille. Di grande interesse anche la distribuzione della popolazione nei vari rioni: nel ‘71 il più abitato era Monti con più di 34 mila abitanti, seguito da Trastevere che superava i 24 mila, il terzo era Ponte. Al contrario il meno popoloso era il rione Ripa con poco più di 3 mila abitanti, certamente il più insalubre. Se fino alla fine dell’Ottocento le proporzioni rimasero quasi invariate, nel 1911 la città aveva cambiato volto: il nuovo rione dell’Esquilino – ma sarebbe meglio dire quartiere poiché aveva poco a che fare con i vecchi rioni della città papalina – quello dei ministeri e degli impiegati della città umbertina, aveva molto superato tutti gli altri. Qui, infatti, risiedevano ora più di 84 mila persone, mentre gli abitanti di Monti e di Trastevere erano aumentati di poco: erano saliti rispettivamente a 47 e 45 mila. L’Esquilino aveva da solo attirato gran parte degli immigrati arrivati nella capitale a fine secolo. Agli ultimi posti i rioni Pigna e Sant’Angelo dove i residenti diminuirono. Poi i nuovi quartieri, in primo luogo Salario e Tiburtino, dove già abitavano 27 e 24 mila persone.

Cecilia Novelli è professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Cagliari Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, insegna Storia contemporanea nei corsi di laurea in Scienze politiche e in Amministrazione e Organizzazione. Si è sempre occupata di storia sociale ed economica dell’Italia contemporanea con particolare attenzione alle nuove identità e ai soggetti della società italiana; ha svolto ricerche specifiche anche sulla “storia delle donne”, sui diversi modelli politici e culturali della famiglia nel corso del novecento, sui comportamenti e i valori delle dinastie imprenditoriali. Da alcuni anni ha avviato un filone di studi sulla storia delle elite economiche e sociali, con particolare attenzione a diversi contesti territoriali come quelli di Roma, di Milano e, più recentemente, della Sardegna; e sul colonialismo.

image_pdfScarica in PDF

NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link