“Mussolini e Oriente” di Enrica Garzilli

Prof.ssa Enrica Garzilli, Lei è autrice del libro Mussolini e Oriente, edito da UTET: che ruolo ebbero, nelle vicende del regime, le relazioni con i Paesi asiatici?
Mussolini e Oriente, Enrica GarzilliLe relazioni con i paesi asiatici si devono inquadrare nel più ampio ambito della centralità della politica estera nell’azione di Mussolini. Questo secondo me è un argomento imprescindibile per capire i sogni di  espansione in Asia e Africa e l’invasione dell’Etiopia. E a questa è collegata la teoria del “diritto all’impero”.

Parlare dell’azione politica di Mussolini significa sì mettere al centro della sua azione di governo l’esigenza di fascistizzare l’Italia, facendola al contempo uscire dalla condizione in cui versava dalla fine della Prima guerra mondiale – crisi economica, malcontento sociale, instabilità politica – ma anche migliorare la condizione di estrema povertà, di privazioni alimentari, igieniche e culturali, in cui viveva la popolazione. Questa esigenza era dettata non solo dagli interessi nazionali ma da quelli internazionali: Mussolini voleva mettere l’Italia alla pari delle Potenze dell’Intesa – Francia, Gran Bretagna e Russia – e voleva che potesse  quindi agire in qualità di Grande potenza e avere il loro stesso peso negli affari internazionali. Bisogna considerare che durante tutto il Ventennio la sua idea dominante era quella di rendere l’Italia grande e importante come al tempo dell’Impero romano, anzi, alla testa delle potenze occidentali, con Roma faro di civiltà. Roma Dea; Alma Roma Mater. Una specie di diritto naturale che le poteva venire solo dopo che l’Italia fosse diventata di nuovo Grande potenza anch’essa.

Per decenni gli storiografi hanno dibattuto se ci fosse un primato della politica estera nel periodo fascista e addirittura se si potesse parlare di “politica fascista”, cioè se Mussolini avesse apportato un cambiamento radicale e delle priorità diverse rispetto alla politica estera dell’Italia liberale precedente, o ancora se si dovesse invece parlare di “politica estera fascista”, cioè una politica di sostanziale continuità con il passato o, al massimo, di esasperazione di temi precedenti. Su un punto la maggior parte degli storici concorda: l’espansione a est, i verso i Balcani e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo, era presente nella foreign policy mussoliniana sin dagli inizi del suo governo e fu una delle colonne portanti della decisione di entrare in guerra a fianco dei tedeschi. L’altra ragione era la paura che l’Italia fosse invasa, come aveva già fatto Hitler con l’Anschluss in Austria. In realtà Mussolini guardava molto più in là dei Balcani, guardava al lontano Oriente, e non solo in vista di una penetrazione commerciale o finanziaria ma, appena scalzata la Gran Bretagna, politica.

Ovviamente per dialogare alla pari con le altre potenze l’Italia doveva uscire dallo stato di servitù e doveva dare solo se in cambio gli veniva dato, cercando di insinuarsi nei rapporti di forza europei che si erano instaurati dopo la guerra franco-prussiana, nel 1871. Mussolini nel “Primo discorso presidenziale alla camera dei Deputati” del novembre 1922 disse: «La politica estera è quella che, specie in questo momento, più particolarmente ci occupa e ci preoccupa […]. Per quel che riguarda l’Italia, noi intendiamo di seguire una politica di dignità e di utilità nazionale. […] La mia formula semplice: niente per niente. Chi vuole avere da noi prove concrete di amicizia, tali prove concrete di amicizia ci dia. […] Una politica estera come la nostra, una politica di utilità nazionale, una politica di rispetto ai trattati, una politica di equa chiarificazione della posizione dell’Italia nell’Intesa, non può essere gabellata come una politica avventurosa o imperialista nel senso volgare della parola. Noi vogliamo perseguire una politica di pace: non però una politica di suicidio». Era una foreign policy pragmatica e utilitaristica.

Le direttive di politica interna si riassumevano in tre parole: economia, lavoro, disciplina. Quelle di politica estera erano uguaglianza e parità in Europa e trattati commerciali anche con l’Oriente, che Mussolini considerava più importanti e proficui di quelli diplomatici. Nel 1924-25 cercava ancora di definire il ruolo dell’Italia nel mondo e la politica estera era improntata alla prudenza e ai rapporti amichevoli con tutti, anche se nel 1923, quando fu ordinata l’occupazione dell’isola di Corfù – che durò circa un mese e coinvolse, oltre la Grecia, le potenze della Società delle Nazioni, prese alla sprovvista dall’azione militare italiana – divenne chiaro che uno dei principali obiettivi era quello di cambiare gli assetti europei definiti dal Trattato di Versailles, dando all’Italia un posto di primo piano. Il punto fermo della politica estera era cogliere al volo ogni occasione di ingrandimento dell’Italia, pacifica o no.

Rimaneva l’ingombrante questione tedesca, viva sin dall’espansione del Governo prussiano. Nonostante la sconfitta del Secondo Reich nella Prima guerra mondiale, l’idea di un grande impero risorse con Hitler, che la mise al centro della sua politica e la condì e rafforzò con l’ideologia della grandezza o, meglio, della superiorità assoluta della razza tedesca.

Nel corso del 1925 Mussolini andò imprimendo alla politica estera, parallelamente alla “fascistizzazione” nazionale, un carattere sempre più dinamico e aggressivo e questo sia per ragioni di prestigio, in Italia e all’estero, sia per motivi essenzialmente pratici: si preparava a costruire l’impero. Un paio di anni dopo Dino Grandi, sottosegretario del Ministero degli esteri (1925-29) e poi ministro degli Esteri (1929-32), parlava di dare un respiro più ampio alla politica. Lo chiamava «il senso del mondo»: bisognava cioè che l’Italia fosse presente in tutti i grandi problemi mondiali. In questa fase l’amicizia con la Gran Bretagna era un punto fermo.

Abbiamo visto che le aree d’espansione italiane avevano due direttrici, il Mediterraneo e i Balcani, ma Mussolini guardava anche al Mediterraneo orientale e all’Africa, pensava a una possibile espansione in Anatolia e a un mandato in Siria, rimpiazzando la Francia. Tuttavia, le dichiarazioni di Mussolini a tal proposito e quelle di Italo Balbo, che nel 1926 fu nominato sottosegretario di Stato al Ministero dell’aeronautica, venivano immediatamente smentite appena i Governi interessati si preoccupavano seriamente. Mussolini cercava di barcamenarsi nei rapporti internazionali perché non aveva né la presenza geopolitica, né la forza economica e militare per sostenere una politica di espansione attiva. Si sentiva forte a livello internazionale, o almeno così si mostrava, e ostentava un atteggiamento distaccato e disincantato verso la Società delle Nazioni.

Alla chiusa del lungo discorso “L’Italia nel mondo”, dato al Senato nel giugno 1928, sintetizzò l’«indiscutibile opera del regime fascista» dopo sei anni di governo e passò in rassegna tutte le posizioni di politica estera che l’Italia aveva nel mondo, a cominciare dalle più lontane, per finire alle più vicine. Dato che l’Italia era, dice Mussolini, una potenza mondiale, «cioè ad [sic!] interessi non limitati a un dato settore o continente, la rassegna comincerà dall’Asia e attraverso l’Africa e l’America, si concluderà in Europa».

Per quanto riguardava il Giappone, il Paese dimostrava «il più vivo interesse per le vicende italiane e gli attuali ordinamenti politici. I rapporti fra i due Governi e si può dire fra i due popoli, sono molto cordiali». Il volume degli scambi commerciali però era modesto e il valore dell’importazione di prodotti dal Paese del Sol Levante era circa dieci volte maggiore di quello dell’export.

In Cina, a causa dei problemi politici e delle guerre civili, c’era ancora una situazione «caotica ed oscura». Per questo nel 1926 «le potenze europee, con interessi cinesi, ritennero necessario inviare dei rinforzi e stabilire una specie di fronte unico europeo» essenzialmente a livello militare. L’Italia, già presente con le regie navi Libia, Caboto e Carlotto, aveva mandato due navi da guerra, il Volta, poi richiamata, e il Muggia. C’erano anche piccoli contingenti militari italiani nelle forze presenti sul territorio cinese, oltre agli ottanta uomini di guardia alla Legazione di Pechino: trecento uomini del Battaglione Tientsin e ottanta del contingente Shanghai. Un numero ovviamente poco più che simbolico, ma l’importante era tenere la postazione. Quanto alla situazione bilaterale, tra Italia e Cina esisteva un trattato di amicizia, di commercio e di navigazione che risaliva al 1866. La situazione amichevole doveva rimanere, senza dimenticare che la Concessione italiana di Tientsin, circa 7500 persone fra cui 150 italiani, si chiudeva con un bilancio per l’Italia modesto, sì, ma in attivo di oltre 600.000 lire. Doveva quindi prima chiarirsi e stabilizzarsi la situazione politica interna «onde sia possibile di mantenere rapporti stretti di amicizia fra l’Italia e la Cina, come sempre esistettero, sino da quando viaggiatori italiani percorsero quelle lontane contrade, dove si è svolta una delle più antiche e interessanti civiltà del mondo».

Riguardo al Siam, l’odierna Thailandia, il 9 maggio 1926 il vecchio trattato di amicizia fu sostituito con un altro di amicizia, commercio e navigazione che facilitava l’importazione di beni italiani, che in quel momento erano solo di 277 automobili. L’influenza politica sul Siam da parte dell’Italia fascista però fu profonda perché Mussolini godeva di un grande prestigio, come in gran parte dell’Asia, d’altronde. Il maggiore generale Plaek Phibunsongkhram, che lo ammirava apertamente, quando nel 1938 divenne Primo ministro stabilì de facto una dittatura militare. L’anno dopo dette inizio alla fascistizzazione del Paese su modello italiano, copiando anche la famosa propaganda mussoliniana per creare e alimentare il culto del leader.

Negli anni Venti Mussolini era particolarmente interessato all’Afghanistan perché pensava, in modo molto lungimirante, che fosse «destinato a rappresentare una parte preponderante nella politica dell’Asia centrale». Con Kabul stabilì un rapporto speciale di stima e collaborazione, certo non disinteressata. Confinava con l’India e l’India era al centro delle mire di Mussolini.

In generale, la sua attenzione verso l’Asia si manifestò da prima della fondazione del Partito nazionale fascista, nel novembre del 1921. Il nuovo Stato italiano avrebbe dovuto valorizzare le colonie italiane del Mediterraneo e d’oltreoceano con istituzioni economiche, culturali e con rapide comunicazioni. Disse che il Partito Nazionale Fascista si dichiarava favorevole a una politica di “amichevoli rapporti con tutti i popoli dell’Oriente vicino e lontano”. Negli stessi giorni pubblicò su Il Popolo d’Italia un articolo sull’India, prendendo spunto dall’estesa rivolta dell’agosto del 1921 dei contadini musulmani Moplah contro i proprietari terrieri induisti, principalmente brahmini, appoggiati dai britannici. Durante una battaglia scoppiata tra i soldati della Corona e i contadini quasi cento di loro furono catturati e trasportati su un vagone ferroviario. Destinazione: le prigioni. Ma scoppiò la tragedia. Quando la porta del vagone fu aperta, sessantasei uomini erano morti soffocati e gli altri erano agonizzanti. Dobbiamo ricordare che sul suolo indiano al tempo stazionavano circa 70.000 soldati britannici e le tensioni fra il Raj e la popolazione erano già state soffocate più volte in modo cruento.

“La tragedia del treno dei Moplah” ebbe risonanza internazionale e Mussolini non si lasciò sfuggire l’occasione di usarla per sottolineare le difficoltà della Corona e la futura indipendenza dell’India nell’articolo “Verso il suolo asiatico: Malabar”, per parlare con ammirazione della causa del mondo arabo-islamico contro la dominazione inglese e, profeticamente, per sottolineare, con il risveglio «di popoli e di tribù» che parevano rassegnati, il sorgere di una nuova potenza: la potenza asiatica: «[…] È palese che la posizione dell’Inghilterra nelle Indie è abbastanza difficile. Non crediamo che sia imminente il tracollo della sua dominazione, perché la metropoli ricorrerà a tutti i mezzi violenti e subdoli per conservarla; ma lo sbocco dell’agitazione indiana è segnato ed è fatale. I fermenti sono gettati. La razza si è risvegliata. È in piedi. Il raggiungimento della sua indipendenza non è più una questione di possibilità; è una questione di tempo. Dalle rive dell’Adriatico al mare di Bengala, dal Marocco al Malabar, tutto il mondo arabo-islamico si agita. […] Il risultato di questo formidabile travaglio, che mette in movimento trecento milioni di uomini, sarà il tramonto delle egemonie europee; sarà uno spostamento di interessi, e la valorizzazione di immense ricchezze, che non andranno perdute, perché i pionieri della riscossa islamica sono degli europeizzati che intendono di procedere innanzi, mentre, colla liberazione dell’Islam, nuove forze spirituali potranno entrare nella storia del mondo. L’Europa ha evocato l’Asia e l’Asia – misteriosa e potente nel volto e nell’anima – darà assai probabilmente il suo nome al nostro secolo».

Dal 1921 al 1931 la sua posizione verso l’India cambiò. «Le Indie sono proprio il forziere del mondo. Bisogna che l’Italia le possieda. Poco importa cosa diranno gli Inglesi. I legionari fascisti s’incaricheranno di farli tacere» scrisse nel 1931 in una nota a margine di un libro. Nel lungo capitolo “Il sogno di un’India italiana”, infatti, mi occupo a lungo della visione e dell’azione di Mussolini al fine di sostituirsi al British Raj.

Ma la fascinazione di Mussolini per l’Oriente era genuina e venne prima delle mire politiche. Da ragazzo era vicino al buddhismo, per quanto mediato dalla lettura dei filosofi russi e tedeschi. Durante un comizio a Ginevra affrontò Vandervelde, che a 36 anni era già presidente della Seconda Internazionale Socialista. Questi parlava di un Gesù Cristo sovversivo, liberatore degli schiavi e precursore del socialismo. Era il 1904, Mussolini aveva 21 anni. Alla fine della conferenza chiese e ottenne il contraddittorio per un affondo contro il Vangelo e contro Galileo, colpevoli di aver fatto crollare il magnifico edificio dell’Impero romano sotto la spallata della sklavenmoral. Parlò di buddhismo: «Che cos’era poi il Messia, coi suoi quattro discorsi e parabolette, in confronto al corpo di dottrine elaborato dal Buddo in quaranta volumi, attraverso quarant’anni di penitenza, di meditazione e di lavori apostolici?»

Durante il Ventennio con la sua famiglia divenne amico di una famiglia giapponese, gli Ono. Anche a livello etico e spirituale ammirava il Giappone ben prima che l’Italia aderisse al Patto Anticomintern con Berlino e Tokyo. Vi ravvedeva gli stessi valori e ideali fondanti del fascismo: fedeltà, lealtà, onestà, coraggio e combattere per un ideale fino anche all’estremo sacrificio. Avevano anche in comune il mito della gioventù, del duro lavoro, dell’ordine, ecc.

Mussolini cercò di fare dell’India un imperativo strategico non solo per incrementare l’economia e la finanza italiana, ma per impossessarsi dei suoi beni. L’Italia era una nazione così povera e il potere della lira era così basso rispetto alla rupia che lo studioso Carlo Formichi, che aveva soggiornato in India per l’anno accademico 1924-1925, invitato dal Nobel Rabindranath Tagore come docente di sanscrito e «latore di un messaggio di Mussolini», scrive che i marinai e i macchinisti italiani arrivati a Bombay, per tutto il tempo che la nave rimaneva ancorata, non potevano neanche scendere sia per i salari molto bassi, sia perché «la nostra moneta al cambio con la rupia perde in guisa da non consentir loro l’ombra di uno svago».

Nell’ambito della relazioni con l’Asia in Mussolini e Oriente parlo anche delle due visite in Italia che fece il premio Nobel per la letteratura (1913) Rabindranath Tagore, a metà degli anni Venti, e i suoi incontri e scontri con Mussolini, con i gerarchi e con la stampa. Nel capitolo “Gandhi e Mussolini” racconto la visita del Mahatma a Roma del 1931, il suo incontro con il Duce. Un incontro che, se non portò a grandi risultati politici, dimostra però la fascinazione degli indiani dell’epoca per il Duce. Scrisse Gandhi sulla nave che lo riportava a Bombay: «Mussolini è un enigma per me. Molte delle riforme che ha fatto mi attraggono. Sembra aver fatto molto per la classe rurale. Ovviamente il pugno di ferro è lì. […] Il suo interesse per i poveri, la sua opposizione alla super urbanizzazione, il suo tentativo di realizzare la coordinazione fra capitale e manodopera mi sembra che richiedano un’approfondita attenzione. Il mio unico dubbio fondamentale risiede ovviamente nel fatto che queste riforme sono forzate. Ma questo è vero anche nelle istituzioni democratiche. Quello che mi colpisce è che dietro la sua spietatezza c’è il motivo di servire il popolo. Anche dietro i suoi discorsi roboanti c’è un nucleo di sincerità e amore per la sua gente. Mi sembra anche che alla maggior parte degli italiani piaccia il governo di ferro di Mussolini. […] In generale non sembra un uomo di umanità. Ma devo dire che con me è stato affascinante».

Negli anni Trenta la visione dell’Oriente cambiò nella politica di Mussolini: se prima era dichiaratamente solo oggetto di studi, poi fu inglobato nella propaganda di Regime come potenziale alleato in funzione antibritannica. C’era la necessità di una propaganda attiva per preparare il terreno alla futura penetrazione economica in India e, perché no, alla sua conquista. A questo scopo ci fu la febbrile attività dei due nostri maggiori studiosi e portavoce del Governo in India e Giappone, Giuseppe Tucci e Carlo Formichi, sostenuti dal Consolato Generale a Calcutta e dall’ambasciata d’Italia a Tokyo, della collaborazione fra i nazionalisti indiani, specie quelli del Rinascimento bengalese, e il Governo fascista per il fine comune di scalzare il dominio britannico. Di questi, i più famosi e attivi furono il rivoluzionario induista Subhas Chandra Bose e il musulmano Mohammad Iqbal Shedai. A questo fine furono fondati diversi istituti per gli studi e i commerci con l’Asia vicina e lontana come l’Istituto per l’Oriente, fondato nel 1921, che garantì, tra l’altro, la pubblicazione della rivista Oriente Moderno, tuttora esistente, considerata una delle migliori riviste del mondo sui problemi del Vicino Oriente contemporaneo specialmente di lingua araba.

Fra gli istituti culturali «in realtà politici» in testa a tutti c’era l’IsMEO. Fondato nel 1933 con Gentile come presidente e Giuseppe Tucci, che ne era stato il promotore, come direttore dei corsi, a questo era affidato il compito di farsi portavoce del soft power e di agire da diplomazia parallela nel nostro angolo di Asia. L’altro istituto, tuttora attivo, è il primo think tank italiano di studi sull’Asia contemporanea, l’ISPI. Nell’ambito della politica estera culturale, non si possono dimenticare due istituzioni che furono fondate per promuovere la cultura italiana all’estero per espresso volere di Mussolini: la Reale Accademia d’Italia, che finanziò fra le altre cose anche alcune missioni in Tibet e Nepal di Tucci e la visita in Italia del poeta e nazionalista musulmano Allama Iqbal del 1931; e l’Enciclopedia Italiana di Scienze, Lettere ed Arti, la famosa Treccani. Tutte le grandi nazioni avevano una loro enciclopedia universale, meno che l’Italia.

Offerta
Mussolini e Oriente
  • Garzilli, Enrica (Autore)

Abbiamo detto che le relazioni con l’Oriente si inquadrano nell’idea stessa che Mussolini aveva dell’Italia. L’Asia vedeva il controllo diretto o indiretto della Gran Bretagna tramite l’Impero anglo-indiano, il British Raj – India, Pakistan, Bangladesh e Birmania, mentre lo Sri Lanka era una colonia e le Maldive furono un protettorato fino al 1965 ma non fecero parte del Raj. Inoltre, nelle diverse epoche, l’Impero anglo-indiano arrivò ad includere anche la Colonia di Aden, nell’Arabia, che ora fa parte dello Yemen, il Somaliland, nell’Africa Orientale, Singapore e gli stati principeschi del British Raj, un gruppo di emirati sulle rive del Golfo Persico che utilizzavano la rupia come moneta. Furono sempre completamente indipendenti solo il Nepal e il Bhutan. Dalla terza metà del 1800 la Gran Bretagna aveva il più vasto possedimento coloniale europeo in Asia.

Mussolini affermò che l’amicizia fra Italia e Gran Bretagna era «tradizionale e profonda». Questo rapporto in apparenza idilliaco durò almeno fino al 1932, quando agli Esteri c’era Grandi, che impresse alla foreign policy verso l’Asia un carattere cauto e conciliante, al contrario di quello che desiderava il Duce. Nel 1927 Grandi era diventato l’unico interlocutore di Mussolini a Palazzo Chigi, anche se considerava l’Italia non la grande potenza vagheggiata dal Capo ma una Media potenza, non una nazione in grado di scalzare il Raj ma una nazione in grado di dialogarci per il peso che Roma poteva avere in Europa. Mirava a una pax europea. L’Italia non avrebbe dovuto schierarsi ma temporeggiare sempre e scegliere all’ultimo momento, secondo la sua convenienza. L’unica sua forza era quella di poter sbilanciare l’equilibrio europeo schierandosi dall’una o l’altra parte e poteva rappresentare l’ago della bilancia fra le Grandi potenze regionali, Germania, Francia e Gran Bretagna, e determinare, con il suo contributo politico e militare, la vittoria dell’uno o dell’altro schieramento. Doveva rimanere libera e forte per poter scegliere al momento opportuno, per esempio in caso di guerra, la nazione o lo schieramento che più le conveniva. Era accompagnata anche dalla politica del temporeggiamento: in caso di conflitto, l’Italia doveva aspettare per poi buttarsi dalla parte che più le conveniva. Prendere lo spazio e il tempo opportuno che conveniva all’Italia, come fece il Duce entrando in guerra dopo quasi dieci mesi dall’inizio.

Fu per questo che Grandi consigliò a Mussolini una politica molto cauta verso l’India britannica, mentre Ciano lo consigliò di lasciare alla Gran Bretagna la gestione dell’India perché facesse da baluardo all’espansionismo giapponese.

La politica di sostanziale equidistanza e di pacifismo di Grandi però venne interrotta bruscamente nel luglio 1932, in seguito al cambiamento di posizione dell’Italia stretta fra la potenza tedesca, ormai risorta, e una rinnovata intesa franco-britannica. Mussolini non era d’accordo con la cautela del ministro, che venne destituito dal suo incarico e mandato come ambasciatore a Londra. Lui divenne ministro degli Esteri ad interim fino al giugno 1936, quando nominò ministro suo genero, il conte Galeazzo Ciano.

A est, intanto, il Giappone metteva in atto una politica chiaramente imperialista: invase la Manciuria e all’invito di ritirarsi da parte della Società delle Nazioni lasciò la Società. Il nemico numero uno di Mussolini per il suo piano di espansione geopolitica a Oriente non era però la Gran Bretagna ma l’Unione Sovietica, come lo era per il Giappone. Per questo, oltre che per motivi ideologici, nel 1937 accettò di buon grado di aderire all’accordo contro il comunismo internazionale stipulato da Tokyo e Berlino nel 1936, il Patto Anticomintern. I motivi ideologici del patto, la lotta al comunismo, furono teorizzati per costruire una base teorica e culturale al motivo squisitamente politico e alla necessità economica di arginare l’Unione Sovietica.

Anche a livello coloniale Mussolini non poteva rimanere indietro agli occhi dell’Europa e del mondo. In Africa francesi, britannici, belgi e portoghesi avevano tutti possedimenti maggiori di Roma. Era stata la cosiddetta “corsa all’Africa”. Solo la Spagna aveva un territorio più piccolo, limitato ad alcune regioni del Marocco e alla Guinea Equatoriale. Bisognava mettersi alla pari! Con l’invasione di altri territori si sarebbe tastato il polso al reale peso specifico dell’Italia in mezzo alle Grandi potenze. Roma aveva già alcune colonie, la Libia, l’Eritrea e la Somalia, ma mancava l’Etiopia che, oltre tutto, era ostile all’Italia. Nel dicembre 1934 Mussolini scrisse un promemoria in quattordici punti per fissare i parametri per l’azione italiana in Abissinia, anche considerando la congiuntura internazionale e il rafforzamento militare tedesco.

Nel 1934, alla seconda assemblea quinquennale del Regime, a proposito dei piani economici del Governo e la politica di crescita demografica che voleva realizzare per aumentare i consumi e uscire dalla crisi, affermò che l’Italia fascista doveva muoversi per attuare «l’espansione spirituale, politica, economica» lungo due «grandi secolari direttive di marcia», Asia e Africa: «Potrei anch’io additarvi gli obiettivi storici verso i quali devono puntare, in questo secolo, la nostra e le generazioni che verranno. Parliamo tranquillamente di un piano che va sino al vicino millennio : il duemila. Si tratta di sessant’anni appena. Gli obiettivi storici dell’Italia hanno due nomi : Asia ed Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardinali che devono suscitare l’interesse e la volontà degli italiani […]. Questi nostri obiettivi hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di tutte le grandi potenze occidentali d’Europa, la più vicina all’Africa e all’Asia è l’Italia. Poche ore di navigazione marittima, pochissime di navigazione aerea, bastano per congiungere l’Italia con l’Africa e con l’Asia. Nessuno fraintenda la portata di questo compito secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani. Non si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti e vicini e lontani, ma di un’espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione fra l’Italia e l’Oriente immediato e mediato. […] Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la sua funzione storica di collegamento fra l’Oriente e l’Occidente le dà questo diritto e le impone questo dovere. Non intendiamo rivendicare monopoli o privilegi […]».

Nel 1935 era giunto alla conclusione che c’erano «due argomenti essenziali, assolutamente irrefutabili e tali da chiudere qualsiasi tentativo di polemica sono due: i bisogni vitali del popolo italiano e la sua sicurezza militare nell’Africa Orientale». Mussolini dette inizio all’occupazione. dell’Abissinia. Le operazioni militari cominciarono all’alba del 3 ottobre 1935. Il 9 maggio 1936 Mussolini proclamò l’impero dell’Africa Orientale Italiana.

In pochi anni furono fatti ingenti investimenti nel territorio. L’impero fascista attuò una politica di forte discontinuità con il precedente colonialismo, che tenne al minimo le spese per le colonie d’oltremare, e costruì le infrastrutture, strade, case, ospedali e scuole. Le spese per le colonie nei primi anni furono notevoli. L’occupazione dell’Abissinia alla fine dei cinque anni, tanto durò Africa Orientale Italiana (AOI), si rivelò complessivamente un insuccesso in termini di sfruttamento economico.

L’interesse principale del Duce erano Asia e Africa, le due direttive storiche. La Sicilia, in mezzo al Mediterraneo, sarebbe stato il centro geografico dell’impero. Cominciava a rinascere la grandezza romana con il Mare Nostrum al centro. All’orizzonte però sorgeva un altro fronte: il riavvicinamento italo-tedesco, sancito con la visita di Mussolini a Berlino nel 1937, dalla quale ritornò molto impressionato per la perfetta organizzazione e la grandiosità dell’accoglienza e le parate, e dal tour di Hitler in Italia dell’anno seguente.

Riguardo ai rapporti con l’Asia l’invasione dell’Abissinia fu un faux pas perché gli alienò le simpatie dell’Oriente. In India lo stimavano e lo prendevano a modello per le riforme sociali e, in più, vedevano in lui la possibilità di un alleato contro la Gran Bretagna, ma a quel punto si chiesero: “E se un giorno facesse questo anche a noi? E soprattutto, come possiamo appoggiare un politico colonialista, noi che stiamo combattendo un regime coloniale?” In India fecero molte manifestazioni contro Mussolini, anche se era famoso e popolare. C’erano giornali, fogli e pamphlet dichiaratamente mussoliniani. C’erano anche fascisti e camicie nere indiane. Nel 1936 la situazione cambiò. Da una parte per tutti i leader indiani e per l’opinione pubblica c’era l’obbligo della solidarietà per un Paese aggredito ma, dall’altra, la guerra coinvolgeva altre forze in campo. Dopo l’invasione dell’Etiopia si tennero gli “Abyssinian Day” in varie grandi città, fra cui Calcutta e Allahabad. Subhas Chandra Bose però pubblicò a fine novembre 1936 un articolo su un quotidiano pro-Mussolini in cui si chiedeva se il conflitto non rappresentasse il prodromo di un conflitto a livello mondiale. In questo caso le truppe indiane dell’esercito britannico sarebbero state mandate a combattere in Europa. La solidarietà del popolo indiano per la causa etiope poteva essere sfruttata dai britannici. Fra le due fazioni pro e contro l’invasione italiana vinse la politica di equidistanza: né con Roma-Berlino-Tokyo né con la Corona Britannica.

Del patto Anticomintern abbiamo parlato. Con l’Afghanistan l’Italia ebbe sempre ottimi rapporti, da quando Mussolini, per primo al mondo, lo riconobbe come stato indipendente nel 1921. Questi si consolidarono quando il re Amanullah Khan si rifugiò a Roma, dopo che fu costretto a lasciare il trono al fratello, dal giugno del 1929 fin quasi alla dipartita, avvenuta nel 1960, beneficiando di un sussidio statale sotto forma di “elargizione di carattere privato concessa dal Re d’Italia”. Alla permanenza quindi venne data una veste non ufficiale, tanto per non scontentare nessuno. Nel corso del tempo tuttavia la presenza a Roma di Amanullah si rivelò spesso imbarazzante e creò periodici attriti: metteva in difficoltà l’Italia sia con Londra, che da una parte era contenta che il re fosse lontano da Kabul e dall’altra stizzita che gli fosse stato dato asilo, sia con Kabul, per via delle trame ordite dall’ex re contro Nadir – che gli successe al trono fino al suo assassinio, nel 1933 – e contro il figlio di Nadir che gli succedette, Zahir Shah, comandante in capo dell’esercito di Amanullah. Dopo Amanullah Shah anche Zahir Shah, l’ultimo re della storia afghana, dimorò da esiliato a Roma; ma il fascismo era caduto da trent’anni.

L’India durante la guerra mantenne una posizione neutrale anche se il nazionalista bengalese Subhas Chandra Bose venne a Berlino e Roma per chiedere a Hitler e Mussolini che firmassero una dichiarazione di indipendenza dell’India. Il dittatore tedesco non lo volle neanche ricevere. Si incontrò diverse volte con Mussolini, che lo appoggiò blandamente e indirettamente tramite la stampa ma non fece mai sua la dichiarazione ufficiale. Come sappiamo Chandra Bose ricostituì un esercito con gli indiani fuori della madrepatria e delle truppe giapponesi per invadere l’India e costringere la Gran Bretagna ad andarsene, con il pieno appoggio di Roma, perché alleata di Tokyo, ma fu sconfitto e dovette ripiegare. A Roma era stato anche costituito un piccolo esercito indiano.

Quali rapporti coltivò, il fascismo, col mondo islamico?
Il “mondo islamico” è davvero un concetto enorme, comprende sia il Vicino Oriente, i paesi arabi, la Cina islamica, parte dell’India, che prima della Partizione era un tutt’uno con il Pakistan – dove infatti confluirono i musulmani indiani dopo l’indipendenza – l’Afghanistan e parte dell’Africa. Nel capitolo “La spada dell’Islam” tratteggio le relazioni con alcuni Paesi islamici e il punto culminante della politica arabica del Duce che seguì il trionfale discorso «Ai mussulmani di Tripoli e della Libia», conosciuto come “La Spada dell’Islam”, del marzo 1937. Infatti Mussolini, dopo aver presenziato a Tripoli ad alcune cerimonie in città ed essersi intrattenuto con gli alunni della scuola elementare “Benito Mussolini”, andò nella radura di Bugara, dove apparve a cavallo sulla più alta duna, dove fu salutato con il triplice grido di guerra di duemila guerrieri arabi. Al rullo di tamburi, i cavalieri più valorosi offrirono al Duce la spada lampeggiante dell’Islam in oro massiccio intarsiato. Il primo dei dieci cavalieri, al momento della consegna, parlò a nome dei soldati e dei musulmani della Libia, «orgogliosi di sentirsi figli dell’Italia fascista», e offrirono al «Duce vittorioso, questa spada islamica, bene temprata. Vibrano accanto ai nostri, in questo momento, gli animi dei musulmani di tutte le sponde del Mediterraneo, che, pieni di ammirazione e di speranza, vedono in te il grande uomo di Stato, che guida con mano ferma il nostro destino».

Dopo questo discorso la stampa araba dell’Arabia Saudita, dell’Iraq, dello Yemen, della Palestina e dell’Egitto accolse molto favorevolmente la linea politica italiana, sperando che potesse essere adottata anche dalla Gran Bretagna e dall’Olanda.

Parliamo brevemente di Yemen, Palestina e Afghanistan. Nel 1926, dopo lungo lavoro diplomatico, ci fu la firma del Trattato di amicizia e di relazioni economiche tra l’Italia e lo Yemen, firmato dal governatore italiano dell’Eritrea e il re. Il desiderio di formalizzare il rapporto di amicizia fu fortemente voluto sia dal Governo italiano, perché lo Yemen costituiva il maggiore sbocco commerciale dell’Eritrea, colonia italiana sin dal 1890, sia da quello yemenita, perché con un atto internazionale se ne riconosceva per la prima volta l’indipendenza. Lo Yemen, che doveva diventare “l’hinterland dell’Eritrea”, era di grande interesse geostrategico per l’Italia perché poteva fungere da ponte fra la colonia italiana e l’Asia e poteva anche contrastare la presenza britannica e francese nel Mar Rosso. Gli scambi commerciali aumentarono notevolmente e il trattato, che fu un grande successo della diplomazia italiana, venne prorogato con un nuovo accordo che andava fino al novembre 1937.

Quanto all’intricata questione palestinese, Mussolini era favorevole al sionismo in funzione antinglese e come strumento di penetrazione nel Vicino e Medio Oriente; era invece nettamente contrario se vi aderivano gli ebrei italiani. A questo scopo, nel luglio 1927 vi fu la costituzione del Comitato Italia-Palestina, tenuto sotto stretto controllo dal Governo e considerato uno strumento unicamente italiano. La Palestina e la Giordania erano un mandato britannico sin dal 1922 e lo rimasero fino al 1948.

Nell’ambito delle relazioni politiche con i Paesi di religione islamica un caso a sé furono i rapporti con l’Afghanistan, al tempo molto distante da Roma non solo geograficamente, ma anche culturalmente. A stragrande maggioranza musulmana sunnita, il Paese era al centro degli interessi geostrategici delle grandi potenze. Alle influenze esterne, che in più occasioni hanno preso la forma dell’ingerenza e dell’occupazione militare, era da aggiungere l’estrema frammentazione etnica e il forte sentimento antibritannico. E sono proprio questi due fattori che il Fascismo cercò di sfruttare, durante la guerra, cercando l’appoggio dei guerriglieri Waziri di confine contro la Corona.

Il mondo arabo era così importante per Mussolini che vi furono rapporti privilegiati fra i vertici italiani e alcuni intellettuali e politici islamici, ad esempio il druso libanese Shakib Arslan; il re afghano a Roma Amanullah Shah; e l’indiano Iqbal Shedai, collaboratore del Governo italiano sin dal 1933. C’era però bisogno di una propaganda attiva e di avvicinarsi al mondo arabo parlando la loro stessa lingua. Nacque Radio Bari, inaugurata da Costanzo Ciano nel settembre 1932 in occasione della III Fiera del Levante. Fu fondata appositamente per favorire la propaganda italiana, che aveva perso prestigio in Medio Oriente soprattutto in seguito alla violenta repressione del 1931 del movimento dei Senussi, in Libia. Alle trasmissioni, perlopiù notiziari e programmi culturali, parteciparono molti personaggi di primo piano nel mondo islamico, provenienti da tutti i Paesi arabi, come il gran mufti di Gerusalemme, emiri, poeti ed eminenti intellettuali e famosi arabisti italiani. Radio Bari fu una specie di rivoluzione perché fu la prima emittente occidentale a trasmettere in arabo. Era considerata – e lo era – fortemente antibritannica, e Londra dovette correre ai ripari. Nel 1938 il BBC World Service di Radio Londra a Daventry dette inizio a un programma in arabo. Dopo Radio Bari si stabilì una specie di gara fra le emittenti europee alla ricerca del primato nella lingua e nell’affidabilità delle notizie. L’arabo non fu la sola lingua utilizzata dato che Radio Bari era internazionale e trasmetteva anche nei Balcani – Grecia, Albania, Bulgaria e Romania – in Turchia e in Estremo Oriente. Produceva programmi soprattutto in lingua araba, ma anche in greco, in farsi e in hindi. Radio Bari fu usata anche come mezzo di diffusione della cultura occidentale e fu imitata ben presto da altre emittenti europee. Radio Bari testimonia l’importanza della politica coloniale nel quadro di una politica espansionistica ben definita che guardava sia al Mediterraneo, veicolando la propaganda per la colonizzazione della Libia, sia al versante orientale, dall’Iran all’India. L’Italia, benché fosse un Paese colonialista nel Mediterraneo occidentale, si rappresentava come forza di liberazione per i Paesi arabi del Mediterraneo orientale oppressi dal dominio straniero, Francia e Gran Bretagna. La propaganda propugnava un nuovo ordine mediterraneo, contrapposto all’«imperialismo plutocratico» – definizione comune nella stampa del tempo e nei discorsi del Duce – di Francia e Regno Unito. La politica culturale veicolata dalla radio faceva da contrappunto alla politica estera.

Dal 1938, quando aveva pienamente sviluppato la foreign policy verso l’India, gli indiani Iqbal e Sardar Ajit Singh cominciarono a trasmettere quasi quotidianamente dei programmi di notizie in urdu e in hindi sia dall’EIAR di Roma, sia da Napoli. Allo scoppio della guerra mondiale fu affidata a Iqbal Shedai una trasmissione in hindustani e in inglese da una nuova emittente, rivolta specialmente agli ascoltatori britannici e ai musulmani indiani e afghani, per risvegliare in questi ultimi i sentimenti contro Londra. Si chiamava Radio Himalaya. Trasmetteva da Roma ma fingeva di trasmettere clandestinamente da Kabul. E i biondi figli della pallida Albione si ruppero la testa a cercare di capire dove fosse il luogo esatto da cui trasmetteva.

Per capire fino in fondo l’importanza di questa radio in Asia basta leggere le parole dell’ambasciatore Quaroni a Kabul: era l’unico mezzo per avere notizie dell’Occidente, tanto che proprio da Radio Himalaya seppe che nel giugno del 1940 l’Italia era entrata in guerra.

Un’altro segno concreto dell’amicizia delle popolazioni arabe fu che durante la guerra sostennero l’Asse e il 17 aprile del 1942 proclamarono il Gihad, la «lotta», cioè la lotta meritoria per l’affermazione dell’Islam, con la costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco dell’Italia e della Germania. Era il risultato della politica di Mussolini di avvicinamento al mondo arabo del Vicino Oriente antecedente all’invasione dell’Etiopia, quando fondò anche istituti e istituzioni quali la Camera di Commercio Italo-Orientale, la Fiera di Tripoli e la Fiera del Levante. Radio Bari costituiva la voce dell’amicizia fra Italia e Islam.

Che partita giocò, il regime, in Afghanistan?
L’ultimo capitolo del libro, “Afghanistan crocevia dell’Asia”, tratta i rapporti fra Roma e Kabul. Rapporti di reciproca stima da quando nel 1919 l’Italia riconobbe per prima l’indipendenza dell Paese e un paio d’anni più tardi strinse accordi economici e di collaborazione. Dall’Afghanistan era facile scendere in India, con cui fino al 1947 confinava direttamente. Scalzare i britannici e far camminare i legionari fascisti sulle sue coste era un’idea troppo allettante. E fu anche per questo che nel 1929 il re Amanullah, che aveva abbandonato il trono, trovò rifugio a Roma: ospitandolo, Mussolini faceva sì un favore alla Gran Bretagna, togliendolo dal teatro asiatico, ma anche un dispetto, serbando in petto la serpe fiera nemica del Raj; se poi il re fosse riuscito a ritornare sul trono di Kabul, Roma sarebbe saltata sul carro del vincitore e avrebbe avuto con l’Afghanistan rapporti del tutto privilegiati. Amanullah rimase a Roma fino alla sua dipartita, nel 1960.

Nel 1922 fu aperta la prima ambasciata d’Italia a Kabul. L’Italia sostenne a livello tecnico e finanziario l’ardito piano di modernizzazione di Amanullah inviando subito nel nord del Paese una missione mineraria. Nell’ottobre 1923 inviò anche cinquanta tecnici specializzati, medici e ingegneri, guidati da Giuseppe Mazzoli, Dario Piperno e Gastone Tanzi per costruire scuole, ospedali, ponti, dighe e strade. Contribuì anche alla costruzione di una moderna flotta aerea con la spedizione di due aeromobili costruite dalla Società italiana Caproni, che nel 1911 aveva realizzato il primo aereo italiano e durante la Prima guerra mondiale una serie di aerei bombardieri pesanti usati sia dalle forze italiane, sia da quelle francesi, americane e britanniche. La costruzione della nuova capitale tuttavia, nonostante quello che l’emiro aveva assicurato a Tanzi, fu affidata ad architetti e ingegneri tedeschi e francesi.

L’Afghanistan tornò di nuovo al centro delle mire dell’Occidente. La Germania voleva riprendere la leadership delle esportazioni in Medio Oriente e affiancò al progetto una politica estera che mirava alla penetrazione economica in Persia, Sinkiang, Mongolia e Afghanistan. Nell’aprile 1922 vi fu la rivolta delle popolazioni dei due protettorati russi di Bukhara e Khiva sostenuta da Amanullah, che fu repressa dalle truppe sovietiche. A questo seguì l’immediata reazione dei britannici, che offrirono aiuti economici per rafforzare la frontiera settentrionale afghana al confine con l’URSS e spinsero per la partnership economica di Kabul con la Repubblica di Weimar per rafforzare il fronte occidentale. Mussolini mandò industriali che andarono per il commercio di budelli di pecora e della seta e nel 1922 una missione mineraria presieduta dall’ingegnere Ferrari esplorò l’Afghanistan settentrionale.

Segno dell’amicizia fra Italia e Afghanistan fu l’apertura di una cappella cattolica all’interno della Legazione d’Italia. Dai tempi della conquista araba della Persia e dell’Asia centrale, iniziata nel VII secolo d.C., quella era la prima volta che un Governo musulmano autorizzava l’insediamento ufficiale di una presenza cristiana, anche se con il divieto di proselitismo. Gli accordi del 1921 la prevedevano ma solo nel 1932 si diede seguito alla richiesta. Nessuno dei vari regimi o sconvolgimenti politico-militari che hanno caratterizzato la storia afghana – la monarchia nelle sue molteplici declinazioni, la repubblica instaurata da Daoud, l’invasione sovietica, la riconquista dei mujaheddin, la guerra civile, l’Emirato Islamico dei talebani, la Repubblica Islamica dell’Afghanistan – ha mai portato all’espulsione della missione cattolica iniziata nel Ventennio, che anzi nel 1989 ha ricevuto il plauso del Ministero degli esteri afghano per la sua costante e tenace presenza nel corso dei difficili decenni. L’Italia su desiderio del governo afghano mandò a Kabul prevalentemente ingegneri e sanitari, in seguito anche capi-officina e istruttori militari per artiglieria, avendo fornito delle batterie all’esercito afghano. Nel 1928 l’Afghanistan mandò in Italia alcune decine di giovani destinati all’arma aerea, per esservi istruiti alla R. Accademia di Aeronautica di Caserta ed alla Scuola Specialisti di Capua.

Fra l’Italia e l’Afghanistan prima della crisi etiopica però ci fu un’altra e ben più profonda crisi, che portò quasi alla rottura delle relazioni diplomatiche, il cosiddetto “caso Piperno”. Nonostante gli italiani si fossero ben ambientati a Kabul e nonostante il favore che godevano presso l’emiro, nel 1924 le autorità afghane arrestarono l’ingegner Piperno con l’accusa di avere ucciso con un colpo di rivoltella un gendarme, che voleva obbligarlo a presentarsi al posto di polizia. Pare che l’ingegnere avesse tentato di sedurre una donna afghana. Il cappellano italiano racconta che Piperno, che era stato assunto dal Governo afghano, lo aveva ucciso «preterintenzionalmente, in un accesso di nevropatia». In ottobre i parenti dell’ucciso firmarono una petizione all’emiro affinché Piperno fosse loro consegnato per la cerimonia del perdono. Nel gennaio 1925 con molta difficoltà la Legazione italiana pattuì con la famiglia il “prezzo del sangue”, contemplato nel diritto consuetudinario musulmano, secondo il quale spetta alla famiglia della vittima perdonare l’assassino in cambio del pagamento di un’indennità. Ottenuto il perdono dalla famiglia, l’emiro poteva concedere la grazia all’omicida. Ottenuto l’assenso dall’emiro, l’apposita cerimonia ebbe luogo, assieme al pagamento di 130.000 lire da parte della Legazione d’Italia. Piperno però rimase in carcere perché il tribunale afghano doveva prima emettere la sentenza e pronunciarsi sulla pena da infliggere. Mentre il Governo italiano trattava con le autorità afghane per il suo rilascio e rimpatrio immediato, Piperno, che era ebreo, fuggì dalla prigione dirigendosi a nord verso il Turkmenistan, una regione con una forte comunità ebraica, sperando così di uscire più facilmente dal Paese, aiutato dagli ebrei, piuttosto che dal territorio delle tribù islamiche.

A Mazar-i-Sharif però si costituì e venne condotto a Kabul. Ora la sua posizione si era aggravata. Tuttavia il Governo afghano dette alla Legazione d’Italia formali assicurazioni di un’amichevole composizione della cosa. Invece, senza pubblica discussione né alcun preavviso alla Legazione, Piperno fu sentenziato a morte e giustiziato in carcere. Da quel momento lo “scandalo Piperno” si aggravò, rendendo tesissime le relazioni diplomatiche fra i due Paesi. Alcuni membri italiani del PNF reagirono piuttosto male alla detenzione e all’esecuzione di Piperno e Mussolini minacciò di rompere le relazioni diplomatiche. La crisi fu superata grazie allo spirito conciliativo del Governo italiano e all’intervento personale di Amanullah. Roma concordò per la destituzione del comandante della polizia locale, le scuse ufficiali e una congrua somma in oro. Mussolini telegrafò all’emiro manifestandogli la sua soddisfazione e il desiderio di continuare fra i due Stati i rapporti di buona amicizia. Dato che in Afghanistan non c’era quasi niente che non potesse essere risolto da una compensazione in denaro, il Governo italiano ne aveva approfittato e aveva chiesto 7000 sterline d’oro. Nell’aprile 1926 giunse in porto il piroscafo Cracovia proveniente “dalle Indie” che recava a bordo seimila sterline in oro, rappresentanti l’indennità richiesta dal Governo italiano all’Afghanistan per l’uccisione di Piperno. La somma andò metà alla famiglia di Piperno e metà alle casse dello Stato. Con le scuse ufficiali del Governo afghano l’onore dell’Italia era salvo, lo Stato italiano aveva incassato una somma cospicua e anche Amanullah era soddisfatto perché aveva salvato la faccia giustiziando Piperno e, in più, aveva risparmiato 1000 sterline sulla somma pattuita.

Dopo questo incidente e la riparazione gli ottimi rapporti fra Roma e Kabul ripresero. L’Italia però era solo uno dei partner dell’Afghanistan e non il più importante. Per tutto il decennio 1920-30 vi fu una gara fra Berlino e Mosca per guadagnarsi più influenza sul suolo afghano, non solo economica ma anche politica, nonostante l’instabilità del Paese dovuta ai tradizionali conflitti etnici.

Alla fine del 1933 Zahir Shah divenne Re. Dopo che l’Afghanistan votò per l’abolizione delle sanzioni economiche all’Italia, deliberate dalla Società delle Nazioni in risposta all’attacco contro l’Etiopia, a metà del 1936, le relazioni fra Roma e Kabul ripresero con rinnovato vigore. Il cugino del re e governatore di Kandahar, Mohammed Daoud Khan, chiese di assistere alle nostre manovre militari estive; in autunno venne a Roma il ministro degli Esteri, in carica dal 1929 al ’38, che chiese e ottenne dei prestiti per acquistare degli armamenti prodotti dalle nostre industrie. Per l’Italia si apriva un nuovo spiraglio in Asia centrale.

Abbiamo visto che durante la guerra l’ambasciatore Quaroni prese contatti con il famoso quanto elusivo Fachiro di Ipi, il venerato capo dei guerrieri waziri che abitavano nella regione montagnosa all’odierno confine del Pakistan, per chiedere aiuto contro la Gran Bretagna, in modo da creare un diversivo dal teatro occidentale.

L’Afghanistan fu amico dell’Italia per tutto il periodo fascista. L’India si liberò dal giogo britannico nel 1947 e fu divisa in due Stati, la Repubblica Indiana e il Pakistan, da allora nemici. L’Afghanistan durante la guerra mantenne la neutralità, anche se in un secondo tempo dichiarò guerra alla Germania, ma non si schierò con gli Alleati, anche per la secolare inimicizia con la Corona britannica. Grazie agli ottimi rapporti stabiliti con Kabul anche l’ultimo re dell’Afghanistan, Zahir Shah, dal 1973 risiedette da esule a Roma per ventinove anni.

Che ruolo svolsero in tali vicende personaggi come l’esploratore Giuseppe Tucci, il console d’Italia in Cina, Gian Galeazzo Ciano e l’ambasciatore a Kabul Pietro Quaroni?
Svolsero un ruolo chiave. Ciano, insieme alla moglie Edda Mussolini, sviluppò grandemente i rapporti economici fra Beijing e Roma. Formichi fu invitato dal Nobel Rabindranath Tagore, durante le sue visite in Italia nel 1925 e ‘26, a tenere un corso di sanscrito all’università internazionale di Santiniketan, fondata da Tagore a circa 150 chilometri a nord di Calcutta, l’odierna Kolkata. Da lì chiamò a insegnare italiano il suo talentuoso allievo, Tucci, e insieme andarono in missione in Nepal. Erano missioni culturali ma, come scrisse Formichi, professore di sanscrito alla Regia Università di Roma e consigliere di Mussolini negli anni Venti per le questioni riguardanti l’India, «la cultura è il miglior mezzo per aprire la strada agli accordi diplomatici, politici ed economici». Formichi lasciò l’India alla fine dell’anno accademico per preparare la visita di Tagore, Tucci si fermò per quasi cinque anni con un mese circa di interruzione. Fu il personaggio chiave nella “politica orientale” di Mussolini. Grazie a lui, vero Indiana Jones ante litteram, non solo furono riportato in Italia preziosi thangka, i rotoli devozionali buddhisti dipinti, rari manoscritti antichi in sanscrito e tibetano, libri introvabili di religione e di medicina, reperti, statue e manufatti tibetani, ma scoprì in Nepal le vestigia di una grande dinastia che regnò dal 1200 circa 1779, quella dei Malla. Compì sette o otto spedizioni fra Tibet e Nepal, dette lezioni in varie università indiane e contemporaneamente svolse un’intensa attività di proselitismo e di “intelligence”, possiamo dire, per costruire rapporti utili per la causa fascista. Li trovò specialmente fra gli intellettuali e nazionalisti del Rinascimento bengalese.

Formichi e Tucci strinsero accordi culturali formali di scambi e borse di studio, sollecitati inizialmente da Tagore, con le sue idee universalistiche, che in Italia ne aveva parlato con Mussolini e altri gerarchi. L’allievo portò avanti l’opera, dopo che Formichi tornò a Roma, anche in Nepal e poi, dopo il fascismo, in Pakistan e in Iran. E naturalmente in Giappone, svolgendo un’attività frenetica, come ci dice lui stesso, per creare un terreno adatto politicamente e culturalmente all’alleanza fra Roma e Tokyo che portò non solo a patti culturali ma all’adesione dell’Italia al patto Anticomintern. Formichi, da parte sua, fu mandato a New York e in California e Alessandria d’Egitto. In USA era stato invitato dal rettore dell’Università di Berkeley a inaugurare la cattedra appena fondata di Cultura italiana e a svolgere un corso dall’agosto al dicembre 1928. Stette negli Stati Uniti sei mesi. Molte sue conferenze trattano della “civiltà fascista” e dei grandi classici della letteratura italiana.

Rimando i lettori curiosi di conoscere approfonditamente le avventure, le esplorazioni e le missioni di Tucci, il suo ambiente politico e culturale e le migliaia di politici, guru e pandit con cui ebbe rapporti, al mio libro precedente, L’esploratore del Duce. Le avventure di Giuseppe Tucci e la politica italiana in Oriente da Mussolini a Andreotti. Con il carteggio di Giulio Andreotti (Milano, 3a ed. 2014). Una parte del libro è dedicata anche al leale e fedele Formichi. Formichi e Tucci non furono gli unici mandati in Asia a svolgere attività culturale e diplomatica, ma furono i più famosi e quelli che portarono più risultati. Tutti gli altri personaggi del mondo della cultura, con pochissime eccezioni, sia orientali, in visita in Italia, sia italiani, gravitavano intorno a loro e furono cooptati da loro.

Enrica Garzilli è specialista di indologia e studi asiatici, collaboratrice di ricerca e docente di sanscrito, buddhismo, induismo e diritto indiano all’Università di Delhi e a Harvard (1992-2016) e di Religioni e culture dell’Asia e Storia del Pakistan e dell’Afghanistan alle Università di Perugia e Torino.

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link