“Morchia” di Ermanno Serlenga

Morchia, Ermanno SerlengaMorchia
di Ermanno Serlenga
Historica Edizioni

La morchia è il sedimento grasso e scuro dei motori ed è un ricordo costante nella mente di Santo Caligiuri, detto Mano di Pietra, perché il padre, che lavorava come carrozziere, era sempre sporco di quella morchia. Quando era piccolo Santo non si capacitava di come il padre potesse accettare di vivere così, sempre stanco e sporco, a causa del lavoro che faceva. E ora, che è appena uscito di prigione, quelle mani paterne sporche di morchia sono un’immagine ricorrente nei suoi pensieri.

Santo e l’amico Pasquale non sono certo eroi, anzi vivono immersi in un ambiente criminale tossico e violento. Sono essi stessi criminali. Ma qualcosa smuove Santo quando si innamora di Yun, una prostituta vittima della tratta di esseri umani gestita dal perfido Feng Ye. In cambio della liberazione della ragazza, Santo accetta di trasportare un camion pieno di droga. La storia da qui in poi si complicherà fino a precipitare in maniera vertiginosa.

Il bello di questo libro però è che il senso della storia non sta nel finale, bensì nel viaggio e nel motivo per cui viene intrapreso. Mentre infatti in molte storie è la fine a dare significato a tutto il resto, qui ad avere importanza è il percorso che il protagonista sceglie di intraprendere.

Lo stile crudo e diretto dell’autore riflette perfettamente la durezza del mondo in cui i personaggi si muovono. In questo ambiente violento e corrotto riescono però a essere temi centrali l’amicizia, la ricerca della libertà e soprattutto della redenzione. Quest’ultima in particolare è essenziale per il protagonista.

In prigione Santo ha letto Dostoevskij e nel tormento e nella sofferenza di questo autore ha capito molte cose che lo hanno portato verso una riflessione personale e di conseguenza verso un certo cambiamento. Ha capito infatti molte cose su di sé e sul mondo che lo circonda.

«Tipo che si vive una sola volta ’sta vita di merda, che non c’è un paradiso o un inferno, che chi ha l’anima o ce la rimette per sempre o la spreme come un limone per qualcun altro, e che non c’è redenzione.»

Forse è vero che non esiste possibilità di redenzione, eppure Santo la cerca, così come la cerca il protagonista di Delitto e Castigo. È lo stesso Santo a ricordare come quest’ultimo si senta in colpa per il crimine che ha compiuto e non riesca a trovare pace, finché non espia i suoi peccati, grazie anche alla donna che ama.

Questo è proprio ciò che accade anche a Santo, che ha l’occasione di fare la cosa giusta quando si trova davanti una giovane donna, prigioniera di un destino orribile. Decide di aiutarla e liberarla, anche a costo della sua stessa vita.

Poco importa se Santo riesce a liberare Yun o se lei resta con lui oppure se ne va. Poco importa in fondo anche se Santo sopravvive o muore. L’importante è che, dopo una vita di crimini e violenze, Santo ha finalmente fatto qualcosa di buono. Ha avuto l’occasione per redimersi e l’ha colta.

Anche le sue mani erano sporche, ma di uno sporco diverso da quello del padre. Uno sporco fisico, emotivo, morale. E ormai era convinto che sarebbero rimaste per sempre così, perché lui non sarebbe mai riuscito a rimediare ai propri errori e a redimersi, così da poter pulire via quello sporco.

Invece Santo ci riesce e questa è l’unica cosa che conta. Le mani del padre, che lui continua a rivedere nella sua testa, ora non sono più sporche di morchia ma sono finalmente pulite. Quella stessa visione che era diventata quasi un’ossessione colpevole diventa così una visione pacifica. Perché finalmente Santo ha fatto qualcosa di buono e, sì, la redenzione a volte è davvero possibile.

Alessandra Trinci