Murakami è il maestro, un vero prodigio, la sua padronanza nel convertire in parole l’essenza del mero sentimento, della metafisica più astratta, non ha eguali. Sapientemente s’insinua sotto la pelle straziando il cuore e l’animo del lettore che, caduto vittima delle sue spire, non può che pendere dalle sue parole stampate su foglio di grammatura sessanta.

Ma Murakami è solito indossare le vesti del noto traghettatore dantesco che, nel dissipare quella nube satura di cliché e ipocrisia, spalanca le porte di una Tokyo oscura e decadente, in cui precipitare nell’abisso del sadismo e della trasgressione basta uno schiocco di lingua.

Due affermazioni che incalzano tematiche distinte e che operano in spazi ben definiti, agli antipodi. Il romanticismo e il sadismo, il sacro e il profano, due cariche opposte che si annullerebbero nella collisione. Eppure, queste due affermazioni non potrebbero essere più accurate e precise.

Noi tutti conosciamo Haruki Murakami, celebre scrittore giapponese, autore di romanzi di formazione e di innumerevoli bestseller tradotti in tutto il mondo. Come Norwegian wood: l’incantevole storia di un amore scomodo e proibito tra Watanabe e Naoko, la fidanzata del suo migliore amico morto suicida. Kafka sulla spiaggia, il manifesto del realismo magico Murakaniano per eccellenza, oppure del romanticismo intrinseco ai viaggi spazio-temporali di Toru per ritrovare la moglie ne L’uccello che girava le viti del mondo o, ancora, quel non-luogo oscuro, quella stanza misteriosa dell’Hotel Delfino, la dimora solitaria di un eremita che chiamano “uomo pecora” in Dance, dance, dance…

Ebbene, come si può non paragonare Haruki ad un serpente? Un abile seduttore che gioca con la fragilità dei nostri cuori a colpi di parole?
Ma c’è spazio anche per un altro Murakami che, guarda caso, pare sia anche lui un celebre scrittore giapponese, nonché autore di bestseller tradotti in tutto il mondo. Il suo nome è Ryu Murakami.

Blu quasi trasparente è il suo romanzo di esordio che racconta una realtà cupa e violenta, che tratta tematiche dure e crude come l’overdose, il suicidio e l’insoddisfazione generazionale di una Tokyo in decadenza. Il romanzo breve, oltre a vincere due premi letterari, si guadagna immediatamente il favore della critica e presto diventa un bestseller internazionale. Raggiunge l’apice della notorietà con Tokyo Decadence, il suo fiore all’occhiello, considerato una delle opere più importanti del panorama erotico postmoderno e dalla quale è stato tratto l’omonimo film diretto dallo stesso Ryu Murakami. Il romanzo racconta la storia di diverse prostitute che, per sbarcare il lunario, sono costrette a piegarsi innanzi ai feticci e perversioni di una Tokyo sadica e spietata. Il suo indiscusso successo viene incoronato con Tokyo Soup, romanzo che racconta lo stato di una città ormai sconfitta dai vizi e dal denaro. Una realtà denudata da ogni morale, in cui l’intera economia ruota attorno al turismo sessuale e alle più indicibili depravazioni.

Come Haruki, anche Ryu, dunque, quando agita la penna veste le squame di un temibile serpente e, l’abbraccio caldo e avvolgente che il lettore percepisce, muta inesorabilmente in una stretta che pietrifica, obbligandolo a tenere gli occhi fissi su quelle realtà che soltanto lui ha il potere di raccontare.

Pensavo fosse finita qui, tuttavia, alla scoperta di un altro Murakami, mi sono dovuto ricredere. Il suo nome è Takashi Murakami, ma non fa parte del panorama letterario, la sua arte rientra nel campo della scultura e della pittura. È uno degli artisti più influenti della cultura nipponica contemporanea, le sue opere sono considerate icone pop monumentali, paragonabili al genio di Andy Warhol. Il suo lavoro è unico e avanguardistico, che meriterebbe un approfondimento in più. Magari in un altro articolo…

In conclusione, il mio consiglio spassionato è quello di lasciarvi avvolgere dalle spietati spire di Murakami e, in base alle vostre esigenze, scegliere con accurata attenzione da quale testa lasciarvi morsicare.

Piersilvio Volpato

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