“MÖBIUS. La fine e l’inizio” di Carmine Belfiore

MÖBIUS. La fine e l’inizio, Carmine BelfioreMÖBIUS. La fine e l’inizio di Carmine Belfiore è il primo volume di una saga distopica che fin dalle prime pagine lascia intuire una direzione più complessa. L’opera ambiziosa dell’autore consiste non solo nel raccontare un futuro potenzialmente a rischio, ma soprattutto nel portare al lettore alcune riflessioni sul concetto di tempo, sul linguaggio come strumento per definire la realtà, sul progresso tecnologico e sulla responsabilità e il ruolo che ricopre l’essere umano.

Ambientato in un futuro prossimo, il romanzo presenta un tempo non così remoto da risultare irriconoscibile, ma abbastanza distante da permettere al lettore di immaginare uno scenario plausibile. Siamo nel 2198 e il pianeta Terra è profondamente compromesso. Il livello degli oceani si è innalzato in modo catastrofico, le foreste bruciano, l’ossigeno nell’aria si è ridotto drasticamente e la vita all’esterno dalle proprie abitazioni è diventata impossibile senza gli appositi dispositivi per respirare. Intere aree del pianeta sono diventate inabitabili, mentre nuovi tentativi di riforestazione vengono avviati in Groenlandia, nel sud del Cile e in Antartide, nel tentativo disperato di rallentare un collasso inevitabile. Le città sono diventate degli spazi chiusi e regolati, dove i cittadini si spostano servendosi di veicoli che scorrono in flussi perfettamente coordinati.

In questo scenario si innesta una società ipercontrollata, dove ogni attività svolta dagli esseri umani passa attraverso la sorveglianza e l’autorizzazione concessa dai sistemi di intelligenza artificiale. In una società efficiente, il cui obiettivo è quello di garantire la sicurezza e il benessere collettivo, ogni individuo viene continuamente osservato e controllato. In questo senso, il richiamo al romanzo 1984 di George Orwell è evidente, tanto da essere esplicitamente menzionato anche all’interno del testo.

Ma veniamo al protagonista del romanzo, Tom Sanders. Fisico e matematico, Tom è uno degli scienziati più brillanti coinvolti nel progetto Mayflower, una missione il cui obiettivo è quello di trasferire un gruppo selezionato di esseri umani su un pianeta potenzialmente abitabile nel sistema di Alpha Centauri. Tuttavia, se da un lato, Tom contribuisce a portare avanti una missione in cui non crede fino in fondo, progettando tecnologie avanzatissime, confrontandosi con problemi come il confinamento dell’antimateria e i limiti della propulsione interstellare, dall’altro, ne mette in discussione i presupposti.

Da tempo, Tom porta avanti un altro progetto segretissimo che potrebbe spingerlo oltre i limiti imposti dalla realtà in cui vive. Questa scelta nasce dalla volontà di voler fuggire da un mondo destinato a morire e da un’epoca in cui non si riconosce. Mentre attraversa una città grigia, uniforme, priva di vita, popolata solo da veicoli identici, il personaggio prova nostalgia per un passato che non ha mai vissuto e si rifugia nelle immagini mostrate da vecchie pellicole, come Singin’ in the Rain. Per ritrovare la vicinanza con la Terra, con la realtà fuori dalle «bare di cemento», spesso Tom sale sopra il tetto dell’edificio della sua casa: «sentiva il bisogno di farlo, di stabilire un contatto più ravvicinato con la Terra, e per lui era come visitare un malato. Con tutte quelle misure di sicurezza, vivevano tutti rinchiusi, distanti dal mondo che li ospitava, come se si trovassero su Marte. Avevano lasciato il proprio pianeta fuori della porta, ignorandolo, come se ce l’avessero con lui, oppure, come se non fossero interessati alle sue condizioni. E questo non era giusto».

L’autenticità è una delle caratteristiche più care al personaggio di Tom, che ha ricercato anche quando ha progettato e programmato, Linda, l’intelligenza artificiale che controlla la sua abitazione. Nel costruirla, Tom non si è limitato ad assegnarle delle funzioni basilari ma ha realizzato un sistema con cui poter conversare su più livelli, sebbene alcune cose Linda non riesca a coglierle pienamente, come la sua ironia sottile. Linda si rivela essere una compagna fedele, a cui Tom intende dare anche una materialità fisica.

Nel mondo di MÖBIUS, l’umanità ha sviluppato la tecnologia ma ha smarrito il progresso, producendo un sistema efficiente ma vuoto, avanzato ma regressivo a livello profondamente umano. Tom è convinto che la tecnologia, pur essendo uno strumento potente, non coincida con il progresso: «Siamo delle scimmie circondate da apparecchiature di cui non conosciamo il funzionamento, e non sappiamo che sono le nostre gabbie invisibili che ci tengono prigionieri». La libertà è un altro concetto su cui riflette il protagonista, che si rivela essere però un ideale fallimentare, usato come strumento «per infiammare popoli interi, fare guerre e uccidere persone, rovesciando gli equilibri di potere e impossessarsene».

Ma, in tutto questo, qual è il ruolo dell’essere umano? Le due visioni possibili sono incarnate da Tom e dal suo collega Peter, che condivide l’opinione più diffusa, secondo cui la crisi ambientale è il risultato diretto delle azioni umane. Tom, invece, propone una visione più radicale e controversa. Non nega gli errori, ma rifiuta la semplificazione della colpa. Secondo lui, il vero fallimento dell’umanità non è stato tanto nell’aver inquinato, quanto nell’aver creduto di poter dominare la natura attraverso la tecnologia.

Da questa prospettiva deriva la sua critica più dura: l’umanità avrebbe dovuto adattarsi, ridurre i consumi, cambiare stile di vita, accettare limiti.

Dal punto di vista stilistico, il romanzo si sviluppa attraverso una struttura fortemente dialogica. Le spiegazioni scientifiche non vengono presentate in modo didascalico, ma si costruiscono dentro le conversazioni. Questo uso del dialogo permette al testo di mantenere una certa fluidità, nonostante la complessità di alcuni contenuti. Le spiegazioni non risultano mai completamente astratte, perché continuamente riportate a esempi concreti e a dinamiche relazionali.

MÖBIUS. La fine e l’inizio è un romanzo che, proiettandosi in un futuro possibile, interroga direttamente il presente. Attraverso un protagonista che mette in discussione le regole di un sistema rigido e una costruzione fortemente dialogica, l’opera affronta temi complessi: il rapporto tra tecnologia e progresso, il valore del linguaggio, la responsabilità umana, la percezione del tempo. Un romanzo che lascia al lettore riflessioni puntuali e difficili da eludere, perché rispecchiano il presente più di quanto si sarebbe disposti ad ammettere.

Giorgia Carta

L’Autore

Nato a Genova il 7 settembre 1964, Carmine Belfiore cresce in un contesto familiare segnato da due influenze forti e apparentemente divergenti: da un lato la razionalità e il senso del dovere trasmessi dal padre, ex comandante di navi mercantili che sceglie di abbandonare la carriera per dedicarsi alla famiglia, dall’altro un’educazione più rigorosa e orientata ai valori tradizionali ricevuta dalla madre. Vive a Genova fino ai quattordici anni, quando si trasferisce con i genitori a La Spezia, città che diventerà il suo principale punto di riferimento.
Fin da giovane manifesta una spiccata inclinazione per le discipline scientifiche, in particolare per la fisica. Durante l’ultimo anno del Liceo Scientifico approfondisce autonomamente teorie non ancora previste dai programmi scolastici dell’epoca, come la relatività e la meccanica quantistica, sviluppando un interesse specifico per i buchi neri. Subito dopo il diploma, elabora un primo scritto, da lui definito “trattato sui buchi neri”, in cui prova a descrivere, attraverso una primitiva intuizione di “geometria ottica”, i fenomeni legati all’orizzonte degli eventi. Il lavoro viene inviato al professor Franco Pacini, allora direttore dell’Osservatorio Astrofisico di Arcetri, che lo contatta personalmente incoraggiandolo a intraprendere una carriera in astrofisica.
Nonostante questo riconoscimento, nel 1983 decide di seguire un’altra vocazione, legata sia all’ambiente familiare sia al contesto culturale del tempo: entra nell’Accademia Navale di Livorno e intraprende la carriera militare come ufficiale di Marina. Pur dedicandosi pienamente a questa scelta, non abbandona mai il suo interesse per l’astrofisica e la cosmologia, che continua a coltivare a livello personale.
Nel 1990 emerge con forza una nuova direzione: la scrittura. Affascinato dai meccanismi della percezione e dalle illusioni della realtà, inizia a sviluppare racconti che intrecciano scienza e psicologia, convinto che quest’ultima rappresenti un completamento necessario alla comprensione del mondo fisico. I suoi primi testi, inizialmente brevi, evolvono progressivamente in forme più complesse, fino a diventare veri e propri romanzi, tra cui “Dietro lo specchio”. Tuttavia, per anni sceglie di non pubblicare, frenato da una visione rigorosa e istituzionale del lavoro.
Dopo aver lasciato la Marina Militare nel 2003, inizia a lavorare presso l’Autorità Portuale della Spezia, dove svolge tuttora il ruolo di Agente di Sicurezza del Porto. Nel 2018, un incontro casuale sul set di un film con un attore che legge e apprezza i suoi scritti lo spinge a riconsiderare il proprio percorso creativo. Decide così di recuperare i lavori del passato e di pubblicarli in self publishing, inizialmente senza particolari aspettative.
Questo ritorno alla scrittura riporta alla luce anche idee coltivate per decenni, tra cui una riflessione sui viaggi nel tempo nata già in età giovanile. Da questa lunga sedimentazione di pensieri prende forma “Möbius”, un’opera in cui convergono scienza, filosofia e narrativa, offrendo una visione personale dello spazio, del tempo e del ruolo dell’uomo nell’universo, fino a toccare interrogativi più profondi sul senso dell’esistenza e su una possibile dimensione trascendente.