“Montesquieu. Tra stoicismo e federalismo” di Domenico Felice

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Prof. Domenico Felice, Lei è autore del libro Montesquieu. Tra stoicismo e federalismo edito da ETS: quale importanza riveste, nella storia del pensiero, il filosofo francese?
Montesquieu. Tra stoicismo e federalismo, Domenico Felice«Non vi è un solo evento rilevante, nella nostra storia recente, che non possa rientrare nello schema di intuizioni tracciato da Montesquieu». Questa celebre citazione da Hannah Arendt testimonia il potente fascino e l’influenza che le concezioni del filosofo di La Bréde hanno esercitato non soltanto in epoca moderna, ma anche più recentemente, grazie alla molteplicità delle questioni che egli affronta nelle sue opere e grazie alla fisionomia delle riflessioni in ambito filosofico-politico, giuridico e sociale.

Le innovazioni di Montesquieu si sostanziano, ad esempio, in tematiche come quelle riguardanti il modo di concepire il dispotismo, inteso alla stregua di una forma indipendente di governo, o anche quelle concernenti il principio della tripartizione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario), della loro divisione e del loro controllo reciproco all’interno di uno Stato; oltre a ciò, non vanno trascurate la sua teoria dell’esistenza di uno «spirito» peculiare di un popolo, la sua analisi dedicata alla proporzionalità tra pene e delitti, le sue riflessioni sulla distinzione tra delitto e peccato e il suo totale rifiuto della pratica della tortura. Non va peraltro dimenticato che, all’interno della cultura filosofico-politica occidentale moderna, è quest’autore a elaborare, per la prima volta, l’idea di repubblica federativa «in base alla quale parecchi corpi politici acconsentono a divenire cittadini di uno Stato più grande che essi intendono formare».

Estrapolando, a mo’ di esempio, uno dei temi fondamentali elaborati da Montesquieu, come quello della republique féderative, notiamo come essa abbia origine da un accordo stipulato tra diversi «corpi politici», o Stati, che concordano nell’associarsi e nel divenire membri di uno Stato più grande. Le riflessioni del filosofo bordolese sottolineano che «questo tipo di repubblica [è] in grado di resistere alla forza esterna» e può «conservare la sua grandezza senza corrompersi all’interno: la forma di questa società previene tutti gli inconvenienti». Infatti, nel caso in cui uno Stato federale cercasse di accrescere indebitamente il proprio potere, verrebbe limitato dagli altri membri dell’agglomerato; inoltre, nel caso in cui questo stesso Stato diventasse troppo potente, gli altri si allarmerebbero e, anche se riuscisse ad ampliare i propri confini, verrebbe tenuto a freno da quelli che godono ancora di libertà, impedendogli in questo modo di divenire predominante e sbilanciare l’equilibrio che deve essere alla base della federazione. Non solo: pure l’eventuale abuso di potere da parte di alcuni membri verrebbe corretto dagli altri confederati. La costituzione federativa, a giudizio del pensatore d’Oltralpe, deve essere composta di Stati liberi (cioè moderati o non dispotici, meglio se Stati repubblicani). In più, all’interno della repubblica federativa delineata dal filosofo francese, ogni potere statale viene controbilanciato da un altro, cosicché il bene della confederazione è anteposto anche al bene dei singoli Stati associati, i quali riescono a instaurare la pace grazie a questa particolare struttura organizzativa. Perciò, è Montesquieu, e non Kant, il grande antecedente teorico e l’inventore in età moderna di questa forma costituzionale, la cui realizzazione ex novo negli Stati Uniti d’America deve non poco al pensatore transalpino.

In che modo lo stoicismo, il realismo e l’antidispotismo caratterizzano il pensiero di Montesquieu?
Montesquieu risente in profondità degli insegnamenti degli Antichi e si mostra influenzato in special modo da quelli di Marco Aurelio e da quelli contenuti nel De officiis di Cicerone, secondo i quali esiste una gerarchia di doveri (quelli particolari vengono dopo o sono inferiori ai doveri dell’uomo), così come esiste una gerarchia di beni (il bene della patria è inferiore al bene del genere umano). Ciò che maggiormente affascina l’autore francese è sia la concezione ciceroniana di una morale pratica che consiste nell’esercizio della giustizia e che viene intesa come una condotta generale di vita, rivolta non solo al singolo ma a tutti gli esseri umani, sia l’idea marcoaureliana dell’esercizio della virtù della giustizia identificata come un dovere morale, una ricerca continua condotta dall’individuo e – come insegna Pierre Hadot – un esercizio spirituale. Del resto, è anche a partire dai precetti morali stoici che Montesquieu inizia ad asserire la duplicità della natura umana, caratterizzata da egoismo, da un lato, e da virtù, intesa come altruismo ed esercizio della giustizia, dall’altro. Ѐ proprio nella convinzione che la virtù della giustizia risulti connaturata all’uomo che si ritrovano i princìpi dello stoicismo del pensatore francese, in base ai quali è necessario mostrare agli uomini la necessità che agire in vista del bene della comunità fa parte della natura umana in quanto tale.

La giustizia, fondandosi sui doveri reciproci e chiamando in causa il rapporto con tutti gli uomini, rende possibile l’armonia tra i beni e i doveri individuali e i beni e i doveri del genere umano. In senso più ampio, poi, la considerazione della duplice natura umana, e in questo emerge un forte realismo da parte del pensatore francese, porta il Bordolese a distinguere la politica intesa come scienza di astuzia e di artificio, detta «falsa politica», dalla «vera politica», che può consistere solamente in una condotta cauta e ponderata, nonché nell’esercizio di virtù quali la probità, la naturalezza, la moderazione e la discrezione.

La «vera politica», secondo il filosofo transalpino, è quella che tiene in considerazione sempre l’interesse comune dei cittadini e non piega gli eventi in base alle ambizioni personali di chi detiene il potere. Questo aspetto mi permette di agganciarmi alla questione dell’antidispotismo montesquieuiano. Il pensatore francese, diversamente dalla tradizionale tassonomia aristotelica, individua tre possibili forme di governo: monarchia, repubblica (che può essere o aristocratica o democratica) e dispotismo; quest’ultimo, per la prima volta, è considerato non come la degenerazione del potere monarchico, ma come una forma autonoma e a sé stante di governo, caratterizzata dall’accentramento di tutti i poteri nelle mani di uno solo (o, meno di frequente, di un gruppo di individui).

Nell’Esprit des lois, Montesquieu applica alla rivoluzionaria tripartizione dei governi un’ulteriore divisione in moderati e dispotici. Tale bipartizione è stabilita in rapporto al quantum di libertà politica che ciascuno di essi è in grado di produrre in base alla propria peculiare organizzazione dei poteri. Solo in un governo in cui il potere giudiziario, quello esecutivo e quello legislativo sono attribuiti a differenti organi e per cui ogni potere è controbilanciato da un altro, è possibile raggiungere lo scopo fondamentale della politica: la libertà. Ѐ bene, peraltro, precisare che Montesquieu distingue la «libertà filosofica», consistente nell’esercizio della propria volontà da parte di un individuo o – quanto meno – nella convinzione che questi ha di esercitare la propria volontà, dalla «libertà politica», che non consiste affatto nel fare ciò che si vuole, ma solamente nel fare ciò che le leggi permettono; non solo: la liberté politique consiste anche in quel senso di sûreté dal quale deriva la tranquillité d’esprit assicurata da un governo che impedisce che un cittadino possa temere un altro cittadino.

A causa della totale concentrazione dei poteri nelle mani del despota, che li esercita secondo i suoi capricci, e quindi illegalmente, i regimi dispotici appaiono strutturalmente incapaci di produrre libertà e in essi gli individui vivono in un costante stato di oppressione, ragion per cui, secondo Montesquieu, sono immoderati o illimitati. Conseguentemente, solo i governi di tipo monarchico e repubblicano risultano essere moderati, in quanto i detentori del potere sono sottoposti a vincoli e governano secondo leggi condivise e sono contraddistinti da qualche forma di distribuzione dei poteri, compresa l’imprescindibile separazione del giudiziario dagli altri due.

Quali riflessioni svolge il filosofo in difesa della dignità umana?
Rispondo a questa domanda soffermandomi sul contributo offerto dal Bordolese nel contesto del coevo dibattito riguardante la riforma in senso umanitario del diritto penale, portata avanti dagli Illuministi. Innanzitutto, secondo Montesquieu, è unicamente attraverso la ragione che risulta possibile raggiungere mitezza e benevolenza, poiché la ragione induce a comportarsi con umanità. Di conseguenza, si deve intervenire nell’ambito in cui la libertà e la dignità umane sono più minacciate, cioè quello della giustizia penale. Di straordinaria originalità sono le sue riflessioni riguardo alla necessità della proporzionalità della pena, la quale deve essere un deterrente per il controllo sociale e non considerata una forma di vendetta; in altre parole, le pene devono servire non a vendicarsi, ma esclusivamente a rimediare alle violazioni dei diritti individuali, garantendo le libere attività dei cittadini. Lo scopo della pena, perciò, non è tormentare il colpevole, ma impedire che si commettano dei delitti. La crudeltà della pena è inutile per il raggiungimento del fine, ossia la prevenzione dei delitti; d’altro canto, il pensatore transalpino individua un rapporto diretto tra libertà e diminuzione della severità delle punizioni: un governo moderato, per essere tale, al contrario di quello dispotico, deve necessariamente mitigare le pene in base ai crimini commessi dai cittadini al fine di prevenire i delitti. Particolarmente emblematiche, riguardo all’umanizzazione del diritto penale, sono le considerazioni di Montesquieu sull’abolizione della tortura giudiziaria in quanto «strumento d’imperio» inutile e lesivo della dignità umana. Al di là di tutto, comunque, occorre ricordare che il filosofo transalpino è stato il promotore del fondamentale principio della tripartizione dei poteri, aspetto che riveste grande importanza nell’ambito della difesa della dignità umana e che costituisce una delle principali innovazioni teoriche di Montesquieu.

Qual è l’eredità di Montesquieu?
Nella risposta alla prima domanda ho esordito citando una famosa frase di Hannah Arendt che può ben essere illuminante pure nel rispondere a quest’ultima domanda. Montesquieu, proprio in virtù di quanto ho affermato fin qui, ha lasciato ai posteri un’eredità di grande spessore sotto vari aspetti.

L’analisi di un concetto come quello di despotisme de la liberté, coniato da Jean-Paul Marat, per indicare l’esperienza politica dei giacobini francesi; oppure la distinzione, elaborata da Benjamin Constant, tra «dispotismo indiretto» (o «dei moderni»), che egli applica alla Francia post-rivoluzionaria di Napoleone e «dispotismo diretto» (o «palese») che designa l’oppressione del dominio giacobino; o la nozione di despotisme de la majorité, alla quale Alexis de Tocqueville ricorre quando si sofferma sulla giovane democrazia americana; oppure ancora il concetto di «dispotismo idraulico» cui ricorre Karl August Wittfogel e i suoi punti di vista intorno alla connessione fra le opere idrauliche e la centralizzazione del potere imperiale cinese, sono solo alcuni degli esempi che testimoniano l’incidenza delle teorie del Bordolese sull’intera tradizione filosofico-politica occidentale.

Va inoltre ovviamente sottolineato che i cardini del pensiero montesquieuiano sono incorporati in tutte le costituzioni delle repubbliche e monarchie moderne, con particolare riguardo al principio della divisione dei poteri e a quello dell’autonomia e indipendenza della magistratura.

Numerosi sono i nodi cruciali della modernità discussi da Montesquieu, soprattutto nell’Esprit des lois, il suo capolavoro, spaziando dal processo di laicizzazione dello Stato al concetto di libertà politica, dalla natura del potere giudiziario alla funzione del policentrismo in seno alla società, dalla descrizione dei compiti del legislatore ai caratteri della filosofia penale illuminista, dai presupposti dello sviluppo economico nazionale alla riforma tributaria fondata sulla moderazione fiscale e sul ridimensionamento del ruolo degli appaltatori, dalla recisa condanna della schiavitù in tutte le sue forme all’importanza dell’esprit germanico nella costruzione dell’identità europea. E quest’assiduo impegno intellettuale lo porta sia a gettare le fondamenta di una scienza empirica che parte dai fatti accuratamente rilevati per risalire alle cause e alle leggi generali che li spiegano sia ad elaborare concezioni che stanno alla base dell’odierno Stato di diritto. Tutto ciò rende l’opus maius di Montesquieu non solo uno dei primi organici tentativi di fondare una ‘sociologia’ universale dei sistemi politici e un testo ‘classico’ della cultura liberale e costituzionale (da leggersi anche – e soprattutto – nei momenti di crisi), ma pure una delle trattazioni più acute e influenti mai dedicate alla nascita storica del comune ‘sentire’ europeo, cioè di quel complesso ‘morale’ e ‘culturale’ capace di trascendere il nudo dato geografico.

Domenico Felice ha insegnato Storia della filosofia all’Università di Bologna. Ha curato Tutte le opere (1721-1754) e gli Scritti postumi (1757-2006) di Montesquieu (Bompiani 2014 e 2017), il Dizionario filosofico (insieme con Riccardo Campi, Bompiani 2013), il Commentario sullo «Spirito delle leggi» (Ets 2011) e il Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni di Voltaire (Einaudi 2017). Ha curato anche diverse opere collettive, come Montesquieu e i suoi interpreti (2 voll., Ets 2005) e Leggere «Lo spirito delle leggi» di Montesquieu (2 voll., Mimesis 2010). Tra le sue monografie: Oppressione e libertà. Filosofia e anatomia del dispotismo nel pensiero di Montesquieu (Ets 2000), Pour l’histoire de la réception de Montesquieu en Italie (1789-2005) (Clueb 2006), Montesquieu: An Introduction (Mimesis International 2018). Dirige la rivista elettronica internazionale «Montesquieu.unibo.it».

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