Prof. Luigi d’Alonzo, Lei è autore del libro Motivare i demotivati a scuola edito da La Scuola: da cosa nasce la demotivazione e il disinteresse per la scuola?
Motivare i demotivati a scuola, Luigi d'AlonzoIn tutti i contesti scolastici, dalle scuole materne alle superiori, in tutte le regioni, dalla Sardegna al Veneto, alla Sicilia emerge il problema degli allievi che in classe non sembrano interessati alle proposte formative, non studiano, non si applicano, a fatica eseguono i compiti a casa, spesso presentano atteggiamenti di disturbo e occorre richiamarli in continuazione ad un atteggiamento personale corretto. Questi soggetti condizionano pesantemente la vita scolastica dell’intera classe tanto da assorbire, in termini di controllo, molte delle energie a disposizione degli educatori altrimenti destinabili ad altre azioni più prettamente legate all’insegnamento.
Il problema dei soggetti demotivati è molto serio. Viviamo in una società difficile e complessa, dove i progressi tecnologici incessanti sollecitano ad un continuo impegno d’aggiornamento personale gli individui che desiderano non essere schiacciati dalle circostanze, ma vogliono governare in modo autonomo e libero la loro esistenza. Chi non si impone di incrementare continuamente il suo bagaglio di conoscenze rischia di essere relegato ai margini di una società sempre più ardua da decifrare. L’allievo demotivato corre, perciò, un grave pericolo: di non arrivare a possedere le chiavi per decodificare i delicati meccanismi simbolici di una società sempre più in espansione, di rimanere ai margini di un sistema che ha poco tempo per prendersi cura dei più deboli, dei più fragili.

Ritiene che l’apatia, l’essere fisicamente presenti in classe ma mentalmente assenti, siano fenomeni acuitisi negli ultimi anni?
I dati sul malessere della nostra scuola sono palesi. I nostri allievi non raggiungono i livelli dei ragazzi di altri Paesi a noi molto vicini come cultura e come sviluppo. È indubbio, inoltre, che la scuola sia veramente in crisi, non mostrandosi, con i dati incontrovertibili alla mano, capace di offrire ai nostri allievi una formazione seria e di qualità. Il numero delle bocciature è impressionante, gli ultimi dati pubblicati dal MIUR, ci dicono, ad esempio, che nella scuola secondaria i non ammessi all’anno successivo furono oltre 318 mila (5° anno escluso) su 2.108.146 alunni complessivi, pari al 15,1%, con una dispersione complessiva del 28%, segno innegabile di correlazione fra bocciature e abbandoni.

Percentuale di bocciati per scuole (5° anno escluso):

  • istituti professionali: 27,5% (tasso di abbandoni è vicino al 40%)
  • istituti tecnici: quasi il 20% (tasso di abbandoni vicino al 30%)
  • licei classici: 5,3% (tasso di abbandoni vicino al 19%)
  • licei scientifici: 7,5% (tasso di abbandoni vicino al 22%)
  • ex-istituti magistrali: 10,8% (tasso di abbandoni vicino al 25%).

Inoltre emerge sempre, in tutte le rilevazioni, la grande criticità del 1° anno di corso con il 21,7% di bocciati, pari a oltre 130mila ragazzi; nel 2° anno di corso la percentuale dei ragazzi respinti è stata del 13,2% (quasi 70mila), nel 3° anno del 12,6% (oltre 64mila respinti) e nel 4° anno del 10,6% (50mila respinti).

Anche la proposta formativa della scuola secondaria di primo grado non è in grado di intercettare le esigenze dei preadolescenti, non si sa più che cosa sia questa “scuola di mezzo” fra la primaria e la secondaria di secondo grado; numerosi docenti che vi insegnano non ne conoscono scopi e prospettive avendo in molti casi smarrito il senso di un impegno educativo capace di corrispondere alle attese di un’età oramai profondamente mutata dagli anni in cui questo ciclo fu istituito nel 1962. L’art.1 della Legge 1859 che ha istituito la Media Unica recita: “La scuola media concorre a promuovere la formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla Costituzione e favorisce l’orientamento dei giovani ai fini della scelta dell’attività successiva”. È a tutti chiaro, oramai, come tale irrinunciabile finalità abbia necessità di essere raggiunta attraverso proposte al passo con le esigenze formative di ragazzi sempre meno disponibili a rispettare ritmi e modalità scolastiche di 50 anni fa.

La scuola primaria, da sempre fiore all’occhiello della proposta formativa del nostro Paese, riesce, per ora, a contenere le scosse di un mondo sempre più in cambiamento e sempre meno disponibile alla serena riflessione educativa. I risultati ne testimoniano i relativi successi, nella ricerca TIMS (Trend in international mathematics and science study), (4° classe scuola primaria) – 2007, L’Italia in Europa, sia in scienze (107> 102) che in matematica (101>99), è superiore alla media. In particolare raggiunge l’8° posto per la matematica ed il 4° posto per le scienze, mentre nel mondo raggiungiamo il 16° posto per la matematica ed il 10° posto per le scienze.
Vi è poi il tema della dispersione scolastica il cui quadro è molto preoccupante: in Italia arriviamo al 17.6% (700 mila), il dato aumenta al Sud Italia, dove è al 22,3%, mentre al Centro-Nord si attesta intorno al 16%. Se paragoniamo questa situazione con quella degli altri Paesi lo sconforto che ci assale è grande. Nell’Unione Europea la percentuale della dispersione arriva in media al 14.1 %, in Germania è 10,5%, in Francia 11,6%, nel Regno Unito 13,5%.

Quali strategie è possibile adottare da parte degli insegnanti per superare la demotivazione alla scuola?
La responsabilità degli insegnanti è grande, le competenze tecnico-disciplinari si devono fondere con quelle formative. Con gli allievi demotivati e difficili occorrono, inoltre, una volontà ed un’intenzionalità educativa non comune. Questi soggetti non sono certamente facili sul piano relazionale, spesso rifiutano il contatto interpersonale e quando ciò avviene, il collegamento fra educando ed educatore si pone su un sentiero molto precario ed instabile, irto di asperità. La difficoltà della relazione non permette di intravedere risultati immediati e la meta sembra sempre molto lontana. Questi soggetti hanno anche un’altra caratteristica che certamente ostacola il rapporto educativo: sovente risultano antipatici. Il loro atteggiamento di contrapposizione, di rifiuto, a volte insofferente, a volte passivo, sempre comunque demotivato nei confronti della proposta formativa, li rende poco gradevoli. Non bisogna dimenticare, poi, i problemi che tali atteggiamenti creano nel gruppo classe  e che rendono invisa la persona anche agli stessi compagni.
È compito degli insegnanti, però, operare in modo che anche gli allievi demotivati riescano ad acquisire i requisiti culturali e sociali indispensabili per inserirsi in questa società come cittadini capaci di dare un loro contributo al bene comune. Tutto ciò non è semplice, le ricerche nel campo della motivazione scolastica negli ultimi anni ci offrono, però, degli agganci e dei supporti interessanti.

  1. Attenzione ai bisogni. Un insegnante non può operare con gli allievi senza considerare i loro vissuti, le loro gioie e i loro dolori, le esperienze che sin dai primi anni di vita si hanno, incidono profondamente sulla motivazione scolastica.
  2. Il “successo” come aspirazione dell’uomo. L’uomo opera ovunque per ottenere il successo nelle sue azioni. A nessuno fa piacere riscontrare che il proprio impegno non ha sortito risultati positivi.
  3. Le giustificazioni personali dei risultati. Particolarmente importante per la motivazione scolastica sono le attese del soggetto nei confronti della propria esperienza. Ogni allievo porta con sé in classe un carico di aspettative, di speranze di desideri più o meno concreti, più o meno reali nei confronti del proprio futuro scolastico. Tali attese concorrono a motivare la persona ad un impegno proficuo. Le conseguenze di queste aspettative, però, possono inficiare l’impegno scolastico e l’interesse nei confronti dello studio, infatti, se i risultati ottenuti alla prova concreta dei fatti non corrispondono alle attese dell’allievo, possono insorgere gravi conseguenze nei confronti dell’impegno scolastico.

Come i genitori possono contribuire al superamento del disinteresse scolastico nei figli?
I genitori devono credere nella scuola e negli insegnanti. Avere fiducia nelle capacità educative e didattiche dei docenti. Non si “costruisce” nulla sul piano formativo se i genitori non comunicano in modo formale ed informale ai propri figli la loro stima nei confronti dei docenti.

Luigi d’Alonzo è professore Ordinario di Pedagogia Speciale all’Università Cattolica di Milano, Direttore del Centro Studi e Ricerche sulla Disabilità e la Marginalità (Cedisma), Coordinatore della Laurea Magistrale in Consulenza Pedagogica per la Disabilità e Marginalità nonché Direttore del Master universitario in Didattica e psicopedagogia per alunni con disturbo autistico e del Corso di specializzazione per insegnanti di sostegno.

image_pdfScarica in PDF
NON PERDERTI LE NOVITÀ!
Iscriviti alla newsletter
Iscriviti
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link