Napoleone deve morire. L’idea di ripetizione storica nella Rivoluzione francese, Francesco Benigno, Daniele Di BartolomeoProf. Francesco Benigno, Lei è autore con Daniele Di Bartolomeo del libro Napoleone deve morire. L’idea di ripetizione storica nella Rivoluzione francese edito da Salerno: quale significato ha avuto, per chi ha vissuto l’epoca tumultuosa della Rivoluzione francese, la ripetizione storica?
In un’epoca di enorme incertezza, in cui nulla era più come prima, gli eventi accaduti nel passato finivano per acquisire, per la loro esemplarità, una sorta di magistrale, indiscussa autorevolezza. Il loro svolgimento concatenato – che noi abbiamo chiamato scenario – non era perciò solo un discorso sul passato, un’interpretazione dell’accaduto ma anche una possibile spiegazione del presente e, indirettamente, una potenziale guida per il futuro. Si tratta di ciò che potremmo chiamare un passato incombente, che poneva agli attori storici quesiti precisi su come comportarsi: vogliano noi ripetere quel particolare scenario storico? L’accettarlo o il respingerlo dipendevano dai rapporti di forza e dal gioco degli interessi, ma nell’un caso come nell’altro era il passato a condizionare le scelte del presente e a illuminare le possibilità che si aprivano in direzione del futuro.

In che misura l’idea della possibilità che gli eventi passati si potessero ripresentare, influenzò non solo i discorsi ma anche le azioni e le scelte dei protagonisti del tempo?
In misura notevole, che la storiografia ha piuttosto trascurato. Si prenda il caso dei discorsi su un cambiamento di regime, come ad esempio il passaggio dalla monarchia a una repubblica. Questo evento si è verificato in un contesto in cui nella sfera pubblica francese i discorsi sul passato classico e più in generale su precedenti storici (come nel caso della prima rivoluzione inglese del Seicento) sono stati fondamentali, hanno permeato il dibattito pubblico. Ma essi hanno poi mosso anche gruppi di attori storici a realizzarlo, quel cambiamento, in modo decisivo col coup del 10 agosto 1792. Altrettanto chiaramente, il passaggio dalla Repubblica al sistema triumvirale dei consoli e poi all’Impero sono stati preceduti e preparati da una valanga di discorsi sulla fine della Repubblica Romana. Solo a seguito di questa sorta di “preparazione” l’ipotesi imperiale bonapartista ha potuto prendere corpo.

Come si è sviluppato il dibattito storiografico sull’idea della reiterazione degli eventi nel corso della Rivoluzione francese?
Si può dire che non c’è stato, prima di questo volume, un vero dibattito storiografico sul tema. Come abbiamo dimostrato nell’introduzione del libro e in alcuni nostri altri lavori, il tema della ripetizione del passato è stato pressoché ignorato dagli storici del Novecento. In origine vi erano stati due autori che avevano ragionato sull’influenza dell’imitazione della storia classica e in particolare romana sulla Rivoluzione: si tratta di Chateaubriand e di Marx, che in fin dei conti hanno dichiarato che ai loro occhi la Rivoluzione francese si era dimostrata una spettacolare ripetizione degli eventi più esemplari del passato, il cui culmine era stata l’ascesa di Napoleone dapprima nelle vesti di console e poi di imperatore. La storiografia successiva, però, invece di assumere questi discorsi criticamente per cercare di studiare la questione, l’ha evitata. In particolare, assieme al tema di un’influenza nefasta della storia sulla Rivoluzione impostato da Chateaubriand, si è affermato anche per il tramite di Marx la tesi di una sostanziale irrilevanza dell’argomentazione storica nello svolgimento dei fatti rivoluzionari, divenuta col tempo un esercizio caricaturale, non più tragico ma farsesco. Al massimo si è cercato di interpretare il classicismo dei rivoluzionari come un discorso di tipo ideologico, in cui quest’ultimi sarebbero rimasti imbrigliati. Si tratta di un’interpretazione a ben vedere non dissimile da quella che già al tempo della Rivoluzione addebitava i suoi successi e i suoi insuccessi ad un’imitazione illusoria e irriflessiva degli antichi.

Quale influenza ebbe la cultura classica sulla Rivoluzione?
Sin da subito l’influenza del classicismo è stata interpretata all’insegna del fraintendimento. L’interpretazione ricorrente è che i francesi avrebbero fatto la Rivoluzione ispirandosi alle gesta degli antichi greci e romani apprese sui banchi di scuola senza essere in grado di distinguere le differenze tra le due epoche, e quindi provocando conseguenze terribili e addirittura il Terrore. Nel nostro libro abbiamo cercato invece di dimostrare che la storia antica, che pure ha avuto un’incidenza preponderante e pervasiva in ambito culturale, nelle rappresentazioni artistiche e nel simbolismo rivoluzionario, in definitiva ha svolto un ruolo del tutto simile a quello di altri precedenti storici, ovvero quello di essere una riserva di senso per interpretare il presente e prevedere le sue evoluzioni.

Quali vicende in particolare ispirarono ai rivoluzionari il richiamo di eventi passati?
I protagonisti della Rivoluzione hanno scelto i propri riferimenti storici a seconda della stagione politica che stavano vivendo e delle diverse appartenenze fazionarie. Capita quindi di trovare un determinato attore o gruppo politico che privilegia in un certo momento uno specifico evento o un qualche protagonista del passato come termine di paragone, ma anche che più attori si contendano l’interpretazione di uno stesso precedente storico ritenuto particolarmente affine all’attualità. In generale, però, si può dire che mentre nei primi momenti della Rivoluzione è stata la storia di Francia ad avere un peso maggiore, col passare del tempo sono state l’epopea della repubblica romana e l’età delle rivoluzioni in Inghilterra ad assumere più centralità nell’immaginario politico. Diverso è invece il rapporto con la storia greca. Le alterne vicende di Sparta e Atene e delle altre poleis erano considerate per un verso un repertorio fondamentale per comprendere il funzionamento della politica e delle rivoluzioni, intese come fenomeni instabili, reversibili e dominati dalla logica della ripetizione degli eventi e della circolarità delle forme di governo. Per altro verso la storia greca era meno presente nel dibattito sui destini della Rivoluzione rispetto a quella inglese e romana, poiché quest’ultime come è noto condensavano in un’unica esperienza la reificazione del principio della circolarità delle forme politiche, ovvero il passaggio dalla monarchia alla repubblica e il suo ritorno possibile dopo l’intermezzo dell’anarchia.

Quale ruolo svolse dunque, nella temperie rivoluzionaria, la selezione di eventi del passato ritenuti passibili di ripetersi?
Un ruolo decisivo nel forgiare quella che potremmo chiamare l’immaginazione politica di quel tempo. Si tratta della delineazione delle alternative possibili, che stanno sul tavolo, e al contempo anche della possibilità di preparare una rottura rivoluzionaria, di cambiare il regime, e in breve di rovesciarlo, quel tavolo. La Rivoluzione Francese è stata segnata da questo meccanismo molto di più di quanto la storiografia sia stata finora disposta ad ammettere. E c’è di più: il meccanismo di uso della storia politica passata per illuminare il presente è poi divenuto moneta corrente nell’Europa dell’Ottocento, non a caso “il secolo della storia”. Solo che a quel punto è stata la Rivoluzione Francese (anche, e anzi principalmente) a fare “da precedente” condizionando in modo decisivo le varie ondate rivoluzionarie successive che scuotono la Francia: 1830, 1848, 1871. Ma il processo si allarga e si mondializza, sicché nello svolgersi delle rivoluzioni russe: 1905, febbraio 1917 ottobre 1917, l’immaginario politico forgiato dalla Rivoluzione Francese è decisivo. Al punto che per i bolscevichi, negli anni successivi, l’imperativo sovrastante e indiscusso, il monito che dominerà il dibattito politico sarà quello di evitare a tutti i costi il ripetersi di Termidoro. Tentare di impedire che la storia si ripeta non è, a ben vedere, che una variante del peso soverchiante attribuito al passato e alla sua reiterazione.

Francesco Benigno è professore ordinario di Storia Moderna alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è occupato di storia politica di età moderna, di formazione dei gruppi sociali e di metodologia della ricerca storica. Ha pubblicato sulle principali riviste italiane ed internazionali. Tra i suoi libri, spesso tradotti all’estero, i più recenti sono Parole nel tempo. Un lessico per pensare la storia (Viella 2013); La mala setta. Alle origini di mafia e camorra (Einaudi 2015); Terrore e Terrorismo. Saggio storico sulla violenza politica (Einaudi 2018).

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