Prof. Armando Savini, Lei è autore del libro Miti, storie e leggende. I misteri della genesi dal caos a Babele edito da Diarkos: come si è articolato storicamente il dibattito scientifico sulla natura del mito?
Miti, storie e leggende. I misteri della genesi dal caos a Babele, Armando SaviniDa Omero ad oggi, si sono avute diverse definizioni del mito. In greco mythos vuol dire «discorso, narrazione», dunque, un racconto dei tempi antichi. Tale definizione, però, comincia ad evolversi già in Platone, per cui il mito è un racconto che ha a che fare con gli dèi, la loro genesi (teogonia) e le loro gesta, per poi indicare ciò che si accetta come vero senza alcun bisogno di ricorrere ad una argomentazione razionale (logos). C’è poi chi ha visto nel mito un racconto fantastico, privo di fondamenta storiche, un racconto allegorico per descrivere fatti realmente accaduti o il prodotto della psiche collettiva, nel senso di un complesso universale di immagini primordiali o archetipi dell’inconscio collettivo o “psiche oggettiva”. Credo, però, che la migliore definizione di mito sia quella che ne dà Eliade, per cui «ogni mito, indipendentemente dalla sua natura, enuncia un avvenimento che avvenne in illo tempore», esprimendo «plasticamente e drammaticamente quel che la metafisica e la teologia definiscono dialetticamente». Si tratta, dunque, di un racconto che descrive una realtà metastorica. Molto interessante è anche la definizione offerta da Tolkien, secondo il quale «come parlare è un’invenzione riguardante oggetti e idee, il mito è un’invenzione a proposito della verità». I miti, per quanto imperfetti, riflettono un minimo di verità, «una scintilla della luce vera». Essi sono fatti di «verità», che presentano «aspetti della verità che possono essere recepiti solamente sotto questa forma».

Qual è l’origine del mito biblico?
Sull’origine dei miti non sappiamo nulla. I miti ci sono dagli albori del tempo. Quando siamo arrivati su questa terra, erano già qui e molto prima di noi. Probabilmente la culla del mito fu Šumêr. Sarebbe questo il contesto psicologico e linguistico-culturale da cui derivarono i miti. Credo che per quanto riguarda i miti biblici valgano le ultime definizioni sopra riportate. Il mito biblico non è una storiella inventata per mettere a nanna i bambini, come potrebbero essere le favole di Esopo alla sera. Il mito biblico non può e non deve essere inteso come un racconto fantastico e antistorico bensì come un racconto sacro di eventi primordiali, indirizzato all’uomo del suo tempo per la sua edificazione morale. Si tratta, dunque, di un racconto fondato, benché non possa soddisfare i criteri di uno storico moderno. Questo perché il tempo primordiale è tutt’altra cosa rispetto alla realtà quotidiana, la quale, benché possa estendersi indietro nel tempo, rimane sempre all’interno della sfera umana, dove c’è ancora qualche traccia più o meno definita del nostro essere qui. I primi undici capitoli della Genesi rientrano nella parte “mitica” in quanto narrano di eventi accaduti quando ancora l’uomo non c’era. Per tale motivo sono ritenuti rivelati. Se leggiamo, infatti, il Libro dei Giubilei, scopriamo che fu l’«angelo della faccia», cioè, l’angelo che sta sempre al cospetto di Dio, che spiegò a Mosè come Dio creò i cieli e la terra. Il mito in questo senso è il prodotto di un’esperienza mistica, una narrazione religiosa, che nasce dall’incontro dell’uomo con il soprannaturale.

È possibile pensare all’esistenza di un mito primordiale (Urmythus) da cui sono derivati tutti gli altri?
Sì e credo sia una delle ipotesi più convincenti. A tale riguardo, il mito del diluvio è emblematico. Il medesimo racconto è presente in numerose culture distinte e distanti tra loro, seppur con tratti caratteristici. Il leitmotiv è sempre lo stesso: la divinità punisce un’umanità corrotta, inviando il diluvio, da cui solo poche persone si salvano. È possibile ritenere che il processo di propagazione del mito del diluvio sia avvenuto mediante il fenomeno delle migrazioni dei popoli e dell’imitazione a partire da un mito primordiale (Urmythus), da cui, poi, si sarebbero sviluppate delle varianti per ogni civiltà. Solo così potrebbe spiegarsi la presenza dello stesso mito anche in civiltà tagliate fuori dal mondo conosciuto. Esaminando, ad esempio, i miti di Utnapishtim, Atraḥasis e Ziusudra, ci accorgiamo che il personaggio è sempre lo stesso ma conosciuto con nomi diversi, che riflettono le caratteristiche evidenziate da ogni cultura. Il racconto accadico del diluvio pone in rilievo la saggezza dell’eroe, che è chiamato Atraḥasis, cioè, «sommamente saggio», mentre il mito sumerico e il mito assiro-babilonese del diluvio pongono l’accento sulla lunga vita dell’eroe: Ziusudra vuol dire, infatti, «vita di molti giorni» e, similmente, Utnapishtim significa «colui la cui vita fu prolungata». Diversamente, nella Genesi, il nome Noè (Nōaḥ) significa consolazione, riposo, soddisfazione. A questo punto c’è da chiedersi da quale tradizione derivi l’Urmythus. Ora, considerando che, molto probabilmente, Šumêr fu il contesto psicologico e linguistico-culturale da cui derivarono i miti cananei e da cui si svilupparono i racconti della Genesi, l’ipotesi che il mito primordiale possa proprio provenire dal solco della tradizione biblica non sarebbe poi così irragionevole. Se, poi, dall’etnologia, accogliamo la tesi largamente comprovata, secondo cui la storia religiosa dell’umanità sia cominciata con una «rivelazione universale» e, dunque, con un monoteismo primordiale (Urmonotheismus), allora l’ipotesi che sia proprio la Genesi – che è il testo monoteistico per eccellenza – a costituire il mito primordiale (Urmythus), cioè, la fonte delle fonti del mito, assume maggiore fondamento.

Esistono dei punti di contatto tra i miti della Genesi e le scoperte scientifiche, tra cosmogonia e cosmologia, tra antropogonia e antropologia?
Oserei dire proprio di sì. Nonostante il diverso percorso epistemologico, sembrerebbero sussistere alcuni punti di contatto tra la speculazione teologico-filosofica di matrice biblica e i modelli cosmologici contemporanei. Lo spazio-tempo di Einstein, la sua idea dell’universo come mollusco, il big bang, la singolarità iniziale, il processo di disintegrazione organizzatrice, per cui il cosmo si organizza disintegrandosi, trovano delle rispondenze tali nel testo biblico e nella teologia rabbinica da poter indurci a pensare che alcuni scienziati siano partiti da un mito cosmogonico per poi formulare una teoria scientifica. Ma d’altra parte le conferme empiriche degli esperimenti scientifici sono inoppugnabili. La precisione delle equazioni di Einstein, la rilevazione della radiazione cosmica di fondo e delle onde gravitazionali, per esempio, confermano che il modello cosmologico standard e la teoria della Relatività sono validi. Benché ogni scienziato partecipi all’esperimento scientifico con tutto il suo bagaglio culturale, filosofico e teologico, insomma una miscela di soggettività e oggettività che, inevitabilmente, lo condiziona, non è possibile stabilire una relazione causale tra cosmogonia biblica e cosmologia, senza cadere nell’errore frequente per cui un evento precedente sia la causa dell’evento successivo (post hoc ergo propter hoc). La consonanza tra cosmogonia biblica e cosmologia potrebbe essere solo una pura coincidenza, una casualità, oppure potrebbe esprimere una certa convergenza tra i misteri della creazione rivelati dalla Genesi e le conferme empiriche scaturite dall’osservazione delle leggi di natura.

Armando Savini è docente di economia e metodi di ricerca per il business, cultore di esegesi biblica da più di venticinque anni. Tra le sue pubblicazioni: La madre del Messia. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (in preparazione); Le due sindoni (2019); Il Messia nascosto. Profezie bibliche alla luce della tradizione ebraica e cristiana (2019); Maria di Nazaret dalla Genesi a Fatima (2017); Risurrezione. Un viaggio tra fede e scienza (2016); Dall’impresa-macchina all’impresa-persona. Ripensare l’azienda nell’era della complessità (2009).

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