Nanchino 1937-1938. La strage dissotterrata, Tiziano TussiDott. Tiziano Tussi, Lei è autore del libro Nanchino 1937-1938. La strage dissotterrata edito da Meltemi: quali atrocità segnarono la guerra di conquista coloniale condotta dai giapponesi contro la Cina di Chiang Kai-shek?
L’esercito giapponese in Cina, negli anni ’30 ebbe un comportamento che va al di là “dell’usuale” violenza in tempo di guerra. Anche se questo concetto è difficile da stabilire, cosa sia più o meno usuale, anche nei momenti di belligeranza occorrerebbe attenersi ad un comportamento etico. L’eticità nella guerra. Tempo fa, nel 2004, scrissi un breve saggio per la rivista dell’ANPI nazionale dal titolo appunto Guerra violenza terrorismo: l’eticità nella guerra. (Patria indipendente, luglio 2004). Eticità stracciata in una serie innumerevole di occasioni. Nel Novecento abbiamo casi ampi e diversi di tale superamento. Il caso di Nanchino è stato uno di questi. Potremmo appuntare l’attenzione ad alcune parti di drammatica ferocia e violenza. Il caso appunto di Nanchino nel 1937 così come il comportamento tenuto dai medici giapponesi con i prigionieri di guerra nella Cina del nord, dove la sezione 731 organizzò esperimenti che potremmo chiamare di “medicina disumana” (Medicina disumana. Documenti del “processo dei medici” di Norimberga, a cura di Alexander Mitscherlich e Fred Mielker, Feltrinelli, Milano, 1967). Scrissi, sempre per la rivista dell’ANPI, Prigionieri e malati nei campi di sterminio utilizzati come cavie. Gli orrendi esperimenti dei nazisti e dei giapponesi (novembre 2010), in occasione di un convegno presso l’ospedale di Piacenza su questioni di sanità e di Resistenza. Così come famoso è rimasto il trattamento a donne cinesi e coreane, trasformate in donne di conforto per i militari giapponesi.

Quali responsabilità acclarò il Tribunale per i crimini di guerra di Nanchino?
Il tribunale in oggetto, sezione del Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente, ha emesso nel dopoguerra sentenze definitive di condanna alla pena di morte ed a numerosi anni di prigione per i responsabili dell’esercito e della politica giapponese. Negli anni ‘30 e ‘40 il Giapponese era guidato da governi guerrafondai e ultranazionalisti, di destra, con comportamenti di politica razzista nei confronti delle altre popolazioni dell’Oriente. Governi che perseguivano la superiorità razziale. Un comportamento che spiega pure gli accordi di alleanza con la Germania nazista e l’Italia fascista e il progettare imponenti progetti di controllo mondiale tra questi soggetti, specialmente nazisti e giapponesi, con l’idea che le due armate si sarebbero dovute incontrare in India. Piani fantastici ma nella testa delle due leadership dei due Paesi. Ne rende conto, ad esempio, George Orwell nelle sue trasmissioni alla radio inglese durante il conflitto, trasmissioni che sono reperibili anche in lingua italiana, in un libro difficile da reperire ma non impossibile a farsi, in rete (George Orwell, Cronache di guerra, Leonardo editore, Milano 1989).

Cosa indusse i giapponesi a comportarsi in quel modo estremamente crudele?
Come dicevo poc’anzi, un senso di superiorità verso le altre etnie orientali. Il tutto tenuto in piedi dalla centralità della figura dell’imperatore cui tutti i militari giuravano sudditanza e abnegazione totale. Per spiegare come vi sia stato un brusco passaggio dal comportamento tenuto nel 1905, nella guerra contro i russi per Port Arthur ed il comportamento in Cina negli anni ’30 bisogno ricorrere, io credo, alla velocità di formazione della potenza giapponese, dalla liberazione del Paese della gabbia dello shogunato con l’inizio dell’epoca Meiji nel 1868/69. La centralità della figura dell’imperatore finalmente libera da vincoli di qualsiasi tipo. La nuova stratificazione verticale ha prodotto in tempi rapidi un ridestarsi di volontà di potenza. Un corto circuito storico che il Giappone ha pagato in ordine alla violenza espressa, che le si è ritornata contro, tragicissimamente alla fine della Seconda guerra mondiale con le due bombe atomiche sganciate dall’aviazione statunitense nell’agosto 1945.

Perché la strage di Nanchino non ha trovato il posto che meriterebbe nei libri di storia oltre che nella coscienza giapponese?
Possiamo dire che l’ampiezza della strage di Nanchino ha ricominciato a circolare a livello mondiale grazie al libro di Iris Chang, tradotto in italiano da Corbaccio nel 2000 (edizione americana 1997). La Chang, poco dopo la pubblicazione del suo libro si è suicidata, nel 2004. Le notizie attorno al suicidio fanno riferimento al dolore da lei provato nella stesura del suo lavoro attorno allo stupro di Nanchino. I suoi nonni erano sopravvissuti a quella tragedia. Insomma, la famiglia aveva vissuto quel dramma. Per quanto riguarda il Giappone è comprensibile perché non faccia piacere ricordare quei drammi, il che implicherebbe per lo meno riconoscerli e scusarsi chiaramente e pubblicamente, cosa del resto non ancora accaduta. Questo si può comprendere – questioni politiche e sociali fortissime e dilanianti – ma non accettare. Esiste poi anche una corrente tout court negazionista, in Giappone, così come in altre latitudini, per altri crimini di guerra. Per quanto riguarda i libri di storia, e lasciando perdere il Giappone, patria di decennali tentativi di alcuni professori per fare emergere, inutilmente la verità acclarata, in Italia possiamo dire che il fenomeno si è ripetuto, in situazioni simili, inspiegabilmente. Anche nei manuali di storia, nel mio libro sono analizzati, solo recentemente ed in alcuni dei più usati, appare la strage di Nanchino. Del resto, sono molte le situazioni storiche che andrebbero sottolineate ma che non hanno avuto la possibilità di essere ricordate nei manuali scolastici. Mi fermo alla scuola per ovvie ragioni. Il panorama non scolastico non è poi molto più promettente e nel mio libro do ampio resoconto anche di quello. Per i manuali scolastici si preferisce il bel prodotto al prodotto serio e preciso. Ma il discorso scolastico è parte di un più ampio campo di dimenticanze. Faccio riferimento ad un testo collettaneo La scuola dell’ignoranza (Mimesis, 2019), raccolta degli atti di un convegno tenuto in un istituto superiore di Milano, nel quale sono intervenuto con una relazione dal titolo, appunto, Contro la scuola dell’ignoranza, presente nel testo.

Solo nel 1985, quasi cinquant’anni dopo la strage, a Nanchino è stato eretto un monumento alla memoria delle vittime dell’esercito giapponese: perché la Cina ha impiegato così tanto a fare emergere in modo ufficiale il massacro?
Qui ci troviamo in un campo economico oltre che politico. Ricordo che Nanchino fu una tragedia occorsa alla Cina nazionalista. La Cina comunista non era a Nanchino. Nemica ed alleata di quella di Chang Kai-shek, secondo i momenti politici, proprio in quei frangenti, in quell’anno, si andava solidificando la Seconda alleanza tra le due parti, i nazionalisti, eredi di Sun Yat-sen e i comunisti guidati da Mao Zedong. La fine della guerra al Giappone e della guerra civile tra i due settori cinesi, dopo il 1949, vide la vittoria sul continente dei comunisti. Chiang e quel che restava della sua armata invase l’isola di Taiwan, abitata da popolazioni locali e tenne il potere, lui ed i suoi eredi finché poterono, governando l’isola. Ma lasciamo Taiwan alla sua storia. Nel continente Mao ed i suoi immediati successori, Hua Kuo Feng, avevano troppe questioni da risolvere per pensare anche alla strage di Nanchino ed alla sua rivendicazione. Morto Mao e caduto Hua, la leadership di Deng Xiaoping si è impossessata del governo cinese ed ha virato in senso capitalista la politica di quel Paese. Ora, negli anni ’80 era possibile rivendicare alla Cina denghista tutto il patrimonio cinese, indistintamente, anche per cercare di usare ogni tassello possibile per una riunificazione politica e economica con Taiwan. Possiamo dire che gli attuali problemi della leadership cinese con Hong Kong, territorio cinese sino al 1840, poi colonia britannica sino al 1997, possono farci capire quali potrebbero essere le problematiche di un’ipotetica unione con Taiwan.

Tiziano Tussi (1951, Spinadesco) ha collaborato e/o collabora con diversi periodici e quotidiani nazionali: Quaderni di Storia, il Manifesto, Italia Oggi, Patria indipendente, Il Protagora, l’Indice dei libri. Ha pubblicato, tra l’altro: Mazzini, con Franco Della Peruta, Arterigere, Varese, 2007; La memoria, la storia, La Città del sole, Napoli, 2011; Una storia marginale. La formazione dell’Italia unita come risultato degli scontri diplomatici e militari dei maggiori paesi europei per l’egemonia continentale, in Il Risorgimento: un’epopea? Per una ricostruzione storico – critica, a cura di C. Carpinelli e V. Gioiello, Zambon editore, Francoforte sul Meno, 2012; Mario Dal Pra giornalista e collaboratore dell’Avanti e del Fronte Popolare, in Mario Dal Pra nella “scuola di Milano”, a cura di Fabio Minazzi, Mimesis Milano, 2018; Ha ricoperto la carica di presidente dell’Istituto pedagogico della Resistenza a Milano sino al 2003; è stato membro del Comitato nazionale dell’ANPI sino al 2011.

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