Professor Mantegazza, Lei è autore del libro Narrare l’inizio. Gravidanza, parto, nascita edito da Castelvecchi: quali simbologie ha assunto nelle diverse culture l’evento della nascita?
Narrare l'inizio. Gravidanza, parto, nascita, Raffaele MantegazzaAnzitutto occorre dire che la nascita è sempre stato considerato un evento-limite all’interno del quale l’uomo (soprattutto) e la donna avevano ben poco potere. Si trattava di uno dei due regni (l’altro era la morte) dei cosiddetti “indisponibili”, limiti posti all’intervento e all’azione umana e ovviamente posti sotto la tutela di divinità, demoni più o meno benigni, forze cosmiche. La nascita era strettamente legata alla morte perché si era ben consapevoli che quando nasceva un uomo o una donna nasceva un morente, iniziava un processo che inevitabilmente avrebbe portato alla morte. E questa consapevolezza non era foriera di angoscia perché la divisione netta tra nascita e morte che porta oggi a enfatizzare la prima ricercandola a tutti i costi e a esorcizzare o figure la seconda era ignota, o perlomeno molto attenuata nelle culture antiche e in molte culture non Occidentali. Per questo motivo i simboli della nascita e quelli della morte spesso si sovrappongono e si confondono, fino ad arrivare all’interpretazione originaria (chissà quanto oggi ricordata) del battesimo cristiano come rito di morte e rinascita (tombe con forme ereditate dai battisteri o viceversa? Tra gli storici dell’architettura la discussione è ancora aperta, ma l’analogia delle forme ci interroga e ci sconcerta) e della resurrezione di Cristo come attraversamento della morte e nuova nascita.La fusione tra Eros e Thanatos che forse solo l’ultimo Freud ha colto in tutta la sua pregnanza era fortemente sentita a livello esistenziale ma anche filosofico da queste culture; la nascita era un perturbare un equilibrio, oggi diremmo una omeostasi che la morte doveva in qualche modo ristabilire. Nascere significava gettare un scasso in uno stagno che prima di noi era del tutto quieto e dopo di noi sarebbe tornato ad esserlo; ma i cerchi nell’acqua e gli smottamenti sott’acqua causati e provocati dal sasso erano tutt’altro che insignificanti.
Anche tutti i miti legati al dopo-morte sono evidentemente miti e riti di rinascita, in una lettura circolare del rapporto tra questi due limiti che oggi abbiamo dimenticato come tali, pur nutrendo l’arroganza di poterli considerare a nostra completa e totale disposizione.

Nel Suo libro Lei narra come l’evento della nascita sia sempre stato vissuto come un fatto sociale.
Diciamo che questa caratteristica ancora una volta collegava strettamente i due eventi che noi oggi teniamo artificiosamente distinti: nascita e morte. Raramente si moriva soli e raramente la nascita era intesa come un evento solamente privato, legato alla biografia di una donna o di una coppia. Attorno alla nascita come attorno alla morte si tesseva una rete di rituali, pratiche, gesti che erano appannaggio dell’intera comunità; anche l’ostetrica, o la figura che oggi potremmo definire tale, non era una professionista o una tecnica ma una donna che in un certo senso rappresentava al letto della partoriente tutta la comunità, o almeno la parte femminile di essa.
La nascita era una sospensione del tempo quotidiano, Anche del tempo fisico come narra una bellissima pagina di un Vangelo apocrifo sulla nascita di Gesù. Era troppo importante il nuovo venuto, era troppo fondamentale il rinnovarsi della natura e della specie (diremmo oggi) perché questo evento potesse essere banalizzato. Da qui tutto un universo di riti e di gesti individuali e collettivi che erano praticati solo in caso di nascita e che rendevano unico quell’evento (anche se il bambino era il dodicesimo figlio di una coppia o di una donna).
Sulla scena della nascita era presente tutto l’universo collettivo di un villaggio; e ricordiamo che per le culture antiche e medievali, ma fino al tardo Rinascimento, erano parti della popolazione di un villaggio anche i morti, i demoni e gli angeli. Dunque la scena della nascita era piena di vite (e di morti), di testimoni e soprattutto di una lotta tra princìpi benigni e princìpi maligni, lotta nei confronti della quale nessuno tra i presenti poteva assumere una posizione neutra.

In che modo le pratiche odierne legate alla nascita si discostano dal quadro storico e antropologico tradizionale?
Anzitutto la privatizzazione delle questioni esistenziali e sociali ha tolto l’evento della nascita dalla scena della collettività. Con “privatizzazione” mi riferisco al fatto che i grandi eventi, le grandi gioie e soprattutto i grandi dolori della storia individuale e collettiva vengono sempre più vissuti come eventi appunto del tutto privati; al massimo si può dare fornire un intervento tecnico (psicologico, ospedaliero, farmacologico) per “risolvere” il problema ma non si vede più il lato sociale e collettivo della situazione esistenziale che una persona sta vivendo.
In questo senso l’ospedalizzazione della nascita ha portato a un allontanamento della partoriente e del nascituro dalla scena sociale, a una segregazione che è differente dalla classica quarantena che la donna incinta o la puerpera dovevano tollerare nelle loro case. Lo spazio artificiale dell’ospedale denaturalizza la nascita, le sottrae il suo luogo naturale e sociale (la casa, il villaggio, la comunità) e inevitabilmente la patologizza (nel sentire comune in ospedale ci vanno i malati!).

In secondo luogo l’allontanamento delle “persone comuni” e soprattutto delle donne che non siano le professioniste ostetriche o ginecologhe (per non parlare dello scandaloso trattamento destinato ai padri, espulsi dall’evento fin dai corsi di preparazione al parto) ci presenta una nascita sempre più posta nelle mani dei tecnici o peggio, una nascita affidata alle mani artificiali di una tecnologia sempre più autonoma, anonima, pervasiva e invasiva.
Basti pensare alle ecografie, indubbiamente essenziali per la determinazione di possibili anomalie nel nascituro, ma che tolgono, una volta mostrate al genitore, quel senso di mistero, quell’immaginario relativo all’aspetto del nascituro (“assomiglierà di più a mia mamma o a tuo padre?”) che era essenziale per il formarsi di una immagine di bambino che poi (sanamente!) si doveva confrontare con il bambino vero e proprio, causando un ripensamento e una ridefinizione di sé e delle proprie immagini mentali che era fondamentale per la costruzione di un sé genitoriale.
La volontà di sapere applicata alla gravidanza, al di là degli innegabili effetti positivi dal punto di vista diagnostico, vellica l’onniscienza genitoriale, lasciando in ombra da un lato quell’elemento di mistero e di non-conoscenza che ogni genitore proverà per tutta la vita futura dei propri figli (“è a scuola o è al bar?”), dall’altro quel lavoro di su sé che porta a capire e ad accettare che un figlio non è solamente altro da sé ma soprattutto altro dall’immagine di lui/lei che ci siamo costruiti.

Come è stata ritualizzata e rappresentata la fecondità nel corso della storia dell’uomo?
Anzitutto occorre ricordare che la responsabilità della infecondità di una coppia era sempre attribuita a una mancanza o un difetto della donna; anche se era l’uomo a non riuscire a compiere l’atto sessuale la colpa era della donna che non era abbastanza attraente, non sapeva sedurlo ecc..
Al di là di questi tratti maschilisti e patriarcali però le cure per l’infecondità seguivano la cosiddetta teoria delle analogie o delle segnature ovvero l’idea che nell’universo troviamo forme che si richiamano: pietre dalla forma fallica, passaggi nelle grotte da penetrare, fiumi da attraversare mentre alcuni bambini spruzzavano acqua tra le gambe delle donne, affreschi di Madonne incinte o di Madonne del latte da leccare o contro le quali strusciarsi (pratiche combattuto spesso anche ferocemente dalla chiesa) mostravano appunto come la donna dovesse ritrovare la sintonia con un universo sempre gravido di vita, con una natura che faceva della fecondità e della fecondazione la sua legge essenziale; in questo modo era possibile ritrovare il proprio posto di donna feconda all’interno di una natura che riaccoglieva la donna nel suo grembo permettendole di generare figli.
Siamo di fronte peraltro al paradosso di culture per le quali i figli erano anche e soprattutto un peso economico (in Brianza i bambini si chiamano “bagaj”, bagagli) ma che consideravano contronatura o addirittura maledette da qualche divinità le coppie infeconde,

Quale ruolo sociale assume la gravidanza nelle culture antiche e moderne?
Ogni evento che riguardava la persona umana, dalla nascita alla morte passando per l’ingresso e l’uscita dall’età fertile, era considerato come collegato a eventi più ampi che trascendevano non solo il singolo essere umano ma l’umanità nella sua globalità.. Questo fatto era decisivo per collegare l’evento a una dimensione più ampia (la terra, il Cosmo, l’Universo) e a definire i riti che accompagnavano la gravidanza, il parto e la nascita.  Il tutto era sotto l’egida della cosiddetta “magia simpatica” o della “teoria delle segnature o delle analogie” della quale abbiamo parlato sopra (un esempio; la Via Lattea che sembra un fiume di latte e il latte vero e proprio che scorre da una mammella).
Le numerosissime gravidanze che una donna doveva affrontare (e sopportare) nel corso della sua vita erano certamente un enorme peso esistenziale ma portavano anche la comunità ad essere sempre “gravida di se stessa”. L’immagine di una donna incinta, al di là delle pratiche di segregazione, era quotidiana e questo portava a una solidarietà femminile che si traduceva in scambi di consigli, rassicurazioni, confronto di emozioni e sensazioni ecc..

La nascita era comunque un evento precipuamente femminile e le scene del parto erano popolate da donne (gli uomini, medici compresi, intervenivano unicamente nel caso di complicazioni). Per questo motivo i grandi simboli della nascita erano femminili: basti pensare alla figura della Grande Madre, presente nelle sue diverse forme un po’ in tutti i popoli del Mediterraneo: una figura che non ha solamente aspetti positivi perché del materno (come peraltro del femminile, e a differenza della spesso insopportabile retorica odierna) venivano visti anche i lati d’ombra, le zone più nascoste e pericolose (basti ricordare la figura di Medea).
Dunque anche i simboli veri e propri della nascita erano femminili, di forma circolare, semisferica e sferica, dalle statuette delle donne incinte fino alle abitazioni che, come ricorda Lewis Mumford, grande storico della città, erano alle origini di forma semisferica, rimandando al grembo materno che accoglie il feto, e solo dopo la crisi del matriarcato assunsero forme che potremmo definire falliche o comunque elevate verso l’alto.

In che modo pratiche discusse come la fecondazione assistita e la maternità surrogata possono esser lette in chiave antropologica e interculturale?
Le inquietanti dimensioni tecnologiche legate alla fecondazione artificiale, alla diagnosi pre-impianto, alla FIVET, alla maternità surrogata, ecc. portano la tecnologia a definire caratteristiche di un essere umano ancor prima della sua origine, anzi a entrare nello spazio bianco dell’origine che per millenni era stato al sicuro dall’intrusione del prometeismo umano. Siamo al di là della “volontà di sapere”
Ma siamo giunti a una “capacità di agire” che troppo spesso elimina da sé la domanda di senso “perché devo farlo” sostituendola con una tecnologia che pone l’affermazione tautologica “posso farlo, dunque lo faccio”.

La tecnologia si è in un certo senso autonomizzata dalla teologia, della filosofia, dall’etica e della politica e così facendo ha vellicato non tanto i singoli desideri degli esseri umani (in fin dei conti il desiderio di genitorialità può essere una costante della specie) ma il carattere infinito e illimitato di tale desiderio (“un figlio a tutti i costi”: si, ma i costi chi li paga?)
Dietro questa tecnologia scatenata che viaggia a velocità inimmaginabili arranca un’etica che fa fatica a trovare le risposte o anche solo le domande giuste da porre (e francamente anche i fondi per le ricerche!). Ma l’etica non può abbandonare vilmente la scena, deve tornare a guidare la tecnologia non nel senso di dirle cosa deve fare ma di agire come coscienza critica del progresso tecnologico (una definizione della bioetica che io amo molto) che continuamente e coraggiosamente pone domande scomode.
Tutto ciò non può essere compiuto se non in chiave interculturale, nel continuo confronto con le culture cosiddette non occidentali, e in chiave storica: il tentativo di “guardare indietro” recuperando quella saggezza interrogativa e dubbiosa che era tipica delle culture che comodamente consideriamo “primitive” o “superate” o che osserviamo con divertito sguardo folkloristico è stato alla base di questo piccolo libro.