“Miti” di Igino

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Miti, IginoI Miti di Igino sono l’opera mitografica più preziosa che ci sia giunta dall’età classica; in essa, che Adelphi ripubblica in una nuova edizione riveduta – a cura di Giulio Guidorizzi -, l’Autore riunisce tutti i miti greci: «da Cadmo e dalla famiglia di un altro mitico patriarca, lo sventurato Atamante», sino ai loro discendenti, «i più antichi re di Tebe e gli eroi connessi alla saga del vello d’oro […]. Si passa poi ai due grandi eroi Eracle e Teseo, figure esemplari dei miti dorici e attici. Seguono i due grandi cicli mitici tradizionali: le vicende di Tebe, da Laio a Edipo sino alla dissoluzione della sua famiglia maledetta; e quelle degli Atridi e delle loro donne infedeli, la linea femminile e quella maschile in parallelo: Leda e la sua discendenza da un lato, Tantalo, Pelope e i loro figli dall’altro, sino alla sciagurata catena di odio che imprigiona Atreo e Tieste.» Si giunge così «al grande nucleo della mitologia greca, la guerra di Troia e le sue conseguenze, anche in questo caso viste in parallelo attraverso la storia dei Dardanidi e quella degli Achei, sino al ritorno degli eroi dalla fatale spedizione.» Si incontrano poi alcuni «nuclei mitici giustapposti tra loro, che risalgono a ritroso verso l’inizio dei tempi: racconti cosmogonici, il mito delle Danaidi e della casa reale di Argo, quello di Meleagro, quello arcade del selvaggio re Licaone, Europa e la sua discendenza, e poi le ierogamie di Poseidone, le metamorfosi, gli amori incestuosi; nel corpo di questo progetto complessivo emergono poi qua e là altri nuclei narrativi (la storia di Admeto, i castighi infernali di Issione e Sisifo).»

Caio Giulio Igino, vissuto a Roma nel I secolo d.C., dotto amico di Ovidio, liberto di Augusto e suo bibliotecario, di cui possediamo anche una seconda opera, l’Astronomia poetica, che nel Medioevo ebbe straordinaria fortuna, è considerato uno tra i principali mitografi dell’antichità. Come ricorda Guidorizzi nella sua Introduzione, «il libro di Igino costituisce, assieme alla Biblioteca di Apollodoro, l’opera fondamentale della mitografia antica, per l’ampiezza della materia, la bontà delle fonti, la quantità e la qualità delle informazioni: e di vari miti Igino è il solo a conservare il ricordo o a preservare una variante.»

L’opera è arricchita da un ampio commento che offre sia le indispensabili notizie antiquarie sia innumerevoli osservazioni di carattere antropologico, storico e religioso, utili a inquadrare il mito greco in un contesto più ampio e a comprenderne i significati più reconditi e spesso sfuggenti.

Colpisce la sobrietà del testo di Igino: «chi percorre i suoi racconti sarà quasi sorpreso nel ritrovare la selva splendida e intricata della mitologia greca ridotta allo scheletro essenziale. È una colpa che Igino condivide con gli altri mitografi dell’antichità: l’opera più insigne di questo genere letterario, la Biblioteca di Apollodoro, offre un testo letterariamente ancora più modesto di quello di Igino, e lo stesso si può dire in generale delle altre opere superstiti dell’erudizione mitografica antica. Erano libri destinati a una generica informazione, testi scolastici o manuali di prima consultazione, quasi promemoria di uso pragmatico che dovevano tutt’al più offrire la materia prima per una rielaborazione letteraria dei miti».

La specificità di Igino «sta nell’avere fondato la sua raccolta di miti in larga misura su opere teatrali, sulle tragedie greche dell’epoca d’oro», molte delle quali ormai perdute e di cui Igino «costituisce per noi la principale, e a volte l’unica, fonte di conoscenza.»

Ecco, ad esempio, il racconto del cavallo di Troia tramandato dal Nostro: «Per dieci anni gli Achei non riuscirono a prendere Troia, sinché Epeo, per suggerimento di Minerva, costruì un cavallo di legno di mirabile grandezza, in cui si raccolsero Menelao, Ulisse, Diomede, Tessandro, Stenelo, Acamante, Toante, Macaone, Neottolemo. Sul cavallo scrissero: «I Danai offrono questo dono a Minerva » e poi trasferirono l’esercito a Tenedo. A questo spettacolo, i Troiani credettero che i nemici fossero partiti e Priamo ordinò che il cavallo fosse portato sulla rocca e che tutti si dedicassero alacremente all’impresa. Cassandra, la profetessa, andava gridando che lì dentro vi erano i nemici, ma non venne creduta. Dopo che i Troiani ebbero collocato il cavallo sulla rocca e si furono addormentati in preda al vino e alla fatica, gli Achei uscirono dal cavallo che era stato aperto da Sinone e uccisero le sentinelle delle porte; poi fecero segnali agli alleati e li accolsero, impadronendosi di Troia.»

Come chiosa Guidorizzi, «di questi racconti nati in un passato senza tempo e arrivati in vari modi sino alla penna di un erudito vissuto all’epoca dell’imperatore Augusto si potrebbe ben ripetere ciò che Italo Calvino scrisse in margine a un’altra moderna raccolta di fiabe: «[…] io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine sino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna».

Sovviene alla memoria la citazione posta da Roberto Calasso in esergo al suo libro Le nozze di Cadmo e Armonia, del greco Salustio, amico e teologo di quell’imperatore Giuliano che, nel IV secolo, tentò l’ultima, disperata restaurazione del mondo degli dèi: «Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre». Come chiosava Giorgio Manganelli: «Frase stupenda: Salustio ha di fronte a sé il problema del mito, quelle favole ormai disperse dall’incredulità, e il problema degli dèi, avvolti da un’ombra sempre più greve, ormai notturna», dinanzi al sorgere del cristianesimo.

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