Con MÖBIUS. La ragazza del Jersey, quarto capitolo della saga ideata da Carmine Belfiore, il lettore prosegue il viaggio all’interno di un universo narrativo sempre più ampio e articolato. Nel solco dei volumi precedenti, l’Autore continua a sviluppare la complessa trama della saga, accompagnando James Morton in una nuova fase della sua vicenda narrativa. La componente investigativa e quella fantascientifica si intrecciano ancora una volta a una riflessione sul tempo, sull’identità e sulla natura stessa della realtà, elementi che costituiscono ormai il tratto distintivo dell’opera.Il poliziotto James affronta la sua prima missione nel nuovo ruolo che gli è stato affidato, ma ben presto appare chiaro che l’indagine non è l’unica sfida che lo attende. Il vero conflitto del protagonista è soprattutto interiore: James è tormentato dai ricordi della sua vita precedente e dal dolore per la perdita della moglie Judith e del figlio, a cui si aggiunge anche il ricordo dell’amico che ha cambiato il corso della sua esistenza, alimentando interrogativi ai quali continua ostinatamente a cercare una risposta.
Questo rapporto irrisolto con il passato assume una forma concreta quando James si ritrova nella New York del 1877. Belfiore ricostruisce con grande efficacia l’atmosfera della New York ottocentesca, descrivendone usi e costumi. È proprio questa cura del dettaglio a rendere credibile lo stupore di James:
«Quella vista non gli ricordava i film di Charlie Chaplin come aveva immaginato prima di arrivare; il mondo, infatti, era a colori, la gente era a colori, e poi si muoveva come ogni altra persona; non c’era niente di strano nelle loro movenze rispetto a quelle di persone della sua epoca. Gli sembrava di più una festa in costume, o il set di un film storico, e non riusciva a credere che quelle fossero davvero persone di fine Ottocento».
James si rende conto che quella realtà non ha nulla dell’immagine stereotipata tramandata dal cinema: il mondo non è in bianco e nero, le persone non si muovono come nei film muti, ma vivono con la stessa naturalezza di qualsiasi individuo della sua epoca. Per il protagonista è come assistere a una gigantesca ricostruzione storica, salvo comprendere che quello che vede non è una rappresentazione, bensì la realtà autentica – o almeno è quello che crede. Questa scena sintetizza uno dei temi centrali del romanzo, secondo cui il passato non è qualcosa di concluso, ma una dimensione che continua a esistere.
Da questa esperienza nasce una delle riflessioni più suggestive del libro. James si interroga sul significato della vita e della morte fino a formulare un’ipotesi che mette in crisi la percezione comune del tempo: forse nessuno è davvero morto e nessuno è davvero vivo, ma tutti continuiamo semplicemente a esistere in luoghi e tempi differenti. In questo senso, Belfiore apre degli interrogativi destinati ad accompagnare il lettore ben oltre la conclusione del romanzo.
In questo nuovo percorso James può ancora contare sulla presenza di Linda, figura ormai centrale nella saga, ma fa anche la conoscenza di nuove voci destinate ad accompagnarlo. Tra queste vi è Pgchwn, il nuovo assistente che lo guida nella comprensione di una realtà sempre più ampia e difficile da interpretare. Attraverso il confronto con lui, Belfiore introduce molte delle riflessioni scientifiche e filosofiche che caratterizzano il romanzo. James, che nella sua vita precedente era un poliziotto abituato a seguire gli ordini, è ora costretto a mettere in discussione tutte le sue convinzioni.
L’universo della saga continua ad ampliarsi grazie all’introduzione di nuovi scenari. Il lettore scopre Proxima Centauri b, una superterra situata nel sistema della stella Proxima Centauri, dove l’umanità ha dato origine a una nuova civiltà, l’homo sapiens alphanus, che si è dovuta adattare a condizioni ambientali profondamente diverse da quelle terrestri. Belfiore dedica particolare attenzione alla costruzione del proprio universo narrativo, spiegando come la maggiore forza di gravità presente sul pianeta, superiore a quella terrestre, abbia imposto adattamenti e modifiche all’organismo umano.
Accanto agli esseri umani compare, quindi, una nuova specie indigena. Da questo confronto prende forma una riflessione più ampia sulla natura dell’uomo. Belfiore descrive la storia della civiltà umana come il prodotto di una logica predatoria fondata sulla competizione, sulla sopraffazione e sulla ricerca del potere. Guerre, tradimenti, lotte intestine e sistemi politici vengono riletti come manifestazioni di un medesimo impulso evolutivo. Più che proporre un giudizio definitivo, l’Autore invita a osservare criticamente i meccanismi che hanno accompagnato lo sviluppo della nostra specie.
Tra gli aspetti più interessanti del romanzo vi è anche la riflessione sul tempo e sul libero arbitrio. Attraverso i dialoghi tra James e Pgchwn, Belfiore propone una prospettiva che supera la tradizionale distinzione tra passato, presente e futuro, di cui viene dichiarata la sua inesistenza, essendo solo «uno stratagemma logico creato dalla mente dell’osservatore per gestire le informazioni di cui entra in possesso». Allo stesso modo, il concetto di libero arbitrio viene messo in discussione, suggerendo che ogni individuo, posto nelle medesime condizioni e in possesso delle stesse informazioni, compirebbe inevitabilmente le stesse scelte. Queste considerazioni rappresentano uno degli elementi più stimolanti dell’intera saga, che continua a intrecciare la narrazione con interrogativi di carattere filosofico senza mai rinunciare al piacere del racconto.
Anche in questo volume viene mantenuta la componente investigativa. Tornato a svolgere il lavoro di poliziotto, seppure con una nuova identità, quella del sergente Adam Snowchild della squadra omicidi di Boston, James si trova coinvolto in una serie di omicidi che sembrano nascondere collegamenti molto più profondi di quanto appaia inizialmente. L’ingresso di nuovi personaggi, tra cui il sergente capo Timothy Carter e gli altri membri della squadra investigativa, contribuisce ad arricchire ulteriormente il cast della saga e a dare nuova linfa alle dinamiche narrative.
L’indagine, tuttavia, prende una direzione inattesa quando James incontra una misteriosa ragazza del Jersey. Come suggerisce già il titolo del romanzo, questo incontro rappresenta uno snodo fondamentale della vicenda. A questo si affianca la scoperta di una misteriosa organizzazione che sembra esistere da sempre senza essere mai stata realmente osservata. Da quel momento il caso assume contorni completamente nuovi: non si tratta più soltanto di risolvere una serie di omicidi, ma di seguire una pista che conduce verso un enigma molto più vasto.
Con il quarto volume, Carmine Belfiore prosegue quindi un percorso narrativo già avviato, ampliando ulteriormente l’universo della saga e lasciando intravedere nuovi interrogativi ancora da esplorare. Al termine della lettura rimane una domanda destinata a riecheggiare anche oltre l’ultima pagina: quanto di quello che percepiamo come reale lo è davvero?
Giorgia Carta




