Moda e politica. La rappresentazione simbolica del potere, Maria Cristina MarchettiProf.ssa Maria Cristina Marchetti, Lei è autrice del libro Moda e politica. La rappresentazione simbolica del potere edito da Meltemi: in che modo la moda è funzionale alla rappresentazione simbolica del potere e della sua stratificazione all’interno della società?
La moda ha a che vedere con il processo di stratificazione sociale e risponde, come sottolinea Georg Simmel, al bisogno di integrazione/differenziazione degli individui all’interno della società. Essa attiene alla dimensione delle manifestazioni della superficie che spesso però, sanno rendere con maggiore efficacia la profondità dei comportamenti umani.

La politica, da parte sua, ha a che vedere con la regolazio­ne del vivere associato e chiama in cau­sa i grandi sistemi di idee, destinati a la­sciare un’impronta nella storia. In quanto espressione del potere, essa ha però biso­gno di attivare processi di legittimazione, che non di rado attingono alla dimensione simbolica, della quale la moda è una manifestazione fondamentale.

Quello tra la moda e la rappresentazione simbolica del potere è pertanto un rapporto difficile e controverso, soggetto a profonde variazioni a seconda delle epoche storiche e dei contesti politici, che chiama in causa la dimensione emotiva dell’agire individuale e collettivo.

Quale funzione svolgeva la moda nella società d’ancien régime?
La moda nell’ancien régime è funzionale alla rappresentazione di un modello di società che ha fatto del mantenimento del prestigio e dello status la sua stessa ragione d’essere e che trova la sua massima applicazione nel modello della società corte, realizzato da Luigi XIV nella reggia di Versailles. In questo modello di società infatti, il mantenimento delle posizioni acquisite, costituisce lo scopo primario. Come afferma Norbert Elias nel volume La società di corte, “l’ethos di status, strumento per l’autoaffermazione degli strati superiori, ha sempre il sopravvento sull’ethos dell’economia, strumento di autoaffermazione soprattutto per gli strati inferiori”. Ogni elemento dell’abbigliamento e dell’arredamento, forma, colori, tessuti, segnala l’estraneità della nobiltà rispetto allo svolgimento delle più comuni attività. L’estraneità al lavoro in particolare, come sottolinea Elias, costituisce una fonte di prestigio esclusiva della società di corte. Tale estraneità segnala però qualcosa di più sostanziale della mera condizione di rentiers: essa evidenzia il rifiuto dell’etica mercantile, che contraddistinguerà la società borghese, mediante lo spostamento della lotta per il prestigio sociale dal piano economico a quello ben più sostanziale, del rispetto dell’etichetta e delle “buone maniere”. La nobiltà di corte si è infatti vista progressivamente ridurre le sue reali chances di potere a vantaggio esclusivo del sovrano e per difendersi non può fare altro che appellarsi a ciò che la legittima come classe sociale: il suo essere depositaria di un sistema di norme non scritto che affonda le sue radici nell’antichità delle casate e che si perpetua attraverso l’abilità di singole personalità.

Cosa ha significato per la moda la rivoluzione francese?
La Rivoluzione francese, come spesso accade nei momenti rivoluzionari, è caratterizzata da un’estrema fioritura di mode sia in campo maschile che femminile, nel campo dell’abbigliamento, degli accessori, dei copricapi. È infatti possibile ricostruire le diverse fasi storiche della Rivoluzione proprio a partire dalle mode che si sono manifestate. Coccarde, nastri tricolore, borchie, fibbie per scarpe segnano la riconversione di un intero sistema produttivo alle esigenze della rappresentazione simbolica del potere rivoluzionario.

Sul piano prettamente politico, si pose per la prima volta in maniera netta la questione della rappresentazione simbolica della democrazia e delle sue istituzioni, prime fra tutte le assemblee legislative e i partiti politici. È questo un aspetto tutt’altro che secondario, perché la democrazia, al contrario dei regimi assoluti, si basa su istituzioni collegiali e su attori politici collettivi. I simboli del potere democratico dovevano prendere le distanze da ogni forma di arbitrio e capriccio che, al contrario era connaturato al potere assoluto e ne costituiva per certi versi l’essenza. La difficoltà risiedeva quindi nel rappresentare il pluralismo che contraddistingue la democrazia e la lotta per il potere che ne costituisce l’essenza, pur mantenendo fede al principio egualitario.

È quanto accadde all’interno della Convenzione nazionale, dove andò in scena lo scontro tra le diverse fazioni politiche e dove emersero le prime figure di leader politici. Robespierre, Marat e Danton rappresentano mettono in scena una contrapposizione tra stili politici, linguaggi non verbali, prima ancora che di idee. I capi della rivoluzione compresero per primi la tendenza alla “personalizzazione” e alla “spettacolarizzazione” della politica moderna, con le sue retoriche ideologiche e la sua spasmodica ricerca del consenso. Compresero, come afferma lo storico Daniel Roche, la nascita di una cultura dell’apparenza, che esploderà definitivamente nella fase del Direttorio, con le Merveilleuses e gli Incroyables, giovani uomini e donne provenienti dalla borghesia (la jeunesse dorée) che popolarono i salotti parigini.

In che modo la moda ha incarnato la lotta di classe?
Alla capacità che la moda ha di innescare processi di identificazione/differenziazione e di inserirsi nei processi di stratificazione sociale non poteva rimanere estranea la differenziazione in classi sociali, così come scaturita dalla Rivoluzione industriale. Da tale processo hanno avuto origine due classi sociali – la borghesia capitalistica e il proletariato – che secondo l’analisi di Marx, risultano dialetticamente contrapposte in uno scontro che assume la radicalità della lotta di classe. Da questo momento in poi, non è raro trovare espressioni di uso comune che, nel descrivere una tipologia di abbigliamento propria di una determinata classe sociale, rimandano al ruolo che essa ricopre nel processo produttivo (white collars, tute blu) e che rimarranno sostanzialmente immutate fino ai nostri giorni.

Sul piano della moda, un fenomeno su tutti segnala i cambiamenti introdotti in questo modello di società: il ritiro dell’uomo dalla scena della moda. Con la rivoluzione industriale, l’uomo occidentale assume una sorta di divisa che a partire dal colore, dai tessuti e dagli accessori, segnala l’acquisizione di un diverso status sociale, che rimanda al ruolo che egli ricopre nell’ambito del processo produttivo.

Al contrario, l’abbigliamento della classe operaia è marginalmente toccato dalla moda: la miseria in cui versa non le consente altro che un solo abito, spesso lo stesso con cui dormono. Iniziano però a delinearsi gli elementi stilistici che la renderanno riconoscibile e che contribuiranno alla costruzione della consapevolezza di sé come classe sociale autonoma e contrapposta rispetto alla borghesia capitalistica.

Il potere economico ha però un’innata capacità adattiva, come dimostrato dalle sue evoluzioni recenti. Il mondo dell’economia digitale dà l’impressione di aver superato la contrapposizione di classe in nome dell’informalità. Il potere economico 4.0 orienta le sue azioni a uno stile di vita understatement, che rifugge il lusso e l’ostentazione, in linea con i valori di apertura e orizzontalità della rete. Il modello è quello lanciato negli anni ’90 da Steve Jobs, fondatore di Apple ­– pullover a collo alto scuro, jeans, scarpe da ginnastica – seguito poi dai fondatori delle altre imprese della digital economy, che aspirano a presentarsi come i guru della nuova religione del web, piuttosto che come vertici del capitalismo contemporaneo.

Che forme assume il rapporto tra donne, moda e potere?
Il rapporto tra donne, moda e potere è un tema alquanto dibattuto e per certi aspetti contraddittorio. Già Simmel aveva evidenziato che “per le donne la moda costituiva in un certo senso il surrogato di una posizione sociale all’interno di uno status professionale” che invece era garantita all’uomo. La maggiore resistenza al mutamento dei ruoli femminili ha fatto si che le donne individuassero nella moda uno strumento adatto a colmare il deficit di partecipazione alla vita sociale e alla gestione del potere.

Dalla frattura storica tra uomo e donna nel diverso modo di porsi nei confronti della moda deriva quella tra moda e potere: la stabilità, l’autorevolezza, la competenza associati all’esercizio del potere (politico ed economico in particolare) sembrerebbero entrare in contrasto con la frivolezza e la mutevolezza delle forme esteriori portata avanti dalla moda.

Il fenomeno del power dressing al femminile rinvia pertanto all’adozione di codici vestimentari maschili da donne che aspirano a ricoprire ruoli di potere. Ci sono donne che detengono il potere in prima persona (capi di stato e di governo, presidenti di organismi internazionali) le first ladies, mogli di capi di stato e di governo, capaci di ritagliarsi un ruolo autonomo rispetto a quello del più celebre consorte.

Margaret Thatcher, prima donna ad essere nominata Primo Ministro (dal 1979 al 1990) e leader del partito conservatore inglese, ha inaugurato un modello di power dressing, destinato a influenzare generazioni di donne al potere: un tailleur di taglio rigoroso, spesso blu o azzurro (colore del partito conservatore inglese) ingentilito da camicie chiare e da una spilla o un filo di perle.

Quali novità ha introdotto in tema di moda il Sessantotto?
È difficile individuare una prospettiva che possa esaurire la molteplicità dei processi di mutamento introdotti dalla rivoluzione culturale del Sessantotto: la politica, la musica, il cinema, la moda, l’arte e la letteratura sono state investite da un’ondata di rinnovamento che ha messo in discussione le società occidentali e non solo.

Un aspetto su tutti emerge con forza: il ruolo che le giovani generazioni e le subculture svolsero nelle vicende che hanno attraversato il decennio che va dalla fine degli anni ’50 al 1968. Si tratta di un aspetto che è a sua volta il segnale di un mutamento ben più profondo che ha investito le società dall’inizio del Novecento e in maniera sempre più marcata a partire dal secondo dopoguerra: la comparsa dei giovani come generazione a se stante sulla scena sociale e politica.

Le subculture giovanili porteranno avanti, rispetto alla generazione degli adulti un’inversione dei codici simbolici, attraverso un decorativismo estremo, utilizzato per sovvertire l’ordine estetico borghese e la sua morale sessuale. Il corpo può essere esibito liberamente e iniziano a saltare le differenze tra i sessi, grazie all’avvento dell’unisex.

Malgrado alcuni dei motivi ispiratori siano spesso comuni e le contaminazioni frequenti, il Sessantotto assunse forme diverse sulle due sponde dell’Atlantico. La subcultura hippy, che dominò la scena americana, con i suoi riferimenti alla cultura psichedelica e agli abiti di origine etnica, influenzò parzialmente l’esperienza europea, maggiormente segnata sul piano filosofico dall’esistenzialismo e dal situazionismo, e con una marcata connotazione ideologica.

Il Sessantotto europeo segna infatti l’adozione di mode politiche volte a rappresentare simbolicamente le parti contrapposte, destinate ad influenzare i codici vestimentari degli stessi rappresentanti politici e degli intellettuali fino ai nostri giorni. Le Clarks (desert boot), l’eskimo e i jeans divennero la divisa della sinistra; mentre la destra si identificava con uno stile che non rifiuta gli elementi moda – pantaloni a sigaretta, giacche di pelle, occhiali da sole – secondo la miglior tradizione dei “figli della borghesia”.

Che rapporto esiste tra moda e politica all’interno delle moderne democrazie rappresentative?
Il tema di fondo è quello avviato dalla Rivoluzione francese: rappresentare la democrazia, il suo pluralismo e le sue istituzioni, al di là di ogni personalizzazione della politica, propria dei regimi non democratici. È però evidente che anche le istituzioni democratiche hanno bisogno di una dimensione simbolica che inevitabilmente rinvia alle singole personalità che ricoprono ruoli istituzionali. A ciò si aggiunge il fatto che, in una fase postideologica della politica quale quella attuale, è necessario ricostruire un sistema di differenziazione delle posizioni che al contrario, risulta molto sfumato nella realtà dei fatti.

Il rapporto tra la moda e la politica postideologica si smaterializza pertanto nella molteplicità dei modi di essere e di apparire contemporanei, fornendo la rappresentazione di un potere fragile, costantemente sottoposto all’instabilità delle emozioni. I codici simbolici si mescolano e sovrappongono a quelli della società di massa, inseguendo l’immaginario collettivo di cittadini-elettori che ancora, almeno in parte, rimangono legati a una visione ideologica della politica e di élite che al contrario, ne prendono le distanze. Sempre più spesso la rappresentazione simbolica del potere politico è costretta a fare i conti con il potere economico e mediatico, del quale assume le modalità di funzionamento. Le stesse categorie analitiche della politica moderna, elaborate a partire da una prospettiva occidentale sul mondo, si trovano in difficoltà davanti alla necessità di interpretare i fenomeni politici contemporanei: l’ascesa di nuove potenze mondiali, la ridefinizione dell’ordine geopolitico globale, costringono a prendere le distanze dal modello delle democrazie occidentali e dalla rappresentazione simbolica del potere da esse messa in atto da almeno duecento anni.

Maria Cristina Marchetti è professore as­sociato di Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università di Roma “La Sapienza”, dove insegna anche Sociologia dell’integrazione europea. Si occupa dei temi del mutamen­to sociale e dei processi politici, con parti­colare riferimento al processo di integrazione europea e alla governance delle sue istituzioni. Si è occupata anche dell’analisi dei processi culturali e dei fenomeni di moda (Manuale di co­municazione, sociologia e cultura della moda – Vol. I, Moda e Società, Roma, Meltemi, 2004). Tra i suoi lavori più recenti: L’Europa dei cittadini (Milano, FrancoAngeli, 2015); Le dimensioni del potere, a cura di, (Roma, Bulzoni, 2018).

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