Professoresse Foscati e Parmeggiani, Voi avete curato l’edizione del libro Nascere. Il parto dalla tarda antichità all’età moderna pubblicato dal Mulino: in che termini il parto rappresenta un fenomeno storicizzabile?
Nascere. Il parto dalla tarda antichità all'età moderna, Alessandra Foscati, Costanza Gislon Dopfel, Antonella ParmeggianiSi tratta di un fenomeno storicizzabile sotto molti aspetti, soprattutto in considerazione della pratica medica e dell’uso delle tecniche per affrontare, facilitare o indurre il parto. Gli sviluppi della medicina, realizzatisi da un secolo a questa parte, hanno quasi azzerato, nei Paesi maggiormente industrializzati, la mortalità della donna e/o del bambino. Non è così per i paesi più poveri (Il contributo che chiude la raccolta di saggi fornisce dati aggiornati a carico di World Health Organization) come non lo era anche da noi in un passato tutto sommato recente. Un parto distocico, gemellare, o una malformazione congenita della donna, nella quasi totalità dei casi conducevano ad un esito infausto. Era una realtà con la quale si doveva fare necessariamente i conti nell’ambito di una società in cui la donna trovava piena realizzazione soprattutto nel suo ruolo di madre e quindi era sottoposta durante tutto l’arco della sua vita fertile al rischio della gravidanza e del parto. I cambiamenti sociali, e quindi del ruolo della donna, hanno necessariamente influito nel modo di vivere e percepire entrambi i momenti. Così come ha influito la religione. Nel nostro volume ci siamo riferiti all’Occidente, dall’età tardoantica al XVII secolo circa, ad una società cristiana e poi cattolica, dal momento che i casi di studio più tardivi tra quelli riportati riguardano la realtà italiana. Certamente uno studio condotto su altre società avrebbe messo in luce altri modi di vivere il momento del parto, indipendentemente dai progressi della medicina. La Chiesa ha contribuito alla storicizzazione del parto. Al di là del ruolo attribuito alla donna, valorizzata soprattutto come madre, era di fondamentale importanza impartire il battesimo al bambino a rischio di morte durante il parto, ai fini della salvezza della sua anima. Nel Settecento alcuni trattatisti, come Emanuela Cangiamila o Adeodato da Cuneo, scrissero opere in cui si esaltavano le doti delle donne che erano pronte a sacrificare la propria vita affrontando un cesareo (e di sacrificio si trattava, dal momento che all’epoca tale pratica aveva una possibilità di successo praticamente nulla), pur di salvare il bambino permettendogli quindi di essere battezzato. Veniva avallata l’idea che il sacrificio della vita della donna fosse praticabile dal momento che, essendo quest’ultima già battezzata, la sua anima era comunque salva. Occorre dire che, diversamente, nel Medioevo, la salvezza della donna era sempre prioritaria rispetto a quella del bambino. Ciò, sia detto per inciso, contribuisce a scalfire quell’idea del Medioevo, purtroppo così diffusa, unicamente come periodo ‘oscuro’. Il concetto di storicizzazione passa anche attraverso il modo di vivere il parto nell’ambito della famiglia e della ristretta comunità di riferimento della donna. In passato, nel Medioevo ma non solo, si trattava di un evento corale. Erano molte le donne che aiutavano la partoriente, tra cui l’ostetrica, sul cui ruolo molto ci sarebbe da dire, così come sulle pratiche messe in atto, alcune delle quali, con i nostri criteri di valutazione, tenderemmo a considerare come superstizione e che si sono trasmesse fino a tempi recenti. Altro criterio di storicizzazione è l’ingresso della figura maschile sulla scena del parto, vale a dire del medico chirurgo che avvenne progressivamente in Età moderna, facendo fronte ad una certa resistenza da parte della donna.

Quali significati simbolici ha assunto il parto nel corso della storia?
Più che ad un simbolismo generico del parto si deve parlare di quello connesso alle Natività sacre, in particolare quelle di Maria e di Giovanni oltre che di Gesù. Già il concepimento di Maria, raccontato nei Vangeli apocrifi, è da intendersi come prodigioso poiché Anna era una donna anziana e quindi ormai sterile. Le Natività, ovvero il momento immediatamente successivo al parto, sono ampiamente raccontate ed anche richiamate in ambito pittorico fungendo da archetipo del lieto evento. Non c’è spazio per il dolore e la scena edificante poteva assumere un ruolo didattico, un modello da seguire per giovani spose, in conflitto con una realtà ben diversa caratterizzata da una cospicua percentuale di morti per parto. Un ruolo simbolico è assunto anche dal parto di Maria, la madre per antonomasia nella cultura cristiana, colei che, per la sua purezza verginale, aveva partorito senza dolore, quindi l’antitesi di Eva che aveva condannato tutte le donne a provare un forte dolore fisico, a causa del suo peccato. Non a caso la figura mariana era invocata attraverso carmina, da pronunciare al momento del parto, trasmessi almeno durante tutto il Medioevo.

A quali fonti documentarie, iconografiche e letterarie hanno attinto gli autori dei saggi contenuti nel Vostro lavoro?
Sono molte e di vario genere le fonti, spesso messe a confronto tra loro, alle quali i diversi autori hanno attinto, a dimostrazione della complessità del tema. C’è una preponderante presenza dei testi medici e i riferimenti vanno dal Corpus Ippocraticum fino agli autori della prima Età moderna. Non mancano riferimenti alla filosofia della natura di stampo aristotelico. Abbondano i testi a carattere religioso (riferiti alla religione cristiana prima e poi cattolica) di vario genere e uno spazio è riservato a quelli giuridici. L’iconografia è ampiamente rappresentata, non solo quella dedicata alle sacre Natività, ma anche alle immagini dei manoscritti che trasmettevano i trattati di ostetricia. Compaiono ricerche di archivio così come uno spazio molto significativo è lasciato all’analisi di fonti non testuali, come i resti umani. Il volume ospita infatti il contributo di due gruppi di antropologi fisici e archeologi che hanno studiato gli scheletri di bambini morti al momento del parto e quelli di una madre sepolta con il suo bambino.

Quali pratiche accompagnavano il parto cesareo nell’antichità?
Quando si parla di parto cesareo bisogna intendersi. Se ci si riferisce all’antichità, il riferimento corre immediatamente al Digesto del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano (VI sec.) in cui compaiono riferimenti all’estrazione del bambino dal ventre della madre morta di parto, per ragioni connesse all’eredità. Viene quindi presa in considerazione la pratica, comunemente chiamata dagli studiosi sectio in mortua (si tratta di un’espressione impropria poiché non compare nelle fonti del passato). Il Digesto rimanda alla Lex Regia, quindi al periodo imperiale, anche se, come ha ben spiegato Danielle Gourevitch, non abbiamo riscontri che una tale pratica sia mai stata messa realmente in atto. Non vi sono rimandi nemmeno nei testi di ostetricia dell’antichità. Gli unici richiami riguardano invece i personaggi mitologici o quelli storici attorno ai quali si crearono delle leggende. Il ‘Nonnato’ (cioè nato da madre morta) era un uomo segnato da un destino particolarmente propizio. Il più famoso fu Cesare e la sua leggenda, citata tra gli altri da Plinio il Giovane, si diffuse durante tutto il periodo medievale. A lui si deve l’origine dell’espressione parto cesareo (consideriamo comunque che Svetonio racconta che la madre di Cesare morì quando questi era adulto). La pratica della sectio in mortua venne richiamata, e sicuramente messa in pratica – anche se non è ben chiaro con quale frequenza – durante tutto il Medioevo e l’Età moderna. Il fine era quello di riuscire a battezzare il bambino, ma vi erano anche forti implicazioni di tipo giuridico relativamente alla trasmissione dell’eredità. Il parto cesareo, così come lo intendiamo oggi, venne preconizzato dalla fine del Cinquecento. Quanto sia stato realmente praticato in Età moderna è ancora materia di studio dal momento che sull’opera di praticanti chirurghi abbiamo scarse informazioni, generalmente indirette. Sappiamo comunque che i risultati del cesareo, per ragioni legate alle complicanze emorragiche o alla sepsi, furono disastrosi fino ad un secolo fa.

Nel passato nascita e morte spesso si legavano: quali significati simbolici assunse la morte al parto?
Nascita e morte sono momenti antitetici anche se sul piano simbolico si rintracciano delle interferenze. Si tratta di un soggetto che abbiamo solo sfiorato nel volume. Il simbolismo è stato studiato per l’antichità, ad esempio in riferimento al tema della soglia, vale a dire all’abitudine di fare uscire il morto dall’uscio di casa con i piedi in avanti al contrario del bambino che invece per poter venire alla luce doveva uscire presentandosi con la testa alla ‘porta’ della vagina. Sono temi che affiorano in alcuni studi portati avanti soprattutto dai classicisti su cui in realtà i testi del volume non si soffermano. Si tratta di argomenti che meriterebbero comunque ulteriori approfondimenti. Piuttosto quasi tutti i contributi tendono a insistere sul tema della morte, scevra da qualsiasi simbolismo. Il volume racconta la nascita intesa soprattutto come dramma vissuto dalle donne e dai loro bambini nelle epoche precedenti.

La figura dell’ostetrica era diffusa già nel Medioevo: con quali funzioni?
La figura dell’ostetrica era diffusa già in età antica. Per ostetrica si intende ovviamente un soggetto professionalmente connotato diverso dalla figura delle donne (parenti, vicine, ancelle) normalmente presenti sulla scena del parto. Il problema che si sono posti gli studiosi è stato quello di capire se e quando la pratica della professione fosse scomparsa, in Occidente, nel periodo compreso tra l’età tardoantica e l’altomedievo – periodo caratterizzato da una contrazione demografica e dal collasso delle strutture economiche e politiche delle società nel bacino del Mediterraneo – e di conseguenza quando fosse riapparsa. Certamente durante tutto il Medioevo e oltre l’ostetrica ebbe un ruolo di primaria importanza sulla scena del parto e sicuramente lo mantenne per molto tempo anche dopo l’ingresso della figura del medico. Indirettamente nelle fonti emerge come personaggio dedito alle diverse pratiche ostetriche, anche quelle che richiedevano competenze chirurgiche, come l’embriotomia, vale a dire la distruzione del feto, anche se vivo, ai fini della salvezza della vita della donna nei casi di parti distocici e la sectio in mortua. Compito dell’ostetrica era anche quello di provvedere a impartire il battesimo d’urgenza in caso di pericolo di morte del bambino. A tal scopo sappiamo che erano spesso istruite dai sacerdoti affinché pronunciassero correttamente la formula di battesimo. Erano anche le prime figure ad occuparsi della cura dei bambini appena nati e continuavano a farsi carico della salute della puerpera.