“Napoleone e i suoi due papi. La Chiesa alle prese con il primo “Anticristo” della storia moderna” di Luca Crippa

Dott. Luca Crippa, Lei è autore del libro Napoleone e i suoi due papi. La Chiesa alle prese con il primo “Anticristo” della storia moderna pubblicato dalle Edizioni San Paolo: quale rapporto ebbe Bonaparte con la Chiesa del suo tempo?
Napoleone e i suoi due papi. La Chiesa alle prese con il primo “Anticristo” della storia moderna, Luca CrippaNapoleone nacque nel 1769 in Corsica, cioè in terra cattolica. Terzo elemento: la sua era una famiglia di dichiarate (e vantate) origini italiane. La madre era praticante, il padre, all’opposto, era un fervente sostenitore del “libero pensiero” e lettore di Voltaire e Rousseau.

Napoleone, dunque, non respirò in casa un’aria di particolare fervore religioso, né ricevette una formazione particolarmente accurata, in questo senso. Era, tuttavia, il membro di una famiglia della piccola nobiltà nel clima culturale e istituzionale dell’Ancien régime.

E su cosa si fondava l’Ancien régime? Su due pilastri: l’immobilismo sociale (il figlio di nobili era nobile e privilegiato, il figlio di borghesi era un borghese con diritti civili limitati) e l’alleanza tra trono e altare.

Per Napoleone, dunque, gli anni della formazione trascorrono nella mai contestata convinzione che la Chiesa serva a confermare la coesione sociale: mitigare gli eccessi dei potenti, garantire l’ordine morale, consolare i poveri e, quando possibile, aiutarli. Altra funzione indispensabile della Chiesa era la legittimazione del potere dei re, scelti da Dio e confermati, appunto, dalla Chiesa.

Le cose cambiarono violentemente con la Rivoluzione del 1789. In una primissima fase, il clero le diede il suo appoggio in larga maggioranza, ma ben presto emersero le contraddizioni tra un potere politico che cercava altrove che in Dio la sua legittimazione (nella volontà popolare e nella correttezza delle leggi) e un potere religioso (anche economico) che il nuovo Stato non poteva non considerare ingombrante e tale da suscitare interesse.

Improvvisamente, la Chiesa non serviva più ai nuovi governanti, mentre i suoi beni (vaste estensioni di terre e un imponente patrimonio immobiliare) servivano a porre riparo alla disastrosa condizione delle finanze pubbliche.

Napoleone assistette alla messa in crisi del ruolo della Chiesa – peraltro già messa in discussione dal punto di vista culturale dagli illuministi e dal punto di vista giuridico dalle riforme della seconda metà del Settecento – e non vi si oppose minimamente. Anzi: anche lui considerò la riduzione dei chierici a “funzionari dello Stato” come un provvedimento corretto e all’avanguardia.

Seguirono, a causa del rifiuto di sottomettersi della maggioranza del clero, i periodi della persecuzione violenta e dei massacri e dell’esilio di migliaia di sacerdoti. Anche in questo caso, senza la partecipazione diretta di Napoleone, ma anche senza particolari rimpianti, specialmente quando i preti si schieravano apertamente per il ritorno all’antico ordinamento.

Diverso, a poco a poco, l’atteggiamento di Napoleone capo dello Stato: qui si assiste a una progressiva evoluzione. Il Primo console lavora per la pacificazione interna della Francia e ha bisogno se non altro di porre fine alle tensioni religiose, per togliere terreno al partito dei nostalgici. L’imperatore, a sua volta, progetta un nuovo tipo di alleanza tra trono e altare, dove però la Chiesa abbia un ruolo molto delimitato e soprattutto al servizio dell’autorità civile.

In un certo senso, si può dire che Napoleone era pronto a riconoscere al papa, nel suo impero, il ruolo di una specie di “ministro del culto”, inteso in senso burocratico. In questa visione, ovviamente, era lui che doveva scegliere i vescovi e, ovviamente, il papa stesso. Cosa, quest’ultima, che non avvenne mai.

Di Napoleone si disse che era l’“Anticristo”: come e quando maturò un giudizio così radicale?
L’opposizione della Chiesa cattolica e della Curia romana alla Rivoluzione fu ferma fin dal principio. A lungo papa Pio VI (regnante dal 1775 al 1799) e i suoi principali collaboratori sperarono che la follia rivoluzionaria sarebbe stata soffocata dalle armi delle monarchie d’Europa (in primo luogo la cattolica Austria). Quando questo non avvenne, accadde invece l’inaspettato: la Rivoluzione trovò forza (anche per contrastare efficacemente il vigoroso dissenso interno) nei suoi successi militari e politici all’esterno. E di questo movimento Napoleone fu protagonista fin dalle prime fasi della sua carriera.

L’invasione e, di fatto, la conquista dell’Italia fecero il resto. Il generale vittorioso della campagna d’Italia tra il 1796 e il 1797 sembrava inarrestabile e i suoi successi imponevano ovunque la nascita di “repubbliche sorelle” dette non a caso “repubbliche giacobine”, per il loro ispirarsi agli ideali della Rivoluzione e, se non a un aperto anticlericalismo (raro, in Italia, a livello istituzionale), certamente a una propagandata laicità dello Stato (con tanto di chiusura di conventi e requisizione di beni ecclesiastici).

Quando Napoleone strappò allo Stato della Chiesa le sue province più ricche, ad esempio in Romagna, sembrò che volesse e potesse cancellare il potere temporale dei papi (cosa che in seguito, infatti, avvenne, anche se soprattutto per l’evolversi degli eventi, più che per un disegno politico del nostro). Dunque, nel 1796-97, nelle pubblicazioni ispirate dagli ambienti conservatori si diede grande risalto all’atteggiamento ostile del nuovo leader – che aspirava evidentemente al predominio in Europa, che in seguito ottenne – e anche a una serie di fenomeni “mistici” (dipinti, per lo più di soggetto mariano, in cui la Vergine, al passaggio delle truppe francesi in marcia verso Roma, piangeva, chiudeva gli occhi o cambiava espressione)…

Ce n’era più che a sufficienza per attribuire a Napoleone il poco ambito titolo di “Anticristo”, cioè uomo pronto a imporre al mondo un ordine contrario a quello del Salvatore, annunciato dalla sua Chiesa.

I rapporti con i due papi che guidarono la Chiesa cattolica negli anni del suo potere furono a dir poco burrascosi: Pio VI fu cacciato da Roma e morì in esilio in Francia mentre Pio VII fu prigioniero di Napoleone dal 1809 al 1814. In quale contesto si inserirono tali vicende?
Il periodo che va dal 1799 (anno della morte di Pio VI in esilio forzato in Francia, a Valence) al 1814 (anno del ritorno di Pio VII dalla sua “prigionia dorata” – diciamo meglio: “mitigata” – presso l’imperatore) sono gli anni del massimo successo e potere di Napoleone.

All’uomo che aveva concepito e in gran parte realizzato il progetto di unificare l’Europa sotto l’egemonia francese, la presenza di una Chiesa con pretese di autonomia era certamente scomoda. Nessun dubbio, ai suoi occhi e agli occhi dei suoi sostenitori (anche tra alcuni cattolici), che lo Stato della Chiesa fosse un residuo del Medioevo e che il papa dovesse esercitare un magistero morale e spirituale (tra l’altro se possibile garantendo la pace religiosa), ma questo, secondo Napoleone, entro i limiti dettati dalle leggi dello Stato e, sicuramente, dalla propria personale volontà.

Napoleone non poteva tollerare che esistesse intatta una istituzione che “si permetteva” o poteva permettersi in qualsiasi momento di criticarlo in nome di Dio, dando sostegno e legittimità a forze politiche e a Stati ostili. Insomma: i nemici di Napoleone tentavano di usare la Chiesa contro di lui e lui tentò di usarla contro di loro. Ma senza successo, prima di tutto perché lui non ebbe il tempo di consolidare il suo impero, ma anche per la fermezza con cui Pio VII difese le sue prerogative (e, in fondo, anche la libertà di coscienza dei sudditi dell’impero).

Va infine ricordato che Napoleone decideva tutto. Si sono conservate circa 33 mila lettere di suo pugno (e molte certamente si sono perdute), dove dava istruzioni su tutto: dal prezzo del pane agli approvvigionamenti militari, dal programma dei teatri alle tariffe delle osterie, dallo stile architettonico di un nuovo palazzo alla destinazione e collocazione delle opere d’arte nel Louvre, dalla punizione di un nobile coinvolto in un duello a questioni di eredità in una ricca famiglia… Naturalmente, gli prudevano anche le mani a proposito di questioni religiose, per esempio a proposito dell’approvazione di nuove famiglie di vita religiosa attiva, dedite all’istruzione delle ragazze povere o all’assistenza ai malati. Che spazio poteva esserci, davvero, per l’autorità, anche disciplinare, liturgica, amministrativa, dei papi?

Qual era la visione religiosa (spirituale e sociale) dell’imperatore francese?
Nelle memorie di tutti i suoi contemporanei, ma soprattutto nelle sue stesse lettere e dichiarazioni, Napoleone si mostra spesso dedito al “culto di se stesso”. Aveva una sconfinata autostima – confermata per anni da successi in ogni campo – e si vedeva al centro di un movimento storico che poteva ben considerare “provvidenziale”: il superamento del costante stato di conflitto tra le potenze europee, che durava da tre secoli, e l’imposizione di una nuova “pace augustea”, cioè la pace dell’impero romano, estesa però, finalmente, su tutto il continente.

Napoleone riconosceva i valori del merito personale, dell’onestà, dell’abnegazione per il bene della comunità e della patria. Tuttavia, persino nei suoi proclami ufficiali alle truppe alla vigilia di una battaglia o subito dopo di essa, i riferimenti alla “Volontà divina” sono praticamente assenti, mentre non mancavano mai nella retorica guerresca (e non solo) della sua epoca. Nulla doveva offuscare la celebrazione del vero protagonista di tante vittorie e di tanto potere: l’imperatore stesso.

Ovviamente, questo “culto” doveva anche assumere delle forme esteriori, che tuttavia Napoleone non volle mai sfarzose e solenni: badava più alla sostanza che all’apparire, cioè sapeva bene di essere il migliore e che gli altri (nemici compresi) lo pensavano esattamente come lui.

Non mancarono, tuttavia, eccessi: durante il periodo imperiale, in Francia, furono diffusi ampiamente dei “catechismi” per le parrocchie nei quali era scritto che Napoleone era l’uomo investito dalla Grazia divina per guidare i popoli. Niente meno.

Dal punto di vista sociale, invece, egli aveva ben misurato la forza delle motivazioni religiose (sincere o ideologiche) negli oppositori della Rivoluzione e intuì molto bene quello che sarebbe accaduto per tutto l’Ottocento e la prima metà del Novecento: che le forze “reazionarie”, monarchiche e conservatrici si sarebbero intestata la “difesa” dei “valori cristiani” contro il liberalismo e il giacobinismo (figuriamoci poi contro il socialismo e il comunismo…). Desiderava quindi togliere questa “leva” politica dalle mani dei suoi nemici (a cominciare dai sostenitori del ritorno al potere dei Borboni) e si atteggiò ad amico della cattolicità e della Chiesa a cominciare dal concordato concluso da lui nel 1801 con Pio VII.

Ma non ci fu né il tempo, né la lucidità delle due parti per comprendere che gli ideali di uguaglianza davanti alla legge, diritti dell’uomo, tolleranza religiosa erano, in realtà, di per sé compatibili con il Vangelo ben più del classismo, dell’autoritarismo e del privilegio di pochi.

In che modo Napoleone trasformò in maniera definitiva il futuro delle relazioni tra Chiesa e Stato?
Dopo Napoleone ci fu, come sappiamo, la “Restaurazione”, che si voleva fondata su una nuova alleanza tra trono e altare in termini e con toni che per tutto il Settecento non erano mai stati usati. Anzi: già prima della Rivoluzione francese, i sovrani europei avevano accentuato l’autonomia della politica sulla religione e limitato molti privilegi ecclesiastici per affermare l’autorità dello Stato su ogni aspetto della vita sociale e culturale.

Tuttavia, anche se gli imperatori vincitori su Napoleone, primo fra tutti lo zar Alessandro I, fecero di tutto per accreditarsi come “sovrani cristiani schierati contro il disordine liberale, rivoluzionario e patriottico per il bene della pace”… Napoleone aveva ben dimostrato che lo Stato moderno doveva guadagnarsi “sul campo” il rispetto dei cittadini: con il buon governo, con leggi chiare e a beneficio di tutti, con l’onestà personale dei governanti, con la difesa dei propri legittimi interessi. E mai più con una “investitura divina” che tutto sembrava giustificare ai tempi di Luigi XVI e di una società composta per il 98% da cittadini di serie B, ai quali si predicava che il loro posto nel mondo e nella società era stabilito da Dio.

Luca Crippa (1964), è consulente editoriale, saggista e scrittore di fiction e docu-fiction. Tra le sue pubblicazioni, il romanzo La contessa di Porta Pia (con Maurizio Onnis, 2011), la biografia di Marcello Candia Fare bene il bene (2016) e le biografie di Giordano Bruno (2020), Matteo Ricci Martin Lutero (2021), tutte edite da San Paolo.

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