Modena estense. La rappresentazione della sovranità, Gianvittorio Signorotto, Duccio TongiorgiProf. Gianvittorio Signorotto, Lei ha curato con Duccio Tongiorgi l’edizione del libro Modena estense. La rappresentazione della sovranità pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura: quale straordinario impegno vide protagonista la dinastia estense, dopo l’umiliazione patita con la perdita di Ferrara, per riaffermare la propria autorità e il proprio prestigio?
Con la devoluzione alla Santa sede della capitale e di una parte del dominio estense, la corte si trasferì a Modena, dove il duca Cesare avrebbe governato sino alla sua morte (dicembre 1628). Nessun’altra casa regnante della penisola aveva subito una umiliazione così tremenda. Rispetto alla bibliografia precedente, il libro pone al centro la lunga durata della crisi ‘post-traumatica’ con le sue conseguenze politiche e culturali. A Ferrara, la celebrazione del mito estense si era caratterizzata in chiave di “virtù eroica” dei principi, attraverso le opere di Gio. Battista Pigna; ma diviene impossibile, all’indomani del 1598, esaltare il presente della dinastia richiamando la continuità con il suo passato glorioso. In tale contesto, la testimonianza più rilevante è la cronaca di Spaccini, che esprime un’identità modenese e ritrae impietosamente le difficoltà del potere ducale, con i suoi ministri e cortigiani venuti da Ferrara. Tuttavia questa cerchia elitaria, sotto la guida di G.B. Laderchi, è portatrice di una ideologia e di un programma politico compiutamente esposti nel trattato di Paolo Brusantini, Dialoghi de’ governi. Il principe ideale qui ritratto è prudente e pio, giusto e clemente con i sudditi, secondo il modello neo stoico e controriformista; si pone sotto la protezione della monarchia spagnola e riconosce la superioritas del Sacro Romano Impero.

Il succedersi di vicende sfortunate impedisce la riconquista della reputazione: la guerra con i Lucchesi in Garfagnana, la congiura dei Pepoli, e infine la clamorosa abdicazione di Alfonso III, che nel 1629 prende l’abito di frate cappuccino. Nei tre decenni di eclissi, non viene meno, ovviamente, l’impegno per dare visibilità al principe nelle tradizionali forme della letteratura encomiastica, dell’arte e delle feste barocche. Nel caso estense, tuttavia, ha maggiore incidenza una reazione che, radicalmente, punta a un modello diverso di sovranità: non più il principe della ragion di stato antimachiavellica, ma quello che difende il suo onore impugnando le armi, senza timore di affrontare nemici potentissimi. Alla irresolutezza di Cesare d’Este si contrappone la condotta “eroica” di Carlo Emanuele I di Savoia, che sfida la monarchia spagnola invadendo il Monferrato nel 1613.

Oltre alla lunga crisi seguita al 1598, vi è una seconda peculiarità nella storia estense. A influire sulla cultura politica e sull’opinione pubblica sono letterati di rilievo assoluto, attivi come diplomatici e osservatori politici. Alessandro Tassoni e Fulvio Testi, nella congiuntura della Guerra del Monferrato esaltano il duca sabaudo come condottiero “invittissimo” e “liberatore d’Italia”. Il primo sa sfruttare tutte le potenzialità della propaganda politica (si vedano gli Atti del convegno modenese del 2015, a cura di Cabani e Tongiorgi). Testi, ventenne nel 1613, è autore di rime antispagnole che esortano i principi italiani a seguire l’esempio del duca di Savoia. L’insofferenza per la condizione presente porta entrambi a cogliere e pubblicizzare le avvisaglie della decadenza spagnola, in attesa della congiuntura favorevole per riprendere Ferrara al papato e riguadagnare l’antico prestigio. Come è noto, questo ruolo storico spetta a Francesco I (il duca che sarà immortalato dai più grandi artisti del suo tempo, Velázquez e Bernini); ma è il suo segretario di stato, Fulvio Testi, a istruirlo quando, non ancora diciottenne, sale al trono ducale. Insieme, in una sorta di rispecchiamento, sono artefici della rinascita estense che a partire dagli anni Trenta, si manifesta in ogni ambito: diplomazia, committenze artistiche e collezionismo e infine imprese militari.

Quali vicende accompagnarono la rinascita della sovranità degli Este, a partire dall’esempio di Francesco I e fino alla caduta del Ducato?
Francesco I, combattendo contro la monarchia spagnola a metà Seicento, viene a incarnare il modello di principe eroe condottiero; così sarà celebrato anche dalla storiografia e dalla memoria pubblica dell’Italia unita. Ma poco dopo, nell’età di Luigi XIV, i potentati italiani dal punto di vista militare diventano ininfluenti di fronte agli eserciti delle potenze mercantiliste. A Modena, in particolare, la sovranità perde ogni connotazione belligerante con la morte prematura di Alfonso IV e la reggenza di Laura Martinozzi. I contributi raccolti nel libro non seguono in dettaglio le complesse vicende dei due secoli successivi; piuttosto, intendono proporre una metodologia e alcuni sondaggi in diverse prospettive disciplinari, volti a restituire le celebrazioni artistiche e letterarie al loro contesto storico e culturale. Emergono così le variabili significative entro una storia estense che ormai è declinata secondo i ‘medaglioni’ dei suoi duchi. Ad esempio, con la Martinozzi acquista rilievo la rappresentazione della religiosità dinastica, che sarà poi ripresa soprattutto dopo la cesura rivoluzionaria e napoleonica. Le Antichità estensi di Muratori hanno un ruolo cruciale: da una parte celebrano la dinastia nella sua continuità, rimuovendo la frattura del 1598 e le sue conseguenze, dall’altra propongono un metodo storico rigoroso, benché condizionato dall’inevitabile esaltazione delle virtù dei principi e del casato. Il patronage ducale sulle arti conserva la sua importanza; celebrazioni e propaganda servono anche a compensare l’impotenza dei duchi e la vulnerabilità dello Stato. Ricordiamo la restituzione di Comacchio al papa dopo l’occupazione imperiale, il persistente dissesto finanziario, le invasioni e le fughe di Rinaldo, di Francesco III e di Ercole III, i timori riguardo alla continuità del casato.

In che modo letteratura, erudizione, arti figurative, diplomazia, propaganda politica e religiosa, concorsero a definire l’immagine pubblica del principe e del suo casato?
Per comprendere il contributo delle arti bisogna ancora risalire a Francesco I e alla straordinaria impresa editoriale volta a perpetuarne la memoria con testi e immagini: l’Idea d’un principe et eroe christiano (1659) del gesuita Domenico Gamberti. La chiesa di Sant’Agostino è trasformata in Pantheon estense (nell’Ottocento la sede dei monumenti funebri dei duchi sarà invece San Vincenzo). L’encomiastica ducale riprende vigore e continuità in tutte le forme artistiche, non ultime le celebrazioni e feste barocche. La rappresentazione della sovranità risponde a un’esigenza molto sentita e ha un impatto emozionale; questo è verificabile in tutte le realtà dell’età moderna. Ma la specificità estense consiste nella qualità dei letterati che la interpretano, tanto alta da legittimare un “primato” modenese, una linea che si affianca a quella dell’encomiastica ducale e si impone mentre quella si esaurisce.  L’età muratoriana e la stagione delle riforme danno all’élite colta una consapevolezza e un ruolo nel progetto di una società bene ordinata, secondo i nuovi principi del progresso e del bene pubblico: è una svolta importante per la consacrazione della sequenza di glorie estensi (Montecuccoli, Muratori, Paradisi, Tiraboschi…). La commemorazione dinastica ha una sorte diversa: dopo la proclamazione del Regno d’Italia, rimane solo la retorica del legittimismo e del cattolicesimo intransigente intorno allo spodestato Francesco V. Ma la biografia e l’opera di un altro modenese illustre, Adolfo Venturi, testimoniano quale influenza abbia ancora il passato estense sull’ambiente colto dell’antica capitale. Mentre la storiografia politica, economica e sociale dello Stato unitario condanna le corti dei principi italiani relegandole al ruolo di mito negativo, è lo studio del mecenatismo e del collezionismo ducale che hanno costituito la Galleria estense a dare inizio alla storia dell’arte come disciplina scientifica e accademica.

Gianvittorio Signorotto, professore di Storia moderna nell’Università di Modena e Reggio Emilia, ha pubblicato saggi sul rapporto tra potere politico e autorità religiosa nell’Europa nei secoli XVI-XVIII e sulla tradizione storiografica relativa alla “età della decadenza”. Tra questi ricordiamo i volumi Inquisitori e mistici nel Seicento italiano. L’eresia di Santa Pelagia, Il Mulino, 1989; Milano spagnola. Guerra, istituzioni, uomini di governo (1635-1660), Sansoni, 1996. Ha curato, con M.A. Visceglia, Court and Politics in Papal Rome, 1400-1700, Cambridge University Press,  2002.