Musei e cultura digitale. Fra narrativa, pratiche e testimonianze, Maria Elena ColomboProf.ssa Maria Elena Colombo, Lei è autrice del libro Musei e cultura digitale. Fra narrativa, pratiche e testimonianze pubblicato da Editrice Bibliografica: quali conseguenze ha prodotto l’esplosione della cultura digitale sui musei?
Viene percepita come una vera esplosione sorprendente in questi tempi di lock down, ma in verità è un mutamento che è in corso oramai da una ventina di anni. Ciò che la dimensione del digitale ha scardinato, con l’avvento del tipo di relazione di scambio determinata dallo sviluppo soprattutto del web 2.0, è stato per i musei, e non solo, una redistribuzione della parola. Ciascuno di noi può esprimersi e condividere una lettura di una situazione, un libro, una visita al museo, senza che alcuno possa condizionare o debba mutuare quel messaggio. Ma la grande novità sta nel fatto che possa mettersi in ascolto, e conoscere quale tipo di relazione i visitatori intrattengano con il museo. In secondo luogo, con l’avvento e la diffusione della disponibilità delle immagini delle opere delle collezioni on line, ad alta risoluzione e con licenza Creative Common 0, cioè a totale disposizione dell’utente, il museo è divenuto, per usare un’espressione di Lawrence Lessig da dispositivo RO (cioè Read Only, in sola esperienza passiva) a dispositivo fonte per il RW, cioè Read and Write, cultura messa a disposizione per il suo Remix, che dà appunto il titolo al saggio di Lessig. Nutrimento per l’industria creativa, insomma, esattamente come la vocazione per la quale furono create le accademie, come la Pinacoteca di Brera.

Che relazione esiste tra musei e cultura digitale?
In tutta teoria dovrebbe essere idilliaca, nel senso che il digitale è il mezzo ideale per dare corpo a tutto tondo alla missione del museo, che non è solo conservare, ma anche valorizzare e comunicare: senza queste ultime due mansioni, semplificate per brevità, il museo è solo una collezione e non l’organismo complesso di mediazione e interpretazione con l’oggi. Detto questo non possiamo non rilevare che dal punto di vista della formazione, dell’attitudine e della dimestichezza, in particolar modo in questo paese, un percorso professionalizzante anche sulla cultura digitale non è frequente per storici dell’arte, archeologi, museologi in generale. Dunque, come era naturale, i musei hanno reagito dapprima con sospetto, poi con malcelata riluttanza all’accettazione, obtorto collo, al bisogno di presidiare anche quel territorio per non essere obsoleti; ancora oggi pochi sono i modelli nei quali il digitale non è giustapposto al resto del museo, ma parte di un unico ecosistema che si muove e si migliora sulle medesime logiche e strategie condivise, sulla misurazione degli obiettivi, sull’ascolto dei propri pubblici.

Quali resistenze e opportunità genera l’incontro tra musei e digitale?
È stata in campo a lungo, spazzata via spero in via definitiva, la contrapposizione fra digitale e fisico, con una lettura secondo la quale il digitale dovrebbe stare al servizio della dimensione fisica, e non rischiare di sostituirla, facendo perdere visitatori (paganti). In realtà tale contrapposizione è del tutto errata: molti dei professionisti che ho intervistato hanno segnalato come la dimensione del web sia l’unica che ci consenta un’apertura internazionale, a miliardi di visitatori (sì, quelli digitali) che forse mai verranno a visitare fisicamente la collezione, e solo grazie al web invece la conoscerebbero e la farebbero parte del proprio patrimonio culturale e creativo.

Insomma, come ho voluto che comparisse anche nella quarta di copertina ben lungi dal doverci formare sulle fantomatiche potenzialità della realtà virtuale, siamo di fronte a domande culturali, filosofiche, antropologiche, etiche, sociali e politiche correlate alla dimensione del tempo e dello spazio, alla larghezza e al senso del fare cultura, ai processi vari e profondi di smaterializzazione e disintermediazione che hanno riguardato tanta parte dei nostri orizzonti quotidiani.
Insomma il digitale ha creato l’opportunità e il modo per essere sempre aperti, inclusivi, accessibili, e persino gratuiti. Una grande forma di restituzione del patrimonio.

È credo assodato che in realtà la relazione sul digitale possa invece -quando possibile – divenire relazione fisica.

Come si è articolata, al riguardo, la riflessione museologica e museografica degli ultimi anni?
Credo che la riflessione museologica abbia costituito le premesse per questo ben in anticipo rispetto all’arrivo del digitale. L’assunto della mia riflessione infatti è proprio che, dopo più di quarant’anni dalla formulazione di Cameron Duncan sulla trasformazione museologica dal museo “tempio”, cioè elitario, da riverire in silenzio, al museo “forum” luogo di incontri, di scambi, di sguardi e confronti diversi abbia potuto realizzarsi proprio per via del digitale. La collocazione degli strumenti digitali negli allestimenti e negli spazi, dal punto di vista museografico, è ancora oggetto di sperimentazione: la posizione degli strumenti, la loro vocazione, giocosa o informativa, il tracciamento, la considerazione di ciò che i colleghi anglosassoni chiamano il visitor journey che riguarda tutto ciò che collega il visitatore al museo, prima, durante e dopo la visita. Mi preme segnalare che in Italia sussistano anche ritardi del tutto infrastrutturali, quali la disponibilità che, dovrebbe essere oramai naturale, di reti wifi e di sedute dotate di possibilità di ricaricare la batteria dei device mobili comodamente, magari bevendo un caffè all’interno di un museo.

Il volume ha le sue premesse nelle interviste da Lei condotte a professionisti del digitale nei musei di tutto il mondo e pubblicate su Artribune: chi ne sono i protagonisti e quali le riflessioni, a Suo avviso, più significative?
I protagonisti sono coloro che hanno gestito la dimensione digitale di grandi musei, nazionali e internazionali. A loro sono grata per l’apertura e la generosità che hanno avuto nel dedicarmi il loro tempo per le 16 interviste. Da Nancy Proctor a Silvio Salvo, da Merete Sanderhof a Nicolette Mandarano, al notissimo Sebastian Chan, che ha rinnovato completamente i pubblici del Cooper Hewitt Design Museum di New York, abbassandone l’età media drasticamente.

Non ho preferenze significative su alcuno di loro, se non per legami personali e affettivi che naturalmente in questo discorso contano poco; direi anzi che il loro singolo valore si è potenziato nel confronto fra i diversi pareri: tutti certamente “addicted” e competenti, hanno tuttavia rivelato sfumature significative di differenza nel senso sociale e politico del fare, digitale e non, del museo, in gradazioni diverse.

In un mondo sempre più digitale, quale futuro, a Suo avviso, per i musei?
Posso esprimermi in un auspicio, più che in una previsione che non è nelle mie corde, nel senso che le alchimie fra le forme di governance, le competenze in gioco, le vocazioni delle dirigenze sono numerose e determinano ora e determineranno ancora esiti diversi. Credo però che la chiusura prolungata legata alla drammatica emergenza sanitaria abbia messo in luce per tutte le istituzioni, due punti: senza più resistenze, che il legame con i pubblici passa -anche- attraverso la rete e il digitale e, spero definitivamente, si è accantonato il pregiudizio secondo il quale il digitale sottrarrebbe attenzione alla dimensione fisica del museo, per concepire – mi si consenta!- il tutto come un unico ecosistema. Ecco, ora, in numerosissimi casi, rimangono da settare strategie identitarie e competenze per gestirle, il che non è poca cosa.

Maria Elena Colombo, laureata in Conservazione dei Beni Culturali, ha conseguito un Master in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali. Insegna Multimedialità per i beni culturali presso l’Accademia di Brera, al Master in Museologia, museografia e gestione culturale e alla Scuola di Specializzazione in Archeologia presso l’Università Cattolica di Milano

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