“Mondi di carta. Materie prime, usi e commerci in età moderna (XVI-XIX secc.)” di Giorgio Dell’Oro

Prof. Giorgio Dell’Oro, Lei è autore del libro Mondi di carta. Materie prime, usi e commerci in età moderna (XVI-XIX secc.) edito da Carocci. Perché si può affermare che la carta e i prodotti cartari siano stati alla base dello sviluppo politico e culturale della società odierna
Mondi di carta. Materie prime, usi e commerci in età moderna (XVI-XIX secc.), Giorgio Dell'OroLa carta realizzata con stracci e colla, invenzione messa a punto a Fabriano nel Medioevo, ha caratterizzato vari secoli della storia europea e mondiale. Tale prodotto ha consentito di avere un supporto per scrivere resistente e che, a differenza della pergamena, si poteva riprodurre abbastanza facilmente e con costi relativamente contenuti.

Fino al XIV-XV secolo le realtà statuali raramente erano in grado di avere il controllo diretto del loro territorio e risultava assai arduo imporre le decisioni in modo capillare, ma con il nuovo materiale divenne facile replicare in più copie gli ordini, le richieste, le indicazioni e così via. In questo senso fu la carta a permettere l’unificazione politica e territoriale, che infatti prese avvio proprio nel Quattrocento, poiché consentì di accrescere gli strumenti di controllo burocratici, economici e finanziari.

In breve tempo la carta e le materie per produrla, stracci e colla, divennero beni essenziali al funzionamento degli ingranaggi statali, ma anche della società nel suo insieme. Grazie alla carta si poterono sviluppare e diffondere idee e opinioni, oggi date per scontate, come i concetti di nazione e di rappresentanza, essa fece nascere una opinione pubblica e permise la realizzazione di una economia e una finanza globalizzata; inoltre, grazie ad essa, si formarono reti di comunicazione e di conoscenze condivise. Tale effetto crebbe poi in modo esponenziale con la scoperta della stampa, ma la stampa senza la carta sarebbe stata come una bicicletta senza ruote… pensate alla figura di Lutero, senza la possibilità di far circolare le sue idee sarebbe stato probabilmente uno dei tanti eretici o mistici, come quelli che hanno popolato il Medioevo, che non hanno mai fatto crollare il potere costituito.

Per spiegare il ruolo avuto dalla carta nei tempi passati, nel libro faccio un parallelo con i nostri giorni. Immaginiamo di considerare i sistemi di comunicazione attuali: le materie prime per fabbricare computer e sistemi elettronici, per esempio il litio o le terre rare, possono essere paragonate a quelle in uso nel passato per produrre carta, cioè stracci di fibre vegetali (prevalentemente di lino e canapa) e colla (vegetale o animale); con l’elaborazione di queste materie si creava la carta, che costituiva l’hardware dell’antico sistema, infine, la scrittura e la stampa erano gli attuali software. Provate ora a pensare a un mondo senza cellulari, sistemi elettronici e reti informatiche… tutto si fermerebbe, l’economia collasserebbe, gli Stati non sarebbero più in grado di far rispettare ordine e leggi, gli eserciti sarebbero allo sbando. Ecco, questo era la carta fino al XX secolo. Per gli Stati, stracci, colla e carta, erano quindi beni strategici assolutamente necessari, senza carta non erano in grado di funzionare, rischiando così di finire alla mercè dei nemici.

A leggere oggi che stracci usati e avanzi di macelleria per fare la colla fossero considerati materiali preziosi può far sorridere, ma nel passato questi erano oggetto di intensi traffici e di commerci illegali. A questo proposito mi sembra utile ricordare un paio aneddoti. Il primo ci porta nella seconda metà del Seicento. In questa epoca l’Italia settentrionale era teatro di continui scontri tra Spagna, Francia e Impero asburgico. Il ducato sabaudo, con notevoli investimenti e sforzi, aveva una produzione di carta ormai notevole ed emerse come uno stato ben organizzato, efficiente e con un esercito temibile; invece nel confinante Stato di Milano, sotto la dominazione spagnola, la carta da scrivere e da stampa era quasi tutta di importazione e a volte mancava del tutto, il che si rifletteva in una grave crisi economico-sociale e in una incapacità a reagire efficacemente in ambito bellico. Il secondo riguarda la Guerra d’Indipendenza statunitense. Nei libri di storia siamo abituati a leggere che la rivolta fu innescata per le sempre maggiori imposizioni sui beni di consumo e che la scintilla fu il Boston Tea Party. Indubbiamente il tè era pesantemente tassato, ma questo genere certo non influiva particolarmente sulla vita quotidiana; certamente ben maggiori erano i disagi dei coloni riguardo agli impedimenti posti nello sviluppo di una propria manifattura cartaria e alla costrizione del dover importare a caro prezzo ogni prodotto cartaceo dalla Gran Bretagna, che in questo modo poteva sviluppare la propria industria e tenere sotto scacco i territori coloniali.

Afferma anche che la carta è fondamentale per comprendere lo sviluppo dei traffici globali.
Certo, anche se dobbiamo fare una precisazione che riguarda la struttura stessa del libro, che ripercorre in modo parallelo la storia di stracci, colla e carta.

La carta aveva bisogno di cenci di lino o canapa per essere prodotta, ma in età Moderna il consumo era limitato e si cercava di riparare e riciclare qualunque cosa. Con la crescita della produzione cartaria gli stracci cominciarono a scarseggiare e quindi si dovette ricorrere all’importazione da posti sempre più distanti: nell’Ottocento la Gran Bretagna finì per importarli da tutti i continenti, addirittura dal Giappone. Pensi, la richiesta era tale che alcune cartiere finirono addirittura per usare gli antichi bendaggi delle mummie egizie, e già nel Cinquecento gli ospedali, che usavano lenzuola, camici e bende in quantità, vennero considerati veri e propri “giacimenti” di stracci dai produttori di carta!

In ambito europeo il commercio di stracci si sviluppò assai precocemente e aumentò costantemente nel corso dei secoli dando vita a un traffico internazionale di vaste proporzioni e che muoveva ingentissimi capitali, e lo stesso vale per gli avanzi di macellazione destinati alla fattura delle colle. Con l’avvento della produzione industriale, tra il 1650 e il 1780, questi traffici assunsero dimensioni transatlantiche e i neonati Stati Uniti d’America divennero tra i maggiori acquirenti di cenci in area mediterranea, specie italiani, dove ormai la produzione di carta di buona qualità era quasi sparita.

Produzione industriale nel 1650? In che senso la carta ha a che fare con l’industrializzazione, che di solito viene associata alla forza vapore e al settore tessile?
Nel 1650 i Paesi Bassi, che fino a quel momento erano importatori di carta, perlopiù francese, divennero di colpo produttori ed esportatori. La cosa stupì molto gli osservatori del tempo, ma nessuno riuscì a comprenderne le ragioni. Solo dopo più di settant’anni e grazie a intense attività spionistiche, gli inglesi riuscirono a scoprire che gli olandesi avevano messo a punto delle innovative macchine – che producevano ottima carta e che potevano essere usate anche in altri settori –, mosse non solo dalla forza idraulica e dal vento, allora le uniche fonti energetiche conosciute di notevole potenza, ma pure dalla forza vapore. Infine, i Paesi Bassi ebbero l’idea di concentrare le attività in un sistema di fabbrica per la produzione a catena. La Gran Bretagna nel corso del Settecento si limitò a replicare su scala infinitamente maggiore, grazie alle maggiori risorse e disponibilità di manodopera, il modello di produzione olandese applicandolo anche ad altri settori, tra cui il tessile.

Quali momenti hanno caratterizzato la produzione e il commercio dei prodotti cartari e delle materie prime utilizzate per fabbricarli?
La produzione della carta ha due momenti ben distinti, e ben presenti agli studiosi già nel XIX secolo: il primo è detto della “carta a mano”, in cui la produzione è vincolata alla situazione ambientale e soggetta a una serie di limitazioni per via di un sistema produttivo corporativo; il secondo è detto della “carta meccanica” e fa riferimento proprio alla rivoluzione innescata dai Paesi Bassi nel 1650, in cui la produzione si emancipa dai limiti ambientali e corporativi, trasformando un bene strategico come la carta in semplice merce… forse inconsapevolmente, gli olandesi avevano dato vita alla moderna industria e al consumismo come oggi lo conosciamo.

Sempre l’invenzione messa a punto nei Paesi Bassi comportò un ampliamento delle materie prime disponibili; inizialmente la carta veniva fabbricata quasi esclusivamente con teli di lino e di canapa, perché solo questi fornivano un prodotto finale di buona qualità, mentre il cotone venne escluso dalla manifattura cartaria perché utilizzandolo si ottenevano fogli troppo porosi e soffici e anche la colla non li impermeabilizzava sufficientemente per usarli come supporti da scrittura o da stampa; lo stesso discorso vale per gli stracci di lana; entrambi erano comunque usati per fare carte di bassa qualità, cartoni e prodotti cartacei per usi vari. Grazie alla tecnologia olandese e all’avvento della chimica nel secolo successivo, questi due materiali, lana e cotone, tornarono nel ciclo produttivo della carta da scrivere e da stampa.

In che modo la carta costituisce un indicatore del peso politico ed economico di uno Stato?
All’inizio devo dire che non ci avevo fatto particolarmente caso, poi nel corso dei cinque anni di ricerca mi sono reso conto che la produzione della carta era strettamente legata all’emergere di una potenza economica e politica e al suo predominio sulle altre. Oltretutto i prodotti cartacei nella loro generalità, quindi non solo per i settori “alti” della scrittura e della stampa, hanno conservato ancora oggi un notevole valore indicativo sul potere economico, politico e culturale, acquisito da uno Stato in un dato momento storico. Ad esempio, nel Novecento i due produttori principali erano USA e Germania e la cosa si risolse, come ben sappiamo, a favore dell’America, anche se in ambito europeo la Germania ha conservato il suo primato. Ancora oggi la carta conferma il suo peso in tal senso: nel primo decennio del XXI secolo la Cina è divenuta il primo produttore mondiale di prodotti cartacei, mentre la Gran Bretagna della Brexit ha una produzione cartaria trascurabile rispetto agli altri paesi della Comunità Europea e, sorpresa, se questa ultima fosse realmente unita, risulterebbe la seconda potenza mondiale. Speriamo sia di buon auspicio!

Giorgio Dell’Oro insegna Storia politica e sociale dell’età moderna a Scienze Politiche – Università statale di Milano. Ha svolto attività di docenza e/o collaborato a vari progetti presso le Università statali del Piemonte Orientale, di Milano, di Parma e di Pavia, la Cattolica di Milano, l’Université de Lausanne, l’Universität Wien, l’Istituto di storia sociale e religiosa di Gorizia. Ha pubblicato vari saggi su riviste specialistiche e pubblicato le monografie: L’abate conte (2001); Il Regio Economato (2007); Il pesce del Principe (2015); Carta e potere (2017).

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