Dottor Marzo Magno, Lei è autore del libro Missione Grande Bellezza. Missione grande bellezza. Gli eroi e le eroine che salvarono i capolavori italiani saccheggiati da Napoleone e da Hitler edito da Garzanti: perchè il nostro patrimonio artistico è stato da sempre oggetto di spoliazioni?
Missione Grande Bellezza Alessandro Marzo MagnoLa risposta a questa domanda è abbastanza semplice: perché c’era molto da rubare. In guerra si è sempre saccheggiato e prendersi le opere d’arte del nemico significava un po’ impossessarsi della sua anima. Lo hanno fatto i romani con le statue greche, quegli originali in bronzo dei quali oggi conosciamo solo le copie marmoree scolpite in età romana. Lo hanno fatto i veneziani con una delle opere che diverrà simbolo del saccheggio napoleonico: la quadriga bronzea che orna la balaustra della basilica di San Marco (dal 1982 sostituita da copie), rubata prima a Costantinopoli nel 1204, poi a Venezia nel 1798 e tornata in laguna nel 1815. I lanzichenecchi saccheggiano Roma, nel 1527, e si impossessano di tutto ciò di prezioso su cui siano riusciti a mettere le mani. Forse è solo leggenda che si dividessero le pietre preziose con le pale, probabile invece che fossero realtà i carri traboccanti di oggetti d’oro e d’argento con i quali i lanzi sono tornati in Germania.
Quando il generale Bonaparte scende in Italia, nel 1796, si appropria di un enorme forziere dove c’è di tutto, e infatti porta via di tutto: non solo quadri e statue, ma anche collezioni scientifiche, erbari, parti anatomiche in cera e persino una mandria di bufali nel tentativo (non riuscito) di introdurre la produzione di mozzarella in Provenza. In questo immenso forziere costituito dall’Italia, c’era una città dove mai nessuno straniero in armi aveva messo piede dalla sua fondazione al maggio 1797: Venezia. La capitale della Serenissima repubblica conservava intatti i tesori che aveva accumulato in oltre un millennio di storia. Non sapremo mai con esattezza cosa se ne sia andato: il saccheggio bonapartista apre la strada a ulteriori prelievi, alle soppressioni degli istituti religiosi con relativa dispersione del patrimonio artistico contenuto. Basti pensare che durante il napoleonico Regno d’Italia si accumulano nei depositi di Palazzo ducale quasi tredicimila quadri provenienti da conventi, monasteri ed enti religiosi soppressi a Venezia. Le opere d’arte sono così inflazionate che talvolta si gratta via la pittura perché la tela grezza vale di più del dipinto.

Antonio Canova, oltre che grandissimo artista, fu il protagonista del ritorno in Italia delle opere d’arte depredate da Napoleone.
Mandare a Parigi Antonio Canova per recuperare il patrimonio artistico saccheggiato nello stato pontificio è un colpo di genio di papa Pio VII e soprattutto del suo segretario di stato, il cardinale Ercole Consalvi. Dal punto di vista formale, lo stato della Chiesa non poteva reclamare nulla perché i trattati firmati con i francesi rimanevano in vigore. Canova, direttore dei musei romani, era l’unico in grado di identificare le opere anche senza avere le liste dei quadri saccheggiati (che arriveranno solo dopo qualche mese) e la sua enorme fama gli consente di aprire una breccia nel fronte avversario. Quando consegna a Luigi XVIII, il sovrano francese restaurato dalle potenze che hanno sconfitto Napoleone, la lettera del papa, questi fa una riverenza in segno di rispetto e gli dice di essere terribilmente spiacente che un artista tanto illustre abbia fatto un viaggio così lungo per niente. Poi però gli domanda se gli scolpisce un busto. Anche il duca di Wellington, il vincitore di Waterloo, chiede a Canova una statua e lo scultore – furbo – gli replica di avere già scolpito un cavallo che sarebbe stato destinato a Napoleone, ma poiché il duca aveva disarcionato l’imperatore dei francesi, sarebbe ora giusto che sia lui a montare in sella. Alla fine Canova ce la fa e riporta a Roma circa la metà delle opere d’arte che erano state saccheggiate nei territori pontifici. Rientrano le opere che si trovavano al Louvre (e non tutte), ma non quelle assegnate alla corona e ai musei dipartimentali.
Per fortuna Canova mette anche bocca in faccende che non lo riguardano, tipo il Codice atlantico di Leonardo da Vinci che era stato portato via dalla biblioteca Ambrosiana, a Milano. Il commissario del Lombardo-Veneto, un pittore viennese di origine italiana, aveva scambiato la scrittura rovesciata di Leonardo per scrittura cinese e stava per lasciarlo in Francia. È stato Canova a fargli notare l’errore e quindi a permettere il rientro del codice leonardesco.

Di quali spoliazioni artistiche si macchiarono i nazisti?
Le spoliazioni naziste si dividono in due fasi: prima e dopo l’8 settembre 1943 e relativo armistizio. Anteriormente quella data, e a partire dal 1938, Adolf Hitler, intenzionato ad autodedicarsi il museo più grande del mondo, a Linz, in Austria; e Hermann Göring, il capo della Luftwaffe, bulimico di opere d’arte come di cibo, compravano ciò che era sul mercato e anche qualcosa di più. Qualora avessero espresso un desiderio, si poteva loro negare il piacere dell’acquisto? Certo che no. E così se ne vanno dall’Italia capolavori assoluti, come il Discobolo Lancellotti, copia romana dell’originale di Mirone. Opera che, come molte altre, non si sarebbe potuta esportare, ma Benito Mussolini e Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri, intervenivano di persona per autorizzare l’uscita dei quadri dall’Italia.
Dopo l’8 settembre, invece, i nazisti occupano militarmente l’Italia e si prendono ciò che vogliono. Spariscono intere collezioni e anche le opere d’arte fiorentine degli Uffizi e di palazzo Pitti vengono sgomberate dalle ville toscane dov’erano state sistemate a causa della guerra, e trasferite in due grandi depositi in Alto Adige. Da lì rientreranno a Firenze nel 1945. Ma, secondo i carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale, ci sono ancora 2487 oggetti saccheggiati dai nazisti e mai tornati. Il più importante è una Testa di fauno, opera giovanile di Michelangelo, che si presume sia finita in Russia, portata prima dai tedeschi in Germania a poi dall’Armata rossa in Unione sovietica.

In che modo vennero recuperate le opere d’arte trafugate dai nazisti?
Molti, sia uomini sia donne, si sono dati da fare perché le opere d’arte trafugate tornassero in Italia. Il simbolo è rappresentato da Rodolfo Siviero, un fiorentino che è rimasto a capo dell’Ufficio recuperi, dipendente dal ministero degli Esteri, fino agli anni Settanta. Ha riportato in Italia circa tremila pezzi, tra questi il già citato Discobolo di Mirone nonché il Ritratto d’uomo di Hans Memling, con il quale ha stabilito il record di aver recuperato per due volte la stessa opera d’arte. Il quadro di Memling, rientrato in Italia nel dopoguerra, viene nuovamente rubato nel 1971 e poi ritrovato in un albergo di Zurigo.
Accanto a Siviero ritroviamo altre figure impegnate a salvaguardare il patrimonio artistico italiano. Per esempio Pasquale Rotondi, soprintendente di Marche e Dalmazia, che sgombera in Vaticano le opere che erano state portate nel castello di Carpegna e nella rocca di Sassocorvaro, località marchigiane che nel 1944 si ritrovano sulla linea del fronte. Per far prima nasconde i quadri più piccoli, tra i quali La Tempesta di Giorgione, sotto il letto e la moglie si finge malata in modo che nessuno si avvicinasse al letto e si rendesse conto di quel che si trovava al di sotto. O ancora Pietro Ferraro, partigiano veneziano, decorato dagli italiani con medaglia d’oro al valor militare e dagli americani con stella al merito di bronzo.
Come già accennato, l’Italia oltre ai Monuments Men ha avuto anche le Monuments Women: Noemi Gabrielli a Torino, Palma Bucarelli a Roma e Fernanda Wittgens a Milano. Bucarelli, direttrice della Galleria d’arte moderna, era una donna bellissima e conosciutissima, aristocratica, discendente di un viceré del Messico e ha usato la sua avvenenza e la sua fama per farla sotto il naso ai tedeschi. Wittgens, invece, dopo essersi dedicata a mettere al sicuro le opere di Brera si è messa a salvare persone: ebrei e partigiani e per questo è stata arrestata, processata ed è finita in carcere a San Vittore. Sarà lei l’artefice della ricostruzione di Brera, una volta finito il conflitto.