“Miti e leggende dell’antica Roma” di Rosa Agizza

Miti e leggende dell'antica Roma, Rosa AgizzaMiti e leggende dell’antica Roma. Dalle mitiche origini alla divinizzazione degli imperatori, il complesso mondo mistico dei conquistatori del mondo antico
di Rosa Agizza
Newton Compton

«A chi voglia comprendere i caratteri dominanti della religione romana non può sfuggire l’ampio peso esercitato su di essa dalle migrazioni delle popolazioni italiche e dalla stessa storia di Roma. Al di là di una spiccata tendenza al sincretismo, fagocitante influssi e generante inferenze, e al di là della riscontrata assenza di una definita matrice generativa di valori, il patrimonio mitico dei Romani coincide con la storia stessa di tale popolo, con la fondazione della città, con l’uccisione del fratello. Anche se — resta da aggiungere — la leggenda delle origini troiane di Roma ripropone la fondamentale istanza di una sua fluidità massima negli scambi culturali. […]

D’altro canto, come ha evidenziato il Bayet, la religione e la mitologia romane acquistano fisionomia e spessore soltanto dopo l’incontro/scontro con la cultura etrusca. Alla famosa disciplina etrusca apparteneva, ad esempio, la teoria del templum nella sua duplice accezione di spazio celeste in cui si osservava il volo degli uccelli e spazio terrestre, luogo deputato alla pratica di cerimonie religiose. Né fu incidentale il prestigio dei Latini, dai quali Roma attinse la lingua, e dei Volsci e dei Sabini, che tanta influenza dovevano esercitare su credenze e costumi romani, e degli Umbri, ecc. Popolazioni territorialmente isolate la cui individualità fu dispersa dal trionfo dell’Impero, le etnie italiche lasceranno occulti e indelebili segnali nella delineazione operativa dell’urbe.

Sedotta dal fascino della civiltà e della mitologia greca, la cultura romana si lasciò penetrare con sottile compiacenza dalle infiltrazioni elleniche e fu massima gratificazione per i Romani dell’epoca dei Tarquini insistere sulle loro origini greche. D’altronde la «grecizzazione» dei culti romani tese a risolversi frequentemente in un’interpretatio romana dei nomi e delle figure divine greche fino a quando, in tempi posteriori, non acquistò le caratteristiche del più vasto fenomeno della «ellenizzazione», della penetrazione, cioè, dei numerosi culti orientali, misterici, filosofici nel contesto dell’antica religione.

Sarebbe tuttavia un grave errore metodologico non diversificare la religione romana da quella greca sia perché rivela essere preponderante in essa l’espressione degli istinti religiosi delle popolazioni italiche e sia perché la cultualità romana rimane strettamente legata alle istituzioni politiche e civili.»

Priapo: il fascino del fallo

«Priàpos, etimologicamente «la cosa che sporge o che è davanti», con immediato riferimento all’organo sessuale maschile, è la divinizzazione del vigore generante. Dio dei giardini e degli orti, protegge i campi e le coltivazioni ed è venerato in particolare dalle vergini in attesa di fidanzati e dalle giovani spose che gli offrivano canti e ghirlande. Deità itifallica della generazione, avido di sesso e di appetiti irruenti ed esagerati, Priapo è potente simbolo della fecondità che non perde — nel periodo della romanizzazione — le sue peculiari caratteristiche orientali.

Grande dio preposto alla guardia dei giardini e delle coltivazioni, Priapo aveva la benefica proprietà di distogliere gli incantesimi e i malefici ai danni dei raccolti. La sua caratteristica di demone itifallico lo rendeva particolarmente adatto all’omologazione della sua fecondità sessuale con la fertilità della vegetazione. Di origine asiatica — egli proveniva dalla città di Lampsaco — Priapo fu entusiasta del suo viaggio in Italia e a Roma in compagnia della suadente Venere. Sovente euforico ed eccitato, lo sfrenato nume amava patrocinare e ricollegarsi a qualsiasi evento, gesto o ambiente che gli comunicasse trionfo del desiderio, fertilità costante e liberalizzazione massima degli aspetti carnali. Dio ciarliero, simpatico e cordiale egli esercitava il suo dominio sui campi e sui giardini, quale forza immane di rigenerazione e rinnovo perpetui.

Gli elementi pertinenti della sua mitica fisionomia divennero i grappoli d’uva — di cui spesso si adornava — e l’eccezionale membro virile — attributo e indice del suo potere creativo e generativo. Le sue funzioni di garante della rigogliosità degli orti fecero acquistare una valenza sempre più privatistica ai suoi poteri, sino a fare della sua sacra energia cosmica una divinità rurale.

Lo spettacolare fascinum di cui era orgogliosamente dotato, iniziò man mano a divenire caro ai Romani che ne fecero un amuleto irresistibile, sia ostentato nelle solenni cerimonie celebrative di vittorie militari, sia posto sulle urne funerarie a simboleggiare l’accorata speranza di un tentativo sollecitante l’autogenerazione e sia esibito dalle matrone romane — fra le quali si distinse Messalina — come oggetto talismanico di cui adornarsi e vantarsi per la finezza della fattura, per la preziosità del materiale e per le dimensioni straordinarie. L’impeto passionale di Priapo fece sì che le sue imprese fossero sempre caratterizzate da un’intensa attività sessuale. La sua occupazione maggiore fu di rincorrere Dee, Ninfe e donne mortali per possederle. Una volta, durante una festa bacchica, egli notò la leggiadra dea Vesta. Se ne invaghi perdutamente e per tutta la serata non pensò ad altro che a giacere con lei. Quando la festa terminò e i partecipanti si salutarono, egli la seguì e aspettò che andasse a dormire per sorprenderla nel sonno. Architettò il suo piano con estrema cautela e stava infine per goderne i risultati, quando improvvisamente un asino ragliò avvertendo Vesta del pericolo che stava correndo. Si creò gran confusione e il povero Priapo dovette rinunciare ai suoi progetti amorosi. Da allora in poi, fu spesso ricordato in compagnia di un asino, animale che gli veniva anche sacrificato nelle cerimonie priapee: d’altro canto in occasione delle festività dedicate a Vesta, gli asini venivano addobbati con ghirlande di fiori.»

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