“Miti e leggende dell’antica Grecia” di Rosa Agizza

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Miti e leggende dell'antica Grecia, Rosa AgizzaMiti e leggende dell’antica Grecia. Dall’Olimpo all’Ade, dal Parnaso ai Campi Elisi, l’affascinante e multiforme universo eroico e religioso ellenico
di Rosa Agizza
Newton Compton

«La qualità intrinseca del patrimonio mitico dei Greci antichi sta forse nella persistenza storica di molti temi che appartengono attualmente al nostro comune pensiero e addirittura al nostro corredo linguistico e terminologico. Nei millenni è avvenuto che un universo mitologico ascrivibile a un orizzonte culturale che andava dall’India all’Iran, al mondo medioasiatico, al mondo germanico e celtico antico, fino ai limiti della Grecia, dell’Italia e dell’Africa settentrionale, resta attuale e riconoscibile soltanto per i segnali mitologici greci (e, evidentemente, per quelli latini e romani): tutto l’altro crolla nel cimitero di remote memorie, per nulla rievocabili alla coscienza e consapevolezza dell’uomo contemporaneo.

Noi continuiamo ancora a parlare, spesso senza avere la consapevolezza delle specifiche aree di origine mitica, di Edipo relativamente al sottile gioco delle immagini psicoanalitiche, o di «gioviale» riferendoci al potente e sconvolgente riso cosmico di Zeus-Giove, o di Giocasta, o di Elettra, o di Narciso, e via di seguito, che emergono nel discorso psicologico. E codesti riferimenti potrebbero essere facilmente moltiplicati in rapporto alle vicende di una cultura moderna e contemporanea che ancora contiene in sé lo stigma di una eredità appartenente, nonostante i processi di cristianizzazione, al patrimonio sincretico tardo-antico, nel quale la componente mitologica greca è prevalente.

Evidentemente l’impianto di miti, di tradizioni, di leggende che ci sono stati trasmessi nel diretto testo greco originario o nelle molte rielaborazioni assegnabili alla cultura latina medievale e alla stessa novellistica, per quanto ci riguarda, italiana ed europea, entrano in un caos di rielaborazioni e di revisioni che discendono dall’interesse dei vari orizzonti culturali a rielaborare nelle proprie direzioni il piano mitologico greco: cosicché è possibile individuare, allo stato attuale, livelli di rilettura diversa del medesimo strato mitologico originario, quello ellenistico, quello medievale (per esempio nella tarda lettura dantesca), quello arabo, addirittura quello moderno e contemporaneo. Per riferirsi soltanto a pregnanti esempi, questi temi mitologici divengono proprietà delle grandi narrazioni medioevali relative a Troia, nella ingannevole rilettura latina di Omero, o al sogno delle metafore rinascimentali e umanistiche che circolano intorno agli antichi dei, o alle immagini del mondo antico che si creò, per acquietarsi nella falsa coscienza della storia, l’epoca neoclassica, o al carosello delle rievocazioni simboliche della psicoanalisi e della psicologia analitica.

In questo libro si è tentato di ricostituire, con uno sforzo di aderenza ai testi originari, un mondo di autenticità mitologica che, nelle ipotesi avanzate, continua ad appartenere all’immaginario, anche linguistico, della nostra attuale cultura. […] Il che, in termini che vogliono essere estremamente semplici, significa che qui noi proponiamo, senza ambagi di sofferta filologia, ai lettori una serie di grandi favole e leggende che lo sollevano ai livelli della più autentica creazione poetica partecipata alla tradizione delle culture umane. Al di sotto del velame di codeste cifre simboliche, che vanno da potenti ed esplosive immagini, quale quella di Zeus, a pallide memorie mitologiche, quale quella di Eos-Aurora, è sotteso il mondo di uomini reali, che vissero e soffrirono in proprio il rapporto con il reale della natura e della storia e lo trasformarono nella trama mitologica che a noi erroneamente appare soltanto in una sua epifania di curiosità filologica e storico religiosa. Il tentativo compiuto in questo lavoro appartiene a due precise direzioni: lo svelamento della relazione esistenziale che, nel linguaggio dei miti, resiste con la realtà e, per un altro verso, la pregnanza di una descrizione esplosivamente «poetica» di questa medesima realtà, dove la classificazione terminologica del «poetico», invoca il piano creativo del «poiein», del «fare» che appartiene all’incantesimo della poesia come lettura del mondo. […]

A questo nucleo di autenticità interpretative che guardano ai miti greci come letture della realtà storica e naturale, si sovrappongono e si contrappongono altri tentativi di decodifica che appartengono alla nostra tradizione ermeneutica e che qui, non so per quanta utilità del lettore, conviene richiamare. La scuola germanica riduce l’intera trama delle costruzioni mitologiche elleniche ad una «mitologia della natura» che, connettendosi principalmente al mondo indoeuropeo, in prevalenza a quello vedico, immagina che i temi mitici della Grecia siano epifenomeni di una rilettura fantastica dell’ordine naturale, in base al quale Zeus è il cielo, Era l’aria, Efesto il fuoco e via di seguito, cancellando quanto di umanamente sofferto e ascrivibile all’ordine della storia è in codeste divinità, quali si ripresentano in Grecia, nella produzione tragica e nella corrente cultualità, ambiti in funzione dei quali Zeus è anche il segreto ordine che appartiene alla storia degli uomini, e Era resta il segreto della maternità inviolabile di ogni donna che si fa sposa e Efesto è il segno della contraddizione fra il mistero del fuoco dominato, della deformità come anomia sociale e del piacere sessuale ricondotto al godimento nell’anomia.

Altre interpretazioni vengono a sovrapporsi a un tale tentativo scientista della scuola di mitologia della natura. I romantici, che certamente non fanno lezione all’interno della storia religiosa, immaginano queste tematiche mitologiche nell’incantesimo di esemplari di perfezione di un momento sublime o eccezionale della storia umana: le categorie mitologiche greche si ricostituiscono come modelli di una pacificazione storica dell’uomo in un’armonia delle forme e dei sentimenti che probabilmente non è mai esistita. Sulla concretezza del dato storico, che è pure presente all’interno della mitologia, prevale, nel romanticismo, una mistificazione acquietante e gratificante, che è la proiezione di un ideale perfetto di vita, quale vorrebbe essere realizzata, nel mondo ellenico rivissuto come territorio simbolico della armonia e della perfezione.

Seguono attualmente, in una direzione più concreta in senso antropologico e tuttavia pesantemente ignorante delle elaborazioni della scuola storica italiana, i tentativi di interpretazione delle correnti francesi che, soprattutto, per ricordare un solo nome eminente, si consolidano in Vernant, il quale, anche sotto la dichiarata influenza del movimento di storia sociale degli Annales, riesce ad accedere ai piani segretamente sottostanti l’incantesimo del discorso mitologico: cosicché i libri di Vernant sulla mitologia greca si inseriscono in un territorio di polivalenza interpretativa che solleva i vari segni mitologici ad un orizzonte di motivazioni strutturalistiche, psicologiche, simboliche, nelle quali, in fondo, le narrazioni vengono ricondotte a una sintassi che appartiene al piano sociale e antropologico. Né, in questi rapidi accenni alle posizioni interpretative, trascurerei quanto di estremamente intelligente ed acuto ci ha offerto, nella sua lettura della mitologia, Dodds, nel suo libro sull’irrazionalismo greco: Dodds sembra aver definitivamente infranto, seguendo alcune proposte di Rohde, il palinsesto utopico di una mitologia greca come esemplare di un rapporto pacificante con il mondo, quale era stato sognato in età romantica, e provocatoriamente ha proposto una lettura di essa come momento di improvvisa emergenza della irrazionalità e dell’assurdo.

Resta da segnalare, a puro uso cognitivo del lettore, la tipologia di questa mitologia. Esistono, nell’itinerario descrittivo greco, i miti teogonici, che appartengono alla fondamentale esigenza dell’uomo a chiedersi l’origine del mondo divino e della propria condizione: e i Greci questi miti li ritmarono su una cultura mitologica che nell’Egeo si diffonde dal mondo microasiatico. Si congiungono a questi le estese narrazioni destinate a spiegare la storia attuale in rapporto ai miti di degenerazione, di colpa e di diluvio, che segnano la condizione dell’età storica: qui si spiegano gli esaltanti interventi degli eroi, rigeneratori e salvatori del mondo, le presenze improvvise degli dei olimpici, sempre tesi a sollevare l’uomo a storia con ausili salvifici o con condanne infernali. E l’uomo resta sempre affidato alla estrema contraddizione degli interventi, quasi fatto oggetto di una storia divina che si concreta in punizione ma che gratifica anche con il suo improvviso manifestarsi teofanico.

Siamo inesorabilmente distanti da questa civiltà che proiettò i propri terrori e le proprie speranze nella creazione fantastica di una mitologia ora intesa a lenire l’umano soffrire, ora irruente nelle sue immagini orrifiche e devastanti. Era una mitologia dell’immaginario come distanza e inesorabile dominio sulla condizione dell’uomo, che si esprimeva, tale mitologia, in narrazioni comprensibili, per ciò stesso atte a offrire agli uomini, una dominazione degli incerti e dei terrori che li circondano. Questa mitologia resta ancora un referente parallelo delle situazioni esistenziali che emergono nel nostro tipo di consunta civiltà post-industriale, nella quale, purtroppo, terrori ed orrori non hanno più volto, non sono più Zeus ed Ades, ma le ignote cifre dei mali cosmici che dovranno distruggerci, le inventate apocalissi della guerra nucleare, dei disastri demografici ed ecologici […].»

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